Il divorzio: come si può superare con l'aiuto psicologico

by Dott.ssa Valeria Cani 27. novembre 2011 15.17

Il divorzio è lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio quando tra due coniugi è venuta meno la comunione sia spirituale sia materiale e la loro vita coniugale non può essere ricostituita in nessun modo.

La separazione legale non vede i coniugi porre fine al rapporto matrimoniale, ma questi ne sospendono gli effetti nell'attesa di una riconciliazione o di un provvedimento di divorzio. Invece quest’ultimo è il venir meno di condivisione, convivenza, comunione morale e spirituale, responsabilità, diritti e doveri in modo definitivo.

Il divorzio può essere congiunto, quando c'è accordo dei coniugi su tutte le condizioni ed è presentato congiuntamente da entrambi i coniugi, e questo si verifica nell’86% dei casi; oppure giudiziale, quando non c'è accordo sulle condizioni, in questo caso può essere presentato anche da un solo coniuge.

La conflittualità è il sintomo prevalente durante tutta la fase che accompagna la fine della vita coniugale e la separazione, conflittualità sia tra i due coniugi sia interiore. L’impatto emotivo non è trascurabile né nel singolo soggetto che divorzia né all’interno dell’intera famiglia.

Divorzio

 

Il cambiamento di status, delle precedenti condizioni di sicurezza, portano al sorgere dei timori che destabilizzano. La famiglia smette di essere tale e da questo momento inizia per la coppia  un percorso di burocrazia, contatti con gli avvocati, senso di abbandono o di colpa, figli contesi, sofferenza, scelte difficili, gestione dei rapporti con le famiglie d’origine.

L’elaborazione del divorzio a livello propriamente personale porta alla consapevolezza di aver fatto forse scelte sbagliate, oltre al divorzio legale la persona si ritrova a fare i conti con il divorzio psichico e la presa di consapevolezza di un fallimento. L’avere a che fare con se stessi in questi passaggi così fondamentali della vita necessita di un sostegno.

L’aiuto dello psicologo può essere utile nel percorso doloroso della separazione e per trovare le risorse nel proseguire la propria vita, per il bene dei figli se ci sono, e può aiutare la persona a vedere che le energie usate per esprimere la conflittualità sono invece utili se reindirizzate a costruire il futuro.

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Come scrivere un curriculum vitae in maniera efficace

by Dott.ssa Simona Capurso 23. novembre 2011 22.56

Il curriculum vitae è la nostra presentazione, parla di noi, delle nostre competenze e delle nostre aspirazioni professionali. Scriverlo bene è certamente il primo passo per chi cerca lavoro.

Un curriculum vitae poco organizzato nei contenuti o con una difficile leggibilità può vanificare la candidatura fin da subito. Due sono i punti da evitare: rendere il cv troppo prolisso, lasciando invece le informazioni più dettagliate ad un eventuale colloquio - e un cv troppo sintetico, da cui non si riescono ad evincere le reali competenze maturate. Generalmente, in base alla seniority del candidato, due pagine sono più che sufficienti.

Il curriculum vitae deve quindi sintetizzare le esperienze lavorative in modo schematico, ma deve anche parlare di noi. Innanzitutto bisogna organizzare gli spazi in modo semplice e di facile lettura.

La prima parte del cv deve contenere i dati anagrafici, con tutti i riferimenti telefonici e gli indirizzi mail per poter essere contattati. Si prosegue con i titoli di studio, gli eventuali corsi o certificazioni e la conoscenza delle lingue straniere.

La seconda parte del cv deve contenere l’esperienza lavorativa che deve sempre partire dalla più recente, quindi da quella in corso. Si raccomanda di specificare le date di inizio e di fine della collaborazione, il ruolo ricoperto, una breve descrizione del settore nel quel opera l’Azienda e le proprie mansioni.

Come scrivere un cv

Infine è possibile aggiungere una quarta area con gli hobby e gli interessi personali. Questa parte però è facoltativa e di minore importanza rispetto alle altre.

Il cv deve sempre terminare con la frase standard che autorizza il trattamento dei dati personali.

Al curriculum vitae è possibile allegare una breve lettera di presentazione che non deve mai essere prolissa e non deve contente frasi troppo lunghe, bensì si tratta di fornire un breve riassunto delle competenze maturate e delle proprie aspirazioni professionali.

Nella lettera di presentazione è bene anche specificare il motivo del proprio interessamento verso la posizione a cui ci si sta candidando.

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Come affrontare un colloquio di lavoro

by Dott.ssa Simona Capurso 23. novembre 2011 22.46

Come affrontare al meglio un colloquio di lavoro? Aver fissato un colloquio di lavoro significa già essere a buon punto: l’Azienda ha scelto il nostro curriculum e ritiene importante un approfondimento. Conviene quindi preparasi bene all’incontro.

Intanto bisogna curare l’aspetto fisico, che ha la sua importanza. Meglio utilizzare un abbigliamento professionale, curato ma semplice. Da evitare i toni troppo vistosi o un aspetto eccessivamente eccentrico. In ogni caso l’abbigliamento dipenderà dalla posizione per la quale ci si candida e dal contesto Aziendale. L’importante è non apparire trasandati.

Il rispetto della puntualità è fondamentale e si raccomanda sempre di appuntarsi il nome della persona da incontrare e di arrivare al colloquio avendo già reperito delle informazioni sulla posizione da ricoprire e sulla tipologia di Azienda. Evitare sempre di farsi accompagnare al colloquio da amici o parenti e mostrarsi disponibili e gentili con le segretarie anche durante l’attesa dell’interlocutore.

Ovviamente spegnere il cellulare ed evitare di masticare chewingum sono regole alla base di un buon incontro.

colloquio di lavoro

 

Durante il colloquio mostrare entusiasmo verso la posizione offerta e presentare il proprio percorso professionale in modo lineare, analitico e scorrevole, utilizzando termini semplici per far capire nel dettaglio le proprie competenze, dando risalto a quegli aspetti che possono avvicinarsi alla posizione ricercata.

Evitare sempre di giocherellare con i capelli, gli abiti, gli oggetti o la cancelleria. Guardare negli occhi il proprio interlocutore, senza però fissarlo, e se ci sono più persone rivolgere lo sguardo ad ognuno di loro. Fare domande e richiedere approfondimenti sulla posizione è sempre un segnale positivo che fa capire l’interesse. Evitare in ogni caso di rispondere alle domande con monosillabi, ma argomentare il più possibile le proprie scelte professionali

Un consiglio: è normale sentirsi un po’ agitati e irrequieti, chiaramente si deve cercare di controllare l’ansia e la tensione, in ogni caso questi stati d’animo dimostrano anche l’interessamento verso la posizione offerta.

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Che cos'è il coaching

by Dott.ssa Simona Capurso 23. novembre 2011 22.33

Le Aziende, nell’epoca moderna, stanno vivendo numerosi processi di cambiamento, per essere sempre più snelle, profittevoli e centrate sul raggiungimento degli obiettivi di business e di fatturato. In un processo di cambiamento inevitabilmente ci si confronta con nuovi principi e valori che devono essere, non soltanto acquisiti e assimilati, ma soprattutto tradotti in comportamenti misurabili.

In quest’ottica i Manager si trovano spesso a dover rivedere le proprie abitudini, ormai consolidate da anni e il proprio approccio professionale deve essere messo in discussione.

Generalmente l’atteggiamento più frequente, messo in atto dal Top e Middle Management, è la resistenza verso questo processo di cambiamento. È difficile dover accettare di rivedere le proprie credenze e certezze, ed è ancor più difficile pensare di dover affrontare ed accettare nuovi comportamenti. Ne consegue quindi una fase di disorientamento, con una vera e propria crisi di identità accompagnata da disturbi dell’umore, con alcuni Manager che si trovano all’improvviso inadeguati o impreparati al cambiamento.

Un aiuto importante, all’interno di un processo di cambiamento aziendale, può arrivare dal Coaching che rappresenta lo strumento essenziale per ritrovare le motivazioni, comprendere il nuovo ruolo che è stato definito per il Manager, riscoprire le attitudini necessarie per occupare al meglio una posizione e quindi accedere a nuove risorse interiori e sviluppare nuove competenze.

coaching

Il Coach diventa colui che facilita la fase di transizione dal vecchio al nuovo con un approccio incentrato sulla persona, sulle sue abilità e competenze, all’interno del contesto aziendale mutato.

L’attività di Coaching é focalizzata su come reagire al meglio emotivamente all’ambiente circostante, con lo scopo di migliorare la persona in alcune aree. Attraverso questa attività è possibile aumentare la propria efficacia personale e la capacità di relazionarsi con gli altri, andando a riscoprire le proprie attitudini e risorse interiori.

Il Coach stabilisce il risultato da ottenere facendo una valutazione della situazione, solo così può valutare il percorso necessario per il raggiungimento degli obiettivi e per il cambiamento.

Il Coach porta il Cliente ad aumentare la comprensione di se stesso rispetto alle proprie motivazioni personali, ai propri obiettivi, intenzioni, abilità e strategie.

 

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Come rendere la nostra comunicazione più efficace

by Dott.ssa Simona Capurso 23. novembre 2011 22.14

Chiunque prima o poi si sarà domandato quanto e se il proprio modo di comunicare sia efficace. Quando comunichiamo, in qualsiasi situazione, abbiamo in mente un unico obiettivo: trasferire un’idea, un pensiero, un’informazione ad altre persone. Uno stesso messaggio però può essere recepito diversamente a seconda di chi lo ascolta, ma soprattutto a seconda della modalità di comunicare quel pensiero. In sostanza il nostro modo di parlare fa reagire gli altri di conseguenza.

Diventa fondamentale, in particolare ad alcuni livelli manageriali, conoscere le tecniche che permettono di trasferire in modo lineare e diretto le informazioni. Tecniche che possono essere utilizzate in realtà da chiunque voglia rendere il proprio messaggio più persuasivo.

Innanzitutto è importante capire la tipologia di pubblico che si ha di fronte: un unico individuo oppure un gruppo di individui e quale obiettivo ci poniamo, persuadere, convincere o intrattenere? In ogni caso è necessario imparare a valorizzare al meglio i propri strumenti comunicativi, partendo in primis dalla comunicazione non verbale. Il tono della voce, la direzione dello sguardo, la gestualità, la postura, la capacità di sdrammatizzare inserendo nel discorso piccole battute, sono tutti aspetti focali che partecipano, prima ancora del contenuto, a rendere interessante il nostro discorso.

comunicazione efficace

Solitamente lo stile migliore da utilizzare è quello definito “espressivo o assertivo”. Questa tipologia è tipica delle persone che amano il contatto con gli altri: il tono della voce è sicuro e deciso, lo sguardo è aperto e l’interlocutore si sente facilmente a suo agio. Lo stile è chiaro, semplice e diretto. La comunicazione assertiva ha l’obiettivo di impostare le relazioni interpersonali in modo collaboravo e costruttivo. La persona che utilizza questo stile comunicativo sa accettare la critica e critica a sua volta, in modo costruttivo, senza sminuire l’autostima dell’altro.

Con un po’ di allenamento è possibile comunicare in modo assertivo con naturalezza e semplicità. Questa comunicazione evita lo scontro, non è mai aggressiva e la gestualità è pacata e coerente con i contenuti che si stanno esprimendo.

 

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Che cos'è l'autostima

by Dott.ssa Monica Dellupi 23. novembre 2011 21.54

L’autostima è l’opinione che abbiamo di noi stessi. Il concetto di autostima deriva dal significato di stimare ovvero misurare il nostro valore. Una buona autostima rende la vita più semplice nel senso che chi crede in se stesso affronta le piccole grandi sfide quotidiane con maggior serenità, fiducia e coraggio tutti elementi che contribuiscono a determinare successo in quello che sono i nostri obiettivi.

In quanto individui inseriti in un gruppo abbiamo necessità di essere approvati e considerati, l’autostima deriva dalla consapevolezza di essere utili e competenti nella nostra vita quotidiana.

Talvolta capita, a causa di un fallimento, di perdere parte della stima che abbiamo in noi stessi e così di ritrovarci tristi, spesso demotivati, con scarsa fiducia in quelle che sono le nostre capacità, ovvero con un basso senso di autoefficacia. In queste situazioni prevale in noi un sentimento di ansia e depressione che ci rende frustrati  e questo può rappresentare una minaccia alla nostra autostima. Se si ha una tendenza a provare questi sentimenti può essere che si abbia un problema di autostima.

 

autostima

 

Per avere una buona autostima è importante lavorare sull’auto-accettazione e sul senso di autoefficacia.

L’auto-accettazione consiste nella capacità di slegare il nostro valore da valutazioni esterne a noi, il nostro valore è intrinseco,gli esseri umani sono troppo complessi per potergli mettere delle etichette, è inoltre importante imparare ad accettare i propri errori.

Il senso di autoefficacia nasce dalla presa di consapevolezza di essere in grado di svolgere dei compiti che ci siamo prefissati, quindi ponendoci degli obiettivi realistici, ma che riteniamo utili, e arrivando con determinazione al loro raggiungimento il nostro senso di autoefficacia aumenterà e di conseguenza anche la nostra autostima.

 

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Che cos'è l'infertilità

by Dott.ssa Simona Capurso 22. novembre 2011 23.40

L’infertilità viene generalmente definita come l’incapacità di una coppia di concepire, dopo che sia trascorso almeno un anno di rapporti regolari e non protetti.

Le cause del mancato concepimento in una coppia riguardano nel 50% dei casi il soggetto maschile e nel 50% il soggetto femminile. Esiste poi nel, 15% dei casi, una infertilità idiopatica, ovvero coppie che non hanno una spiegazione medica al loro mancato concepimento.

I fattori che determinano la difficoltà di generare possono essere di natura fisica, come ad esempio variazioni nella qualità e quantità del liquido seminale, disequilibri ovulatori, alterazioni anatomiche o funzionali degli organi riproduttivi (come le malformazioni uterine), sindromi genetiche ma anche stress o blocchi psicologici. Dall’infertilità idiopatica nasce l’ipotesi di una possibile origine psicosomatica legata al mancato concepimento.

Infertilità

Pertanto le indagini diagnostiche, a livello di coppia, rappresentano uno strumento fondamentale per individuare la causa dell’infertilità ed eventualmente la tecnica di fecondazione assistita più idonea. E’ possibile procedere, in base alla diagnosi effettuata, con tecniche di primo livello, quali: rapporti mirati, induzione dell’ovulazione con stimolazione ormonale, inseminazione intrauterina. Nel caso di problematiche più complesse le tecniche di secondo livello, come la FIVET o la ICSI possono aiutare la coppia.

In ogni caso una diagnosi di infertilità pone la coppia in una condizione di forte sofferenza emotiva definita come una vera e propria “crisi di vita” che può generare depressione, rabbia e senso di inferiorità, fino ad inficiare la sfera dell’autostima personale e a destabilizzare la solidità della coppia stessa.

Lo psicologo può essere d’aiuto, fornendo una consulenza mirata verso un supporto emozionale e uno spazio di ascolto durante tutte le fasi delicate

 

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Disturbi sessuali di origine psicologica

by Dott.ssa Simona Capurso 22. novembre 2011 23.09

I disturbi sessuali possono avere una origine psichica caratterizzati quindi da alcune dinamiche psicologiche che possono interferire negativamente sulla sfera sessuale dell'individuo.

Una volta accertato che non vi siano sottostanti cause fisiologiche (come ad esempio carenze ormonali), oppure particolari stili di vita (abuso di alcool), i disturbi sessuali andrebbero trattati con il supporto di una terapia psicologica.

Spesso originati da complesse dinamiche psichiche messe in atto dall’individuo, i sintomi principali si riferiscono a conflitti, sensi di colpa verso il piacere sessuale, tensioni con il partner, ansia, paura dell’insuccesso e timore del rifiuto.

Si rischia, così, di cadere in un circolo vizioso che può portare il soggetto ad avere un’attenzione ossessiva verso il proprio disagio, con conseguente aumento dei sintomi.

 

distrurbi sessuali

 

Il supporto psicologico (e non farmacologico) è in grado di ridurre gli stati tensivi e riorganizzare i naturali processi funzionali della persona.

A volte però questo tipo di disagio è accompagnato da imbarazzo e vergogna che possono alimentare, nel soggetto che ne soffre, la tendenza a non richiedere subito un aiuto. Questo atteggiamento è estremamente nocivo perché il non trattamento precoce rende maggiormente complesso l’intervento terapeutico.


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L'insonnia

by Dott.ssa Simona Capurso 22. novembre 2011 22.56

L’insonnia rappresenta un disturbo particolarmente invalidante per chi ne soffre, circa il 14% della popolazione mondiale lamenta un disturbo del sonno.

Il sonno rappresenta un bisogno fondamentale per l’essere umano ed è una necessità istintiva. Il sonno generalmente si compone di 4 fasi che si ripetono durante la notte: le prime due sono caratterizzate da un sonno leggero, si passa poi al sonno più profondo per arrivare alla fase REM (Rapid Eyes Movement, movimenti oculari rapidi). Durante questa fase è possibile ordinare, raccogliere e memorizzare le esperienze del giorno.

L’insonnia può essere provocata da due differenti cause: quella primaria che ha una origine psicologica, ad esempio determinata da stati d’ansia o di depressione e deve essere trattata con un adeguato supporto clinico. Secondo la Scuola di pensiero psicanalitica l’insonnia può essere generata anche da fantasie, pensieri, sogni angosciosi che possono essere presenti durante il sonno.

L’insonnia secondaria invece è determinata da scompensi fisici, quali apnee notturne, difficoltà respiratorie o cardiovascolari, ipertiroidismo ed altre forme.

 

Insonnia

 

 

Una volta esclusa la presenza di una problematica fisica è possibile trattare l’insonnia primaria con diverse metodologie: certamente è fondamentale un supporto psicologico volto a ridurre gli stati di tensione che si riflettono sulla qualità del sonno, a cui è possibile associare anche la medicina naturale con l’uso dell’agopuntura, dell’omeopatia o della fitoterapia (cura con le erbe). Si ricorre all’uso dei sonniferi solo in casi molto gravi e solitamente si utilizzano le benzodiazepine che agiscono nella fase di addormentamento o gli antidepressivi che regolano il sonno, oltre ad avere un effetto sulla depressione.

 

In ogni caso è bene attenersi a semplici regole per migliorare la propria qualità del sonno, quali: evitare pasti troppo abbondanti alla sera e meglio se vegetariani (pasta e riso, insieme alle banane sono ricchi di un precursore della serotonina, sostanza che induce il sonno ed ha un effetto sedativo), evitare l’uso di alcool, non svolgere attività fisica o ginnastica già dal tardo pomeriggio, imparare un metodo di rilassamento (yoga, training

 

autogeno, etc…), andare a letto solo quando si ha davvero sonno. E se durante la notte ci si sveglia è inutile girarsi e rigirarsi nel letto, meglio alzarsi e preparare una camomilla o una tisana rilassante.

 

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I disturbi dell'umore

by Dott.ssa Simona Capurso 22. novembre 2011 22.41

Il principale sintomo psicologico legato al disturbo dell’umore è l’andamento discontinuo dello stato emotivo della persona. I disturbi dell’umore si suddividono in due tipologie: i disturbi depressivi e i disturbi bipolari.

L’individuo afflitto dal disturbo depressivo solitamente mostra un umore sotto tono o eccessivamente su di giri per un periodo di tempo più o meno lungo che può variare da un paio di settimane ad anni. Le manifestazioni tipiche sono la presenza di una forte tristezza e l'incapacità di vivere le proprie attività quotidiane traendone piacere e percependole in modo positivo.

Il disturbo bipolare invece aggrava i sintomi appena descritti, ed è caratterizzato da un'alternanza dell’umore che può variare da importanti forme di depressione ad estremi di euforia di tipo maniacale.

 

disturbi dell'umore

 

L'umore della persona è comunque sempre strettamente collegato alle percezioni emotive e cognitive degli eventi quotidiani della vita.  Può capitare che l’alternanza umorale avvenga in seguito a condizioni molto negative che possono influenzare una mente ipersensibile alle emozioni, scatenando così lo stato depressivo.

È importante quindi distinguere il calo dell’umore legato a normali condizioni di sconforto da una condizione invece patologica che può portare a generare disturbi di maggiore entità, tanto da rendere compromessa la normale vita della persona nelle sue diverse dimensioni.

I sintomi che spesso si associano allo stato depressivo, rendendolo non normale e passeggero, ma un vero e proprio disturbo sono: l’Insonnia, la perdita di interesse verso qualunque rapporto sociale ed affettivo, la bassa autostima, il rallentamento delle proprie attività quotidiane  e il blocco psico-fisico.

La depressione, pur essendo uno stato patologico anche piuttosto grave, può essere  fortunatamente risolta e migliorata con interventi psicologici mirati, che hanno l’obiettivo di risolvere i sintomi permettendo alla persona di riprendere possesso della propria vita quotidiana e delle proprie emozioni.

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