Cellulare e dipendenza

by Dott.ssa Valeria Cani 7. ottobre 2012 14.31

Il telefono cellulare è diventato il nostro nuovo organo sensoriale, quello che ci permette di stare in contatto col mondo, in alcuni casi esiste però anche un legame tra cellulare e dipendenza.

 

La confluenza multimediale, vedersi, scriversi, parlare, guardare filmati, musica, scambiarsi messaggi, trovare informazioni di ogni genere, conservare, archiviare, dà alla nostra nuova mente la possibilità di integrazione in questo universo il cui unico parametro sembra essere la globalizzazione. 

Il nostro modo di comportarci, di pensare, di percepire il mondo superando distanze temporali e spaziali, passa attraverso il nostro cellulare che oramai non è più solo un telefonino: è tutto, è il nostro io. 

Questo strumento fa sì che “qualcosa” diventi “tutto”, “ovunque” diventi “qui” e fa in modo che “quando” diventi “adesso”. Ma questa vicinanza dà dipendenza? Non è più possibile fare a meno di tutto-qui-ora? Il telefonino è diventato a far parte integrante del nostro sistema nervoso? Gli adolescenti, ma anche molti adulti, hanno sviluppato un legame psicologico col proprio telefonino, attrezzo che permette di essere nel mondo e di tenere tutta la realtà sotto controllo. Si può notare come queste persone hanno un legame con lo strumento fine a se stesso piuttosto che utilizzarlo allo scopo per cui è stato inventato, cioè comunicare “con” gli altri. La concentrazione sui tasti e sullo schermo è tale da far passare in secondo piano lo scopo della comunicazione o conoscenza.

L’esagerato bisogno di essere in contatto con gli altri e col mondo porta a uno scambio quantitativamente esagerato, ma si impoverisce inesorabilmente la qualità dello scambio. Ci sembra di essere più vicini, ma in realtà lo siamo solo attraverso suoni, immagini, parole. Si impoveriscono cioè le relazioni, mancano il calore umano, l’intimità, il dialogo vero, e le emozioni non sono più condivise, dunque viene a mancare il riconoscimento dell’altro.

L’importante è mantenere con l’altro il canale aperto, il contatto, la vicinanza paradossale ed eccessiva con udito, vista, tatto ma dove manca “soltanto” la presenza fisica, e la distanza, notoriamente, è una buona difesa.

Ci mancano le parole per un sms? Inviamo un’immagine. Non sappiamo come dire una certa cosa? Mandiamo una canzone. E spedire una fotografia appena scattata coinvolge due persone nello stesso contesto pur a chilometri di distanza.

La barriera multimediale per qualcuno è una via facilitante, chi ha difficoltà e non riesce ad interagire di persona utilizza canali indiretti allo scopo, ci auguriamo, di aprire poi la strada alla relazione di persona!

Chi possiede un cellulare è sempre reperibile, dà il permesso a chiunque di intromettersi nella sua intimità dell’avere a che fare solo con se stesso in qualsiasi momento della giornata e della notte. Se abbiamo il cellulare con noi chiunque può sapere sempre dove siamo e cosa stiamo facendo, cosa stiamo provando. Questa intrusione nella nostra vita può essere vissuta negativamente dalla nostra autonomia e dalla nostra identità.

È sufficiente trovare il coraggio di trascorrere qualche ora lontani, anzi, lontanissimi dal nostro cellulare e provare ad ascoltarci cosa ci succede dentro. In poco tempo ci renderemo conto quanto dipendiamo da questa tecnologia!

Se vuoi fare questa prova e ti accorgi proprio di non vivere senza cellulare, ma hai voglia di vivere anche la tua vita e non solo una vita multimediale c’è psicologo360, lo psicologo online che quando non siete più online ti fa sentire bene anche offline! Entra in contatto ora con uno dei professionisti di psicologo360.

Uso e abuso di videogiochi

by Marzia Benvenuti 20. settembre 2012 17.06

Sono tantissimi gli adolescenti e bambini che trascorrono ore ed ore davanti ai videogiochi, diventa quindi importante capire meglio il confine tra l’uso e abuso di videogiochi.

Oggi questa tendenza sembra stia diventando un vero e proprio problema.

Molti bambini e non solo loro, trascorrono la maggior parte del loro tempo su internet utilizzando i videogiochi, estraniandosi dal mondo esterno, non vivendo se non dentro una realtà riprodotta in modo virtuale.

 

 L'uso inappropriato, può essere considerato come una droga, una vera dipendenza che conduce il soggetto a non poterne fare a meno.

Il videogioco si trasforma come fonte di gratificazione del bisogno, di potere; nel videogioco è possibile abbandonarsi all’illusione, di un possibile controllo sul mondo e alla negazione del bisogno dell’altro. Il videogioco è un'attività che allontana dalle preoccupazioni o dalle frustrazioni quotidiane, crea emozioni induce uno stato modificato di coscienza, fa stare bene. Dopo un po' senza questo stato di benessere si sta male (dipendenza), e per ricrearlo occorrono dosi sempre maggiori di videogioco (assuefazione). Si ha quindi il bisogno di giocare sempre più a lungo, o con giochi sempre più emozionanti, o sempre più violenti, con effetti grafici sempre più accattivanti, con situazioni sempre più incredibili. Tutto questo a lungo termine può trasfomarsi in un gioco ossessivo, patologico, che può essere fattore di rischio di isolamento sociale, sintomi depressivi,ansia, fobie sociali aumento di peso (con rischio di obesità infantile), calo nel rendimento scolastico, irritabilità, cambiamento nelle normali attività quotidiane e infine possibile insorgenza di sintomi fisici, come mal di testa, dolori di schiena e problemi di vista. Inoltre una potenziale dipendenza da videogiochi, specialmente durante la pubertà può in qualche modo plasmare la personalità del giovane, causa del fatto che non si sia ancora del tutto formata.

A tale riguardo è necessaria per i più giovani e per le loro famiglie una psicoeducazione su i potenziali danni dei videogiochi, basata perlopiù su una prevenzione dei fattori di rischio elencati sopra. Porre delle regole sul tempo che il bambino dedica al pc e a internet, favorire attività che comprendono la presenza di altri bambini e ove possibile all'aperto.

Se pensi di avere un problema del genere o semplicemente vuoi saperne di più puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360. 

 

Bugie

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 17.15

L’atto di dire le bugie, ossia di comunicare attraverso il canale verbale un contenuto non vero,  non è indice di patologia psicologica, ma viene considerato una sorta di misura dal punto di vista sociale ed etico.

Di certo le bugie sono accomunate dall’intenzionalità di imbrogliare, di fare in modo che l’altro sappia o creda cose non vere oppure che non sappia la verità.

 

 

 

I bambini, non appena capiscono che il proprio pensiero è autonomo rispetto a quello degli altri, cominciano a usare la bugia quasi come una conquista cognitiva per “testare” le reazioni degli altri e metterli alla prova rispetto al proprio comportamento e alla propria indipendenza.

I bambini anche molto piccoli, dai due-tre anni, o i ragazzi, molto comunemente possono dire le bugie per evitare una punizione nascondendo così qualche malefatta e “farla franca” rispetto a un adulto. Qui la bugia è considerata al pari della disobbedienza che non è il comportamento che un genitore si aspetta dal proprio figlio. Anche da questa relazione si costruisce nel tempo il rapporto tra genitori e figli in una famiglia.

Oppure molti bambini mentono per timidezza. Addentrandoci nel discorso troviamo alla base della timidezza una scarsa autostima, una concezione di sé negativa che porta a raccontare il falso o nascondere il vero, evitando situazioni di giudizio riprovevole, risultando migliori e meno inadeguati.

Le bugie si raccontano anche per discolparsi da accuse fondate o infondate che nascondono comunque una personalità fragile e insicura nell’affrontare le proprie responsabilità.

Ci possono essere anche le bugie gratuite raccontate per esprimere un desiderio o comunicare un bisogno, per un fine da raggiungere, oppure anche per divertimento, per sfogare la fantasia.

Gli adulti mentono per apparire diversi da quello che sono realmente, per proteggere la loro privacy, per avere uno spazio proprio e scegliere di non raccontare qualcosa di sé e della propria vita. Poi ci sono le bugie dette per proteggere gli altri, o quelle di cortesia del vivere sociale adulto presto imparate anche dai bambini.

Per acquisire maggior prestigio, o evitare di perderne, si raccontano bugie che fungono da compensazione alla ricerca di un’immagine migliore di sè da presentare agli altri.

Oppure raccontiamo bugie per ottenere qualche vantaggio dagli altri o dalla situazione.

Poi ci sono le bugie alle quali crede anche chi le racconta, l’autoinganno, quello raccontato a se stessi per evitare la fatica di avere a che fare con la propria coscienza o il proprio sé profondo. Chi racconta una bugia a se stesso è contemporaneamente l’ingannatore e l’ingannato, raccontiamo a noi stessi qualcosa per autoconvincerci che le cose stanno andando come vorremmo e non come realmente sono, o che il comportamento di qualcuno, o il proprio, sia adeguato e che le motivazioni che lo mettono in atto siano corrette e oneste anche quando non è proprio così.

Dal punto di vista educativo l’adulto, genitore ed educatore, dovrebbe avere chiari i limiti e i principi propri e da trasmettere al bambino, mantenere il più possibile i valori e una posizione salda rispetto alle bugie raccontate dal bambino in modo che questi possa imparare ad essere socialmente accettato e diventi autonomo anche senza il ricorso a stratagemmi o inganni, dandogli spazio per esprimersi liberamente e sinceramente dopo aver “scoperto” la bugia.

L’adolescente che racconta bugie ha lo scopo di offuscare parti fragili di sé o proteggere la propria insicurezza della crescita, oppure per nascondere una difficoltà. L’atteggiamento dell’adulto da mantenere con l’adolescente è di fornire un sicuro spazio affettivo di protezione e rassicurazione per la sua crescita psicologica e fisica, compito mai semplice da realizzare!

Le bugie fanno parte della nostra vita, quasi come un adattamento dell’intelligenza sociale, sia se ne siamo autori, sia se ne siamo vittime. Dire bugie deliberatamente e spudoratamente, omettere, omettere in parte, simulare o dissimulare, fuorviare sono diventati comportamenti funzionali al nostro vivere e fanno parte del modo di agire umano, o anche animale a pensarci bene! Chi possiede un cane furbo come il mio sa che il cane è capace di simulare un comportamento per ottenere qualcosa che desidera da noi conoscendo bene la nostra reazione!

La finzione ci appartiene nella vita quotidiana e, rimanendo in campo psicologico, possiamo mentire anche sulle nostre emozioni: difficilmente riusciamo a nascondere a noi stessi, e a che ci conosce bene, le nostre emozioni. La tecnica usata in questo caso è ammettere di provare un sentimento ma dire una bugia sulla sua natura, cioè dire la verità in modo talmente spudorato tanto da far credere che sia una bugia, come il partner che torna a casa e sentendosi chiedere con sospetto “dove sei stato?” risponde platealmente “dall’amante!”

Se vuoi un supporto psicologico che ti possa servire ad affrontare il mondo dell’inganno contatta online un professionista di psicologo360.it, tutta verità, nessuna bugia!

Bambini che non crescono mai

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 14.44

Bambini che non crescono mai, adulti ma eterni bambini, individui che non vogliono o non possono maturare e restano in quel mondo d’infanzia dove ogni cosa è possibile, tutto è bello e il cosmo esiste solo per accondiscendere i propri desideri e i propri umori, senza chiedere per ottenere: chi di noi non ne conosce qualcuno? Sono persone vivaci, curiose, brillanti, molto simpatiche, spesso di sesso maschile, padri di famiglia con una posizione lavorativa a volte incerta, e a vari livelli della loro vita si comportano come bambini, non molto adattati socialmente, incapaci di fare i conti con la realtà, egocentrici e impazienti, un po’ sfuggenti, come Peter Pan, appunto.

 

Chi soffre della sindrome cosiddetta di Peter Pan vede il mondo con ansia e non si assume alcuna responsabilità, si può definire narcisista e insoddisfatto della vita col risultato di un disadattamento al mondo esterno. Queste persone hanno un unico scopo: essere felici, stare bene e non avere bisogno di nessuno e di nulla.

Innocentemente, ma anche incoscientemente, non accettano la mediocrità e la banalità della vita, e quindi, la vita stessa, immolando se stessi a individui unici, meravigliosi, forzatamente diversi e per questo molto soli.

L’eterno ragazzo non è disposto a scendere a compromessi tra le sue fantasie e il mondo concreto, a sacrificare il proprio ideale per vivere nel sociale, a rifiutare l’idealistica parte di sé a favore di un adattamento nel mondo materiale.

Non a caso Peter Pan vola, tiene il distacco dal mondo e dalla vita, non ha mai i piedi per terra, tutto spensieratezza, fantasia e immagini che vivono solo nella sua testa e mai nelle sue emozioni. Il mancato contatto con la propria emotività è il vero problema di questi individui: essi difendono loro stessi dal dolore e dalla paura, ne mantengono le distanze, non possiedono gli strumenti per sentire l’angoscia e la tristezza, ma così facendo non sentono nemmeno la vera emozione della gioia di vivere propria di ognuno di noi.

Queste persone non hanno la capacità di entrare in ascolto con se stessi e coi loro sentimenti, quindi non possono entrare in ascolto con gli altri riconoscendo se stessi negli altri, di conseguenza viene a mancare la relazione.

Abbandonare questo profondo autocentrismo, passare per le naturali trasformazioni psicologiche delle tappe adolescenziali fatte di profonde passioni ed esagerata tristezza, volere e cercare aiuto per massimizzare il proprio sviluppo emozionale aiuta gli eterni bambini, che non vogliono più essere tali, ad assumersi un’identità e un ruolo, a riconoscere l’altro, a vedere se stessi e sentire se stessi, a condividerlo, a sapere cosa si desidera veramente fare della propria vita, cosa fare da grandi.

Se ti sei rivisto in queste righe, ti senti un po’ bambino e hai voglia di vedere la tua vita da un’altra prospettiva, contatta online un professionista di psicologo360.it e chiedi una consulenza per te e la tua voglia di stare bene.

 

 

Mettiamo la Psicologa dott.ssa Floriana Frasca.... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 18. settembre 2012 17.33

 

Qual è la tua specializzazione? Mi occupo dei disturbi d’ansia quali panico, fobie, ossessioni e compulsioni, disordini alimentari e presunte psicosi. Inoltre, mi occupo di formazione aziendale e selezione del personale.

Meglio la vita di coppia o quella da single? Non c’è una risposta giusta e una sbagliata, dipende dall’esigenze di una persona e dai propri obiettivi. L’importante è dire a fine giornata STO BENE

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita? Il più grande successo della mia vita è stato riuscire a dimostrare che sono professionale, intelligente e che ho delle risorse a tutte quelle persone che durante il mio cammino hanno scambiato la mia timidezza per inettitudine. Un grosso fallimento ancora non l’ho sperimentato, ma ho sperimentato molte delusioni che nonostante tutto mi hanno permesso di crescere e di non restare ferma sempre nello stesso punto.

Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? Per rilassarmi di solito leggo un romanzo, adoro leggere e immergermi nelle storie che siano romanzi rosa o romanzi gialli. Sono una divoratrice di libri. Amo anche molto i film come le commedie.

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Con le nuove tecnologie ho un ottimo rapporto, sono una sostenitrice di internet e di quello che la rete può regalarci.

Sei iscritto a facebook o a google+? Sono iscritto a facebook da tempo.

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? Sui social network l’amicizia da virtuale può diventare reale, dipende molto dalle persone e dai propri obiettivi. Io ritengo possa nascere una bella amicizia e soprattutto ritengo che se utilizzati bene possono portare le persone ad un arricchimento personale e ad uno scambio emotivo, relazione e cognitivo.

Essere felici per te significa...? Per me essere felice vuol dire tante cose, ma soprattutto significa godere delle piccole cose che ogni giorno mi capitano e riuscire a vedere sempre qualcosa di positivo anche nelle situazioni più disastrose.

Entra ora in contatto con la dott.ssa Floriana Frasca

 

 

Uomini di oggi

by Marzia Benvenuti 10. settembre 2012 15.11

Hanno pettorali e addominali scolpiti, tonificano il corpo con saune e massaggi, esibiscono una pelle liscia e idratata da fare invidia anche alle donne: ecco sono gli uomini di oggi.

 

 

 

 L'estrema attenzione al corpo per il maschio è diventata una preoccupazione assoluta e al tempo stesso il più ambito passatempo. Non è a caso che anche tra i maschi siano sempre più diffusi disturbi dell'alimentazione e dipendenza da sport, un tempo universo strettamente femminile. Alla base di tutto questo c'è la paura di invecchiare e un sentimento narcisistico.

Oggi gli uomini puntano tutto sul corpo, un corpo esteticamente bello e fisicamente sano, scaricando sul mezzo, ovvero un allenamento eccessivo e un controllo ossessivo sull'alimentazione. Molti iniziano con l'idea di farsi un fisico affascinante e perfetto, ma nella maggior parte dei casi, tenderanno a sviluppare una dipendenza che a seconda della vulnerabilità dell'individuo, può condurli verso patologie psichiatriche come i disturbi alimentari o dipendenza da steroidi.

Ad esempio la presenza di anoressia nervosa nell'uomo può risultare molto grave, in quanto non è visibile come quella femminile; questo perchè il maschio, nonostante questa continua ricerca di identità, si vergogna e tenderà così a non chiedere aiuto o lo farà in ritardo. Se una donna giunge in terapia dopo quattro anni dall'inizio del problema, mediamente ad uomo ci vogliono sette anni. Per fare diagnosi di anoressia maschile è necessario che ci sia una riduzione di testosterone con conseguente insufficienza erettile, fatto che scaturisce sentimenti di vergogna e bassa autostima. Inoltre, questi uomini sono maggiormente ipersensibili, hanno una tendenza alla depressione e al senso di colpa, timore della competizione e ansia nei rapporti sessuali.

Malgrado tutto la società, i mass media, non fanno altro che pubblicizzare icone maschili perfetti, uomini che sempre di più si avvicinano all'essere come una donna cercando di azzerare ove possibile le differenze di genere.

Se pensi di avere un disagio con il tuo corpo o un maggiore controllo per la tua forma fisica, anche se sei un uomo, puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360.

Stalking

by Marzia Benvenuti 10. settembre 2012 15.01

Oggi sempre di più, dalle cronache dei giornali e telegiornali si parla di episodi di stalking. 

Purtroppo oggi, questo fenomeno sta diventando di particolare diffusione e le donne sono le principali vittime di molestie.

Le motivazioni del perchè, il proprio ex o presunto tale inizi a mettere in atto questa serie di comportamenti, può dipendere da svariati motivi, come voler riallacciare i rapporti con il proprio partner o cercare vendetta per l'eventuale delusione subita, senza tenere conto dei desideri e le volontà dell'altro.

Nella maggior parte dei casi il molestatore diventa come dire "ossessionato" dalla sua vittima e in questo modo vorrà che lei faccia tutto quello che vuole, cosa non possibile, e proprio questo rifiuto tenderà a scatenare comportamenti aggressivi e violenti nei suoi confronti. In linea generale colui che è stalker presenta una serie di problematiche sul piano relazionale e nell'area affettivo-emotiva. Coloro trasformeranno le vite delle vittime in un inferno.

La vittima si trova così a vivere in una costante situazione di allerta, incrementando la quota ansiosa, e la paura di essere seguite e minacciate. Questa condizione psicologica fa da trampolino di lancio a tutta una serie di conseguenze negative come insicurezza, vulnerabilità, disturbi del sonno, sospettosità continua, sintomi paranoidei, sintomi fobici, senso di colpa, rabbia e infine isolamento. Infatti coloro che subiscono questa situazione tendono perlopiù ad isolarsi, conseguenza del fatto che in un primo momento, per allontanare il molestatore, evitano di uscire, cambieranno numero di telefono e in casi estremi arrivano a trasferirsi.

Essere vittime di Stalking, oggi lo è sempre di più, ma questo non deve permetterci di non vivere. Denunciate il fatto alle autorità, rivolgetevi a centri specifici per lo Stalking nelle vostre città, parlate con chi vi sta vicino, affrontate percorsi psicologici mirati, con lo scopo di allentare paura e ansia, per riportare la vittima a condurre la sua quotidianità.

Se sei vittima di questo fenomeno, o di violenze e abusi, o vuoi semplicemente avere maggiori informazioni, puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360.

La percezione del corpo

by Dott.ssa Valeria Cani 23. agosto 2012 11.39

Qual è la percezione del corpo che abbiamo? Qual è il profondo significato che assume il proprio corpo per una persona obesa o una ragazza anoressica, per una fotomodella o un palestrato?

Quale posa assumiamo quando ci stanno per scattare una fotografia, che vestito e che profumo scegliamo di indossare al mattino?

In altre parole quanto siamo soddisfatti del nostro fisico, quale immagine vogliamo dare di noi stessi, del nostro volto, del nostro corpo?

 

 Abitare nel proprio corpo, odiarlo o amarlo, sentirsi bellissimi oppure orrendi, sono concetti che rientrano a far parte di tutta la dinamica di costruzione dell’autostima che dura per tutta la nostra vita, come vogliamo essere conosciuti e apprezzati.

È come abitare nella nostra casa: la riteniamo brutta, o almeno migliorabile. Sogniamo la casa perfetta, la casa dei nostri sogni, altalenando tra l’impulso di abbandonarla e dalla nostalgia di qualcosa che è nostro. Ci lamentiamo in continuazione di qualcosa che non ci piace, ma poi siamo rassicurati da qualcosa che ci appartiene e facciamo di tutto, anche negando, per rimandare o ritrattare i progetti di cambiamento. Possiamo essere inquilini che si sentono distaccati dallo spazio fisico che ci ospita, abitiamo in un posto reale, ma con l’immaginazione viviamo nell’idea di una casa perfetta.

“Per essere belli bisogna volersi bene”, si dice. “Ma come faccio a volermi bene se sono così brutto?” Se non è possibile amare un corpo che non merita di essere amato in quanto brutto, ecco che al primo posto il criterio di valutazione è quello estetico, e sovrasta in tutto quello etico, concetto abbondantemente alimentato in un sistema culturale angoscioso a angosciante nei confronti dell’immagine.

Sia nella patologia, come l’anoressia, l’obesità, la bulimia, ma anche nella normalità, ci troviamo a vivere tra spazio reale e spazio immaginario, tra il nostro vero aspetto fisico e l’immagine di sé, e questo spazio è spesso motivo di sofferenza. Cosa alimenta questo disagio e quale sia il confine tra normalità e patologia è una domanda che ci poniamo. Come si forma nella nostra mete l’immagine del nostro corpo? In che rapporto sono l’immagine e la realtà del nostro fisico?

Il nostro se stesso cambia in continuazione, a seconda dei contesti in cui ci troviamo, a seconda del ruolo che assumiamo in un determinato momento, a seconda delle persone con cui abbiamo a che fare, a seconda di ciò che vogliamo che gli altri notino di noi.

Ma quando ci guardiamo allo specchio ecco che tutti questi aspetti si fondono in un'unica immagine che noi percepiamo e rappresentiamo di noi stessi più o meno autentica e coerente, certi comunque che quello che noi vorremmo far vedere agli altri raramente coincide con l’immagine che gli altri hanno di noi, ma il pensiero che noi abbiamo di noi stessi dipende da questa doppia conferma: quello che vedo io di me, quello che gli altri vedono di me. Standoci dentro non possiamo vedere da fuori il nostro corpo!

Di fronte allo specchio costruiamo progetti e cambiamo il nostro corpo mantenendo a fatica, soprattutto per le persone disturbate, un equilibrio della nostra identità. Le persone obese deformano il proprio corpo negando con le parole chili e centimetri, ciò che si definisce non corrisponde alle misure fisiche. Il mondo intero ci espone all’identificazione con la bellezza e la perfezione, bastano qualche spot pubblicitario o la fotografia un attore che il meccanismo di identificazione si mette in moto con confronti tra la propria esperienza corporea e una nuova immagine, il tutto sortisce nuove rappresentazioni del proprio sé e nuovi modi di significarlo.

Se credi di avere un disagio legato al tuo corpo, alla tua forma fisica, sei a dieta da tempo ma senza ottenere i risultati che vorresti è sufficiente iniziare con un colloquio online con uno psicologo professionista di www.psicologo360.it per affrontare meglio la situazione e abitare bene nel tuo corpo.

 

Sesso nei giovani

by Marzia Benvenuti 3. agosto 2012 12.52

 

Citando l'articolo da me pubblicato in precedenza l' ansia da esame, che tratta del concetto di ansia prestazionale, quello stato emotivo che entra in gioco in situazioni del tutto banali, possiamo inoltre riferirci anche ad un'altra sfera importante: quella del sesso, in particolare il sesso nei giovani.

 

Questo stato emotivo, caratterizzato dall'ansia, è spesso presente nei rapporti sessuali, e colpisce perlopiù i giovani uomini che hanno timore di fare la così detta: “brutta figura”.

Il pensiero dominante è quello di non essere all'altezza di quella ragazza, ma anche che è necessario dover fare una buona prestazione sessuale, altrimenti cosa potrà pensare di me.

Per tale motivo sempre di più esiste il fenomeno del Viagra tra i giovani.

Con l'uso delle “pillole blu”, il rapporto diventa più semplice e soprattutto, non subentra il pensiero di non fare una buona prestazione e di soddisfare a pieno la compagna.

Il sesso e la giusta prestazione anche erettile sono vissuti come una condizione sine qua non di come bisogna necessariamente essere, per un giusto amplesso: apparire come colui che è il maschio potente e non quello impotente.

 

Il Viagra, è un farmaco terapeutico, e viene usato per chi soffre di disfunzione erettile, ma se utilizzato in condizioni dove non esiste nessun problema fisico, ma solo un problema psicologico a lungo termine si possono avere effetti collaterali proprio a livello psichico, come ad esempio uno stato di dipendenza dal farmaco e un aumento della quota ansiosa ogni qualvolta che il soggetto si trova ad affrontare la situazione temuta. Quindi il Viagra sostituisce l'ansiolitico di sempre.

I giovani uomini, sono concentrati solo sul fare bene e la brutta figura non è minimamente contemplata. Stare in uno stato in cui tutto deve essere perfetto, dove non può esistere neanche un margine di errore, rende tutto più difficile, provocando un ulteriore incremento della quota ansiosa, attivando così un circolo vizioso senza fine.

Ciò che è essenziale è riflettere su quelle che sono le reali preoccupazioni, e pensare che una prestazione non al massimo non significa per forza essere degli incapaci o impotenti. Fare sesso deve essere una cosa piacevole e divertente per entrambi partner e non qualcosa che viene fatta a comando grazie all'azione di un farmaco.

 

Se ritieni di soffrire di questo problema o semplicemente desideri ricevere una consulenza puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360.

 

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Ansia

L'identità Virtuale

by Dott.ssa Valeria Cani 26. luglio 2012 19.13

Parliamo oggi del sé reale e dell’identità virtuale un argomento molto discusso in rete.

Tutto ciò che accade nella nostra vita, tutte le esperienze significative della nostra storia coinvolgono necessariamente la nostra identità personale, il nostro essere. La nostra identità personale ci permette di sapere che “io sono così” ed affermarci con noi stessi e con gli altri. Gli studi sulla personalità sono davvero molto numerosi e tutto ciò che la scienza psicologica ha potuto scoprire al riguardo è molto soddisfacente.

 

Lo sviluppo di tutte le tecnologie, quelle che ci permettono di stare in stretto contatto in tempo reale con persone a grande distanza geografica, di comunicare, quelle di interscambio soprattutto di internet coi suoi social network, fa nascere una nuova forma di identità: l’identità virtuale. È la messinscena di un sé non reale? È solo far credere di essere quello che non si è?

I chatter attribuiscono a se stessi caratteristiche della propria persona, del proprio carattere, delle proprie qualità fisiche non sempre corrispondenti a realtà. Come possiamo capire il nesso tra identità reale e identità virtuale che la persona attribuisce a se stessa? Quali sono i processi psicologici che ci fanno scegliere un nickname o un’immagine di noi stessi così lontani da chi siamo e da ciò che siamo?

L’anonimato del sé, la cui realtà non è verificabile, ci permette di avere un ridottissimo senso di responsabilità, e soprattutto permette di non avere paura del giudizio altrui. Questo porta ad un abbassamento delle nostre difese inibitorie per cui, essendo molto meno inibiti, ci sentiamo più liberi di esprimere le nostre pulsioni, i nostri desideri e i nostri pensieri più profondi. Siamo sicuri di non apparire come noi stessi autentici, ma come vorremmo che gli altri ci vedessero. Questo nuovo nostro sé, costruito da noi, molte volte è corrispondente al nostro sé ideale, a ciò che vorremmo essere, e ci permette di giocare ad essere non più noi stessi, ma qualcun altro, non in una pura finzione, ma in una interpretazione di qualcun’altro.

Essere in internet con un’altra identità è come poter vivere uno spazio psicologico in cui prendono corpo le fantasie e i desideri mai espressi e poterci permettere di essere come vorremmo.

Essere in chat con un’identità inventata è il canale in cui è possibile dare luce anche ad aspetti profondi e molto nascosti della propria personalità.

Potrebbe essere terapeutico potersi permettere di essere in internet molto più sicuri di noi stessi, brillanti e spigliati di quanto non lo siamo nella realtà, perché questo ci permette di riconoscere che le qualità mostrate in chat in realtà ci appartengono, e abbiamo trovato qui un canale per poterle esprimere senza paura, come se il chatter potesse avere qui la possibilità di conoscere e mostrare una parte di sé che fino ad allora era rimasta inespressa. Interpretare differenti ruoli e giocare al sé può dare vita a caratteristiche che erano rimaste un po’ nascoste nella vita reale.

Assumere in chat un’identità sessuale diversa dalla propria facilita il processo di conoscenza dell’altro sesso: molti si dichiarano di sesso opposto rispetto al proprio per poter entrare in contatto ed avere più confidenza con persone dell’altro sesso. Si tratta qui di viversi una certa forma di libertà rispetto a rigide schematizzazioni sociali legate al sesso e non necessariamente viverli come disturbi sessuali.

Anche la scelta dello pseudonimo è significativa perché possiamo qui scegliere quello che altri hanno scelto per noi alla nostra nascita, un nome legato ai nostri desideri, alla nostra percezione e all’immagine che solo noi stessi abbiamo di noi che rispecchia un nostro elemento distintivo.

È molto riduttivo attribuire solo proprietà di finzione all’identità virtuale e solo requisiti di realtà all’identità vera: questo gli psicologi professionisti di psicologo360.itlo sanno bene, e sanno che è possibile trasformare quelli che sembrano limiti della chat con i pazienti in preziose risorse psicologiche per andare incontro a tutti coloro che chiedono una consulenza in anonimato con totale garanzia e sicurezza professionale.

  

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