Ansia da esame

by Marzia Benvenuti 24. luglio 2012 12.09

Sempre più giovani, in particolare n questo periodo dell’anno, si trovano nella condizione di soffrire di ansia da esame.

L’ansia da esame è correlata all’ansia da prestazione che è per definizione caratterizzata da una risposta di tipo disadattivo a situazioni in cui alla persona viene richiesto di produrre una prestazione che può essere di vario genere. Quando si parla di ansia da prestazione ci riferiamo o al superamento di un esame o all'ambito sessuale.

 

 

 

 L'individuo che vive questa situazione, nonostante sia in possesso di conoscenze e capacità psicologiche, tenderà a percepire anche il più piccolo elemento come segno di minaccia per il buon esito della prestazione aggravando ulteriormente la sua ansia. Colui che ne soffre è dominato da sentimenti perlopiù negativi e distruttivi che provocano un ulteriore convinzione di non riuscire a superare l'esame, quindi di essere bocciato e di conseguenza di poter fare una brutta figura davanti agli amici e alla famiglia. Lo studente che soffre di ansia da esame, ritiene che tutto sia vincolato dall'esito finale, e che se non effettuerà una prestazione brillante, potrà perdere l'autostima e il consenso all'interno della sua cerchia sociale.

L'ansia da esame tenderà a comparire, già durante la preparazione, facendo insorgere, problematiche a livello cognitvo, come la sensazione di non ricordarsi ciò che è stato studiato, i cosidetti vuoti di memoria o l'insorgenza di disturbi del sonno come l'insonnia, un aumento della quota ansiosa accompagnata da nervosismo, stress, irritabilità, aggravando ulteriormente sull'individuo. Nei casi più gravi il soggetto può veramente fare scena muta all'esame, comportando così un ulteriore frustrazione e perdita di autostima.

L'ansia da esame così detta anche ansia da prestazione, ha comunque esiti positivi se affrontata e curata, soprattutto con la terapia cognitivo-comportamentale, grazie a tecniche sia cognitive, che di esposizione alle situazioni ansiogene, in maniera del tutto progressiva.

Se ritieni di soffrire di questo problema, o vuoi anche semplicemente ricevere una consulenza puoi rivolgerti agli esperti di Psicologo360.

 

 

Gli stalker

by Dott.ssa Valeria Cani 19. luglio 2012 14.42

Gli stalker e i casi di molestia denunciati da parte di una vittima di stalking sono, in questi ultimi anni, in netto aumento. Assistiamo con sempre maggior frequenza a donne, ma anche uomini, che sono terrorizzati dalle eccessive attenzioni da parte di ex partner o comunque persone non gradite, pedinamenti, regali, incessanti richieste di contatto, incontri e scontri fisici che degenerano anche in violenza. Sempre più spesso le vittime di stalking, riconoscendo il loro particolare stato emotivo e la propria condizione di bisogno si rivolgono a uno psicologo per avere supporto e sostegno, ma in che modo invece può essere spiegato il comportamento di uno stalker? Come può essere spiegato il comportamento così fortemente persecutorio di un individuo nei confronti della persona che dice di amare? Perché non può staccarsi da questa persona?

Si conoscono in letteratura diversi tipi di stalker: c’è la persona che, sentendosi molto sola, è in cerca di affetto e di intimità; c’è la persona che è incapace di relazionarsi adeguatamente con individui del sesso opposto; c’è la persona che porta molto rancore ed è alla ricerca di giustizia, anzi, vendetta per un torto che crede di aver subìto; c’è la persona che vuole solo ottenere del sesso; c’è infine chi è totalmente incapace di interrompere la relazione avuta e vuole ristabilire il legame a qualunque costo.

La scelta del partner affonda le proprie radici nelle relazioni che l’individuo ha avuto nella sua primissima e prima infanzia. Da queste relazioni, di solito è naturale che la più importante si abbia avuta con la propria madre, dipende il modo in cui si diventa capaci di amare e stabilire rapporti interpersonali a seconda della combinazione delle esperienze vissute.

L’adulto che mette in atto comportamenti persecutori ha avuto, nella propria infanzia, una persona che lo ha accudito in modo imprevedibile, un adulto che non ha potuto fornire al bambino (oggi adulto stalker) accudimento e protezione in sintonia coi suoi bisogni. Il bambino che si ritrova a ricevere cure da un adulto inaffidabile mette in atto strategie per ricevere attenzioni e percepisce se stesso come molto vulnerabile e incapace di affrontare le difficoltà. I bambini non accuditi in modo adeguato diventano collerici e paurosi e soprattutto utilizzano le proprie emozioni solo come mezzo per chiedere ciò di cui hanno bisogno.

Diventando adulte queste persone continuano ad esprimere le proprie emozioni in modo esagerato come canale di richiesta di soddisfazione dei propri bisogni, esprimere ad esempio la paura in modo eccessivo al posto del bisogno di conforto. Sono adulti collerici e gelosi per mantenere il controllo sull’altro e per la paura di essere abbandonati e si comportano in modo coercitivo a scapito di una relazione a due libera, paritetica e soddisfacente.

Quello che si vive da bambini si ripercuote ampliato nei nostri rapporti da adulti, soprattutto col nostro partner.

Lo stalker è quindi una persona particolarmente bisognosa di aiuto, aiuto per poter riconoscere i rifiuti che ha avuto da bambino e capire che non sono dipesi da lui, che non ne ha colpa per come era il suo carattere da piccolo o per qualcosa che ha detto o fatto. Da adulto è possibile capire come siano stati gli eventi a portare a quelle particolari condizioni, e che anche i propri genitori a loro volta probabilmente erano intrappolati in disagi mai affrontati e risolti.

Questo tipo di percorso psicologico è difficile, impegnativo e molto doloroso, richiede uno sforzo considerevole per poter avere accesso a una parte così profonda della propria coscienza per ottenere una ristrutturazione cognitiva ed emotiva allo scopo di andare al di fuori del modello mentale che si è creato negli anni. Con l’aiuto di un professionista che fornisce consulenze online su psicologo360.itsi può individuare lo psicoterapeuta a cui rivolgersi adatto a questo tipo di percorso personale.

 

 

Il Bullismo

by Marzia Benvenuti 17. luglio 2012 11.35

Il bullismo è un fenomeno sempre di più in crescita e spesso questi atti sono stati oggetto di fatti di cronaca italiana.

Il bullismo sta indicare atti di violenza perlopiù in ambito scolastico, nel periodo pre-adolescenziale e adolescenziale. Spesso viene confuso con i normali conflitti tra coetanei, ma il bullismo è qualcosa di più di un normale litigio, si tratta di una vera e propria forma di prepotenza continuativa e ricorrente caratterizzata anche da violenza fisica, la cui vittima vive la situazione in modo angosciante, in quanto perseguitata da parte di uno o più compagni.

 

 

Alcune azioni possono essere perlopiù di natura offensiva, come il continuo sbeffeggiamento o minaccia, altre volte con veri e propri attachi di violenza fisica, come calci, pugni, con il solo e unico scopo di emarginazione e di esclusione dal gruppo.

Colui o colei che è vittima di questo fenomeno si sente oppresso, vive la situazione con estrema tensione, e questo va a influenzare la famiglia, la scuola e altre situazioni sociali. Infatti le conseguenze del bullismo se sottovalutate possono rivelarsi anche irreparabili, in quanto il danno per l'autostima della vittima tende a mantenersi nel tempo inducendo così la persona a perdere fiducia in se stessa e nelle proprie relazioni sociali, che con il tempo possono essere causa di depressione. Inizialmente la vittima può riportare conseguenze a breve termine caratterizzate perlopiù dalla presenza di sintomi fisici come: mal di stomaco, mal di testa o dalla presenza di sintomi psicologici come disturbi del sonno, incubi, ansia, o difficoltà di concetrazione, un calo nel rendimento scolastico e con conseguente riluttanza nel andare a scuola. D'altro canto ci sono anche conseguenze a lungo termine, esiste il rischio di una possibile insorgenza di depressione,ansia, fobie sociali, così come di un disturbo post traumatico da stress, e in casi gravi sfociare in atti suicidari.

Purtroppo il bambino o la bambina che subisce tale fenomeno spesso nasconde il tutto sia alla famiglia che alla scuola, sia per paura di possibile ritorsioni da parte del bullo, ma anche per vergogna per quello che sta vivendo.

Ciò che è importante fare, è intervenire subito a i primi segnali di prepotenza, supportare le famiglie e le vittime con tecniche di assertività e terapie dinamiche familiari.

Se sei un genitore e stai affrontando questo problema puoi rivolgiti per una consulenza agli esperti di psicologo360.it.

 

 

L'obesità infantile

by Marzia Benvenuti 25. giugno 2012 15.00

L'obesità infantile è uno dei problemi più frequenti in età pediatrica e da molto tempo sta suscitando maggiore preoccupazione, anche per la fase adulta, per l'aumentare dei potenziali rischi per la salute.

Un altro aspetto del problema è quello delle ripercussioni psicologiche: infatti, l’obesità infantile comporta spesso una diminuzione dell’autostima e persino sindromi depressive.

 

 

 

Spesso i genitori si preoccupano quando il bambino mangia poco, raramente quando mangia troppo. Una dieta insufficiente può essere causa di una scarsa carenza di proteine, calcio, ferro, vitamine ed altri nutrienti essenziali alla crescita, di contro, un introito calorico eccessivo determina, dapprima un sovrappeso del bambino e poi, nella maggioranza dei casi, una manifesta obesità.
Non dobbiamo dimenticare che un’iperalimentazione nei primi due anni di vita oltre a causare un aumento di volume delle cellule adipose, determina anche un aumento del loro numero; da adulti, pertanto, si avrà una maggiore predisposizione all'obesità ed una difficoltà a scendere di peso o a mantenerlo nei limiti, perché sarà possibile ridurre le dimensioni delle cellule, ma non sarà possibile eliminarle
. Un bambino può diventare obeso non solo perché mangia troppo, ma anche perché mangia male, preferendo cibi molto calorici, ricchi di zuccheri e grassi, associati a bevande dolci.

L'obesità infantile è comunque dovuta ad un insieme di concause: non solo la scarsa educazione alimentare, ma anche una predisposizione genetica, l’ambiente familiare, le condizioni socioeconomiche e, soprattutto, lo stile di vita sedentario. Infatti il fattore di rischio maggiore è proprio la ridotta attività fisica o sedentarietà. L’esercizio fisico è di fondamentale importanza per il bambino che cresce, in quanto, oltre a farlo dimagrire, lo rende più attivo, contribuendo a ridistribuire le proporzioni tra massa magra e massa grassa. L’esercizio fisico serve altresì a limitare le attività sedentarie come lo stazionamento davanti alla televisione e l’uso eccessivo del computer. Ma l'obesità infantile può portare anche a conseguenze precoci sia sul piano fisico, come problemi respiratori (affaticabilità, e rischio di apnee notturne), disturbi all'apparato digerente, e infine problemi sul piano psicologico. I bambini grassottelli possono sentirsi a disagio e a provare vergogna, fino ad arrivare ad un vero rifiuto del proprio aspetto fisico; spesso sono bambini derisi, vittime di scherzi da parte dei coetanei e a rischio di perdere lautostima e sviluppare un senso di insicurezza, che li può portare allisolamento: escono meno di casa, trascorrono più tempo davanti alla televisione, instaurando un circolo vizioso che li porta ad una iperalimentazione reattiva.

Intervenire durante l'età evolutiva è di fondamentale importanza, perché ci dà la garanzia di risultati migliori e duraturi.

Ciò che importante fare prima di tutto è una giusta prevenzione, se il bambino ingrassa troppo non aspettate. Inoltre e' necessario una giusta e corretta sensibilizzazione al cibo, sfatando alcuni miti e abitudini importanti: come "il grasso è bello", ma informare in modo adeguato che l'obesita' puo' arrecare danno alla salute del proprio figlio. Occorre puntare sul coinvolgimento e non sui divieti assoluti, concedendoli di cedere anche alle tentazioni.

Se sei un genitore e stai affrontando questo problema puoi rivolgiti per una consulenza agli esperti di  psicologo360.it.

 

 

Dare se stessi agli altri

by Dott.ssa Valeria Cani 20. giugno 2012 16.07

Ci sono persone che dedicano la loro esistenza solo al fine di dare e dare, dare se stessi agli altri, le proprie attenzioni, il proprio tempo, anima e corpo agli altri dimenticandosi di se stessi e delle proprie necessità. Molte persone sono state educate per dedicarsi agli altri, proteggere, amare, impegnarsi solo per il prossimo, come una mamma costantemente dedita ai figli capacissima di rinunciare a se stessa addirittura negando i propri diritti, negando se stessa.

 

 Le persone esageratamente generose spesso hanno un’autostima altrettanto esageratamente scarsa e cercano relazioni dove sentirsi indispensabili ed essere protagonisti, alla ricerca dell’approvazione dell’altro per poi pensare che l’altro sia in debito con lui.

Essere generosi e manipolatori significa che queste persone offrono qualcosa agli altri, ma in cambio vogliono un riconoscimento o una ricompensa, pensano che poi gli altri siano in debito con loro, si aspettano sempre un tornaconto, restano delusi e fanno la vittima nel caso in cui non ricevano nulla.

La generosità autentica invece è come l’amore incondizionato: il vero generoso, donando, si sente moralmente ricompensato. Il dare è un’azione volontaria dell’offrire come regalo qualcosa di materiale o di spirituale che si possiede, senza chiedere nulla in cambio.

L’individuo che agisce solo rinunciando senza limiti solo a favore degli altri si sente vittima, crede che gli altri non siano riconoscenti, è ossessionato dai problemi altrui, si sente sempre offeso e risentito.

Occuparsi degli altri in modo eccessivo e dimenticarsi di se stessi è tipico delle persone codipendenti. In questo caso le persone credono che avere una relazione significhi essere necessari, dare tutto, dividere tutto e non pretendere nulla.

La paura che domina le emozioni delle persone che si comportano in questo modo è il terrore di essere rifiutati, ma questo potrebbe portare ad essere visti come poco sinceri o comunque poco autentici.

Occorre quindi essere assertivi, riflettere sulla capacità di chiedere in modo semplice e chiaro ciò che si desidera imparando prima a riconoscerlo dentro di sé. Essere chiaramente coscienti dei propri diritti aiuta ad apprezzare se stessi e porta al sentirsi meritevole di ciò che si riceve. È necessario imparare a rispettare se stessi, i propri bisogni, i propri desideri e i propri limiti, imparare a conciliare i propri interessi insieme a quelli degli altri, cercare l’equilibrio tra offrire e ricevere. Quando si riesce a dare e ricevere ci si arricchisce a vicenda.

Ricevere invece è importante tanto quanto il dare: amore, rispetto, appoggio, stima, sorrisi, ascolto, parole e gesti affettuosi sono elementi di reciproco scambio in una relazione sana. Occorre saper dare e altrettanto ricevere, avere ben chiari i limiti ed essere in grado di smettere di occuparsi dei bisogni degli altri quando è giusto occuparsi di se stessi, della propria vita e non solo della vita degli altri. Questa è la vera libertà: senza dipendenze o vincoli relazionali, l’affetto autentico deve essere libero e fondato sul rispetto di sé e dell’altro.

Entra ora in contatto con gli esperti di dipendenza di Psicologo360.it.

 

 

La vergogna

by Dott.ssa Valeria Cani 20. giugno 2012 15.55

Il sentimento della vergogna, di fare qualcosa di sconveniente in presenza di altri o anche la paura di apparire ridicoli ed essere oggetto di scherno, sono tutte emozioni che generano ansia, un’ansia legata al sociale, al fatto di trovarsi in una certa situazione proprio quando si è in mezzo ad altre persone che ci guardano e ci giudicano.


L’ansia diventa poi costante, e cominciamo ad evitare alcune situazioni o a fare certe cose in presenza di altri, ad esempio mangiare. I sintomi che accompagnano l’ansia sono evidenti, rossore in volto, tremore e sudore. In casi estremi diventa incontrollabile e quindi può degenerare in panico. Gli altri vengono visti come inquisitori e abbiamo estremamente paura della loro disapprovazione. La conseguenza di ciò può essere la fobia sociale, un vero e proprio blocco delle nostre azioni in pubblico per paura di essere giudicati negativamente, oppure il disturbo evitante di personalità con una grande chiusura in se stessi, nel silenzio, nell’isolamento dalla vita sociale e da una grande dipendenza dalle poche persone vicine, famiglia e qualche amico.

La vergogna nasce quando non vengono rispettate le regole, più o meno esplicite, dell’apparire o del fare sociale ai quali ognuno di noi sceglie di aderire.

La vergogna è un sentimento abbastanza comune che appartiene a individui anche con personalità molto diverse accomunate di solito da un senso di inferiorità, possibile risultato dell’aver ricevuto un’educazione piuttosto soffocante intrappolato nelle regole del vivere nel sociale piuttosto che vivere nella libertà dell’essere se stesso. Essere più preoccupati dell’immagine che gli altri hanno di noi stessi o peggio dell’immagine che ognuno di noi ha di se stesso, ha un legame col vivere dei nostri tempi dove la nostra immagine vale molto più che il nostro essere!

Nelle persone che troppo spesso temono di richiamare l’attenzione su di sé, la paura diventa patologica e si trasforma in fobia sociale. L’individuo ha paura di diventare oggetto di scherno da parte degli altri, di essere disprezzato dagli altri, di non essere accettato e riconosciuto.

Il senso della vergogna può paralizzare e impedire di fare qualsiasi cosa, qualsiasi azione fino a bloccare addirittura i pensieri per la paura di essere diversi dagli altri.

Ci sono persone che, al fine di avviare il senso della loro vergogna, modellano così tanto il loro modo di vivere  alle regole sociali che modificano loro stessi e si adattano al contesto sia col loro comportamento che col loro pensiero, seguono le mode, si allineano, si controllano solo a seconda di cosa richiede la situazione. Incapaci di essere se stessi sono quello che il contesto richiede rispondendo esclusivamente alle aspettative altrui.

Dietro tutto ciò ci sono persone con scarsissima fiducia di se stessi, delle proprie capacità, che si sentono inferiori agli altri e si sentono in colpa per questo! Le radici di questo disagio sono da ricercare in una fase della propria infanzia, di certo con un buon supporto psicologico si potrà ottenere della consapevolezza rispetto a ciò. Ma come cominciare a modificare la paura di vergognarsi ad esempio dopo aver fatto una brutta figura? Sarebbe possibile cominciare a pensare, ad esempio, che il lato positivo della situazione è l’essersi reso protagonista, e in questo caso, un protagonista assolutamente normale che per una volta ha potuto permettere a se stesso di sbagliare, per cui, come tutti, non considerarsi infallibile e perfetto.

Cominciamo a pensare anche che, alcuni comportamenti, sono considerati sconvenienti solo in alcune culture e quindi il senso del ridicolo varia a seconda del paese in cui ci troviamo, ciò che non è apprezzabile in uno stato lo è in un altro.

Di certo imparare a ridere di noi stessi è l’aiuto migliore che possiamo darci, cercare il lato ironico e fare in modo di ridere insieme agli altri in modo che gli altri ridano “con noi” e non “di noi”!

Per un consulto personale gli esperti di Psicologo360.it sono a vostra disposizione.

 

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Ansia

Terremoto: impatti psicologici

by Marzia Benvenuti 3. giugno 2012 14.42

In relazione ai tragici eventi che hanno colpito l’Emilia molti si stanno facendo domande su terremoto e impatti psicologici sulle persone. I disturbi psicologici successivi ad un trauma possono diventare cronici se non siamo in grado di vederli e il terremoto è uno degli eventi psicologicamente più terribili da superare.

 

 Le persone che sono affette da disturbo post traumatico da stress, solitamente sono state vittime di qualche trauma, scatenando un insieme di sintomi principalmente su base ansiosa, come la presenza di pensieri intrusivi, che hanno come tema il contenuto dell'evento traumatico; presenza di occasionali stati dissociativi, in cui la persona sembra rivivere, nei pensieri, nelle reazioni e nel comportamento, il trauma. La persona se esposta a situazioni che possono ricordarle l'evento, può reagire con forte ansia, angoscia e terrore, o con risposte strettamente comportamentali come la fuga. Inoltre è presente anche un costante stato di allerta che provoca un incremento dello stato ansioso.

Ciò che aggrava maggiormente l'insorgenza del disturbo post traumatico sono le continue scosse sismiche, che tendono ad aumentare il senso di insicurezza e di ansia, così come la presenza di tante persone nel panico fanno crescere l'ansia collettiva.

Da sottolineare che non tutti reagiscono nello stesso modo davanti al trauma, alcune persone necessiteranno semplicemente di rassicurazione e normalizzazione del fatto di essere in uno stato di ansia e preoccupazione o che semplicemente presentano difficoltà ad addormentarsi, ma messe in condizione di sicurezza e di organizzazione, tale condizione tenderà a risolversi da sola. Solo per coloro che la sofferenza tenderà a protrarsi per lungo tempo, allora può esserci il rischio dell'insorgenza del Disturbo Post-traumatico da stress.

Quindi davanti ad eventi di natura catastrofica, come il terremoto è importante un approccio psicologico, un sostegno anche semplicemente informativo per tutti coloro che sono state vittime di quell'evento a prescindere da chi ha subito lutti o perdite drammatiche. Inoltre è importante sottolineare che tutto questo è risolvibile con percorsi psicologici seguiti anche da tecniche comportamentali.

Se stai attraversando un momento come questo rivolgiti ai professionisti di Psicologo360 per avere una consulenza personalizzata.

 

Suicidio e crisi economica

by Marzia Benvenuti 24. maggio 2012 11.00

Ultimamente sempre più spesso si sta affrontando il legame tra suicidio e crisi economica, come se fosse diventato un rapporto inscindibile.

 

La perdita del lavoro specialmente in tarda età può essere fonte di una forte vergogna e senso di emarginazione all'interno della società, in quanto il soggetto si sente abbandonato a se stesso e incapace di contare sulle proprie forze, ma soprattutto si sente privo di ogni speranza per il futuro. Questa condizione può essere un potenziale fattore di rischio per il suicidio.

La perdita del lavoro da sempre rappresenta implicazioni negative sull'uomo, in quanto lavorare è avere dignità e sentirsi parte di un sistema, in cui l'individuo si sente necessario e ha il concetto di possedere un certo "ruolo".

Per definizione il suicidio è un dialogo interiore, che il soggetto si fa per risolvere determinati problemi che gli causano sofferenza estrema. Nella maggior parte dei casi la nostra mente produce soluzioni alternative, ma in altre situazioni il soggetto non riesce a vedere nessuna via di uscita e ritiene il suicidio come l'unica soluzione possibile.

E' necessario sottolineare però, che coloro che compiono questi gesti nella maggior parte dei casi sono soggetti con patologie psichiatriche, perlopiù di tipo depressiva, che da tempo stanno vivendo momenti di grande angoscia e intensa sofferenza psichica; incorrendo in un specifico evento dal quale non vedono nessuna via di uscita la decisione suicida diventa quella più opportuna e plausibile. L'atto suicidario può essere considerato la complicazione estrema di una patologia mentale non trattata in modo adeguato. In prima istanza è importante dire che questi gesti non sono necessariamente legati alla crisi economica, in quanto è vero sì che questa condizione di precarietà e la perdita di lavoro conducono l'uomo sull'orlo di un deragliamento emozionale, dominato perlopiù dalla vergogna di non riuscire a mantenere la famiglia in modo adeguato, ma allo stesso tempo anche situazioni come la fine di un matrimonio, o una malattia o altro, che possa essere significativo per quell'individuo può condurre nel tempo a prendere la decisione suicida.

Ciò che importante fare è rivolgersi ad uno specialista fin dai primi segnali di difficoltà, e di cedimento psicologico, chiedendo aiuto, in quanto proprio la richiesta e una terapia adeguata sono la migliore prevenzione di fronte agli atti suicidari.

Per maggiori informazioni e consulenze online personalizzate rivolgiti agli esperti di di Psicologo360.

 

Infertilità maschile: l’impatto psicologico sulla coppia in un caso reale

by Daniela Carchen 23. maggio 2012 13.43

Da anni, ormai, sono in aumento i casi d’infertilità maschile. Grazie, infatti, al miglioramento e all’affinamento delle capacità diagnostiche si arriva più semplicemente che in passato a stabilire “l’origine” dell’infertilità.

 

Sono molte e assai diverse le cause dell’infertilità maschile e – da un punto di vista strettamente psicologico – non ci interessa entrare strettamente nel merito delle problematiche organiche che portano a questo esito (a volte reversibile a volte no). Fatto sta che, ha un certo punto di un percorso diagnostico e di presa di consapevolezza lungo e faticoso una coppia riceve questa diagnosi che “imputa” a uno dei due partner la responsabilità dell’evento infertilità. Questa diagnosi può avere un effetto devastante sull’equilibrio di alcune coppie.

Riferisco brevemente di una famiglia che ha attraversato e sta ancora attraversando un iter simile.  Userò, per semplicità narrativa degli pseudonimi. Francesca è una giovane donna di trent’anni, Roberto suo marito ha pochi anni di più.  Si sposano pochi mesi dopo essersi fidanzati e costruiscono una casa molto bella con due stanzette per i bambini che verranno. Roberto sa già da qualche tempo di avere un varicocele e si è già operato due volte per tentare di risolvere questa difficoltà. Non si sottopone a nessun test per verificare lo stato della sua fertilità né Francesca glielo chiede. Dopo un anno dal matrimonio, Roberto chiede a Francesca di avere un bimbo – lei preferisce rimandare ancora per stare un po’ da soli in coppia. Qualche tempo dopo provano a realizzare questo sogno ma si scontrano con una realtà diversa da quella che speravano. Approfondiscono medicalmente e scoprono che il varicocele ha compromesso la fertilità di Roberto.

Francesca entra in sofferenza: non riesce ad elaborare consapevolmente la “rabbia” che questa diagnosi le ha suscitato. Tutti i suoi sogni crollano e lei non sa su chi scaricare la sua frustrazione. Nega a se stessa di percepire la sua ostilità: sa di essere una brava persona e pensa che non sia possibile o etico sentire un vissuto negativo verso il marito per una cosa simile. Entra in depressione e per diversi mesi non riesce a dormire la notte.

Roberto si trasforma in un marito “ideale”: la copre di regali, la coccola, le fa piccole sorprese e si diletta in cucina.

Quando, dopo qualche tempo, decidono di affrontare insieme questa fase. In terapia si parlano, raccontano a se stessi e al partner come si sentono ed elaborano il “lutto” e la rabbia.

Sempre insieme decidono di non voler sottoporsi alla fecondazione assistita e iniziano l’iter per l’adozione internazionale.

Ora sono una coppia felice: hanno costruito insieme una vita che li soddisfa e attendono (comprensibilmente tra qualche ansia) l’arrivo dei bimbi che adotteranno.

Con Psicologo360 è possibile chiedere aiuto anche a distanza contattando uno dei suoi professionisti: Elenco professionisti.

 

 

La prova costume

by Marzia Benvenuti 15. maggio 2012 16.10

L’estate è alle porte e la prova costume può rappresentare una fonte di ansia per molte persone. Avere una buona opinione di noi stessi per quanto riguarda il nostro corpo non è cosa poi così scontata. Le donne spesso, sono ipercritiche a riguardo e si lamentano su come appaiono allo specchio. La bella stagione ci costringe a svelare quelli che sono i piccoli difetti: e proprio questi possono essere fonte di stress e di disagio se non si ha un buon rapporto con il proprio fisico.

E' importante sottolineare che l'aspetto fisico e l’immagine corporea non sono la stessa cosa: se l'aspetto fisico fa riferimento a come si è oggettivamente (la pelle, gli occhi, la statura ecc.), l'immagine corporea è la rappresentazione del corpo che si costruisce nella mente ed è il risultato di emozioni, pensieri, giudizi, sensazioni, percezioni e ricordi: e spesso non coincidono.

Le donne di solito tendono a vedersi più grasse di quelle che sono, concentrandosi sui propri difetti credendo in qualche modo che siano visibili anche agli altri.

La prova costume produce in molti casi ansiae anche depressione, in quanto i sentimenti più frequenti sono: il senso di inadeguatezza e di vergogna verso il proprio corpo. Per ricorrere ai ripari si intraprendono delle vere e proprie terapie d'urto, come diete particolarmente restrittive o eccessiva attività fisica, tutto con la speranza di perdere quei chili di troppo. Purtroppo, esse tenderanno a produrre solo un effetto "yo-yo" causato da un cattivo comportamento alimentare.

La cosa importante è avere una corretta alimentazione e una costante attività fisica fatta per le esigenze della singola persona, non dobbiamo prefissarci degli obiettivi il più delle volte del tutto inacessibili o troppo stressanti anche per il nostro fisico.

Innanzitutto dobbiamo imparare a ricercare un equilibrio psicologico, accompagnato da una buona autostima allontanandoci dagli stereotipi della vita di oggi, fornendo soluzioni diverse dal significato che magro e snello sono indice di perfezione.

Se è necessario chiedi aiuto rivolgendoti ad uno specialista. Se stai affrontando un malessere di questo tipo o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta gli specialisti di Psicologo360.it

  

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