Malattie della pelle: cause ed effetti

by Dr. Massimiliano Paglione 26. marzo 2012 16.08

 

Le malattie della pelle o anche dermopatie hanno un’origine ed un decorso che si intrecciano, in modi e misure diverse, con il vissuto psichico di chi ne è affetto. Spesso è evidente come un evento stressante funga da innesco per queste patologie, fermo restando che sia presente nel soggetto un substrato biologico predisposto.  In questi casi la tensione interiore del soggetto non riesce a risolversi all’interno dei suoi confini psichici e si riversa sull’organo più sensibile e simbolico di tutto il corpo, la pelle. Tuttavia lo stress non esaurisce il suo effetto con l’esordio della patologia in quanto i problemi quotidiani vissuti dal malato diventano essi stessi fattori di tensione che accrescono la gravità del disturbo ed influenzano negativamente la qualità di vita del soggetto. Si arriva così alla creazione dello stigma, inteso come “un marchio biologico o sociale che divide una persona dalle altre discriminandola e spezzando le interazioni con gli altri”, ed il sentimento che ne deriva. Il sentimento di stigma non riguarda la percezione dell’altro rispetto al dermopatico, bensì ciò che quest’ultimo prova in relazione alla sua diversità. L’aspetto psicosociale è forse il più dirompente per questi soggetti, in quanto spesso sono pervasi da un profondo imbarazzo che interferisce, a volte fino ad inibire, con le proprie attività sociali giornaliere, di svago o professionali.

 

Secondo uno studio gli effetti più comuni delle dermopatie sono l’evitamento di luoghi pubblici (come piscine, palestre, spiagge etc.) e di alcuni tipi di abiti (nello specifico quelli che metterebbero a nudo la deturpazione), un diffuso senso di colpa e di vergogna, ma soprattutto un continuo turbamento emotivo condizionato da una accresciuta importanza verso le opinioni altrui, dal sentirsi continuamente fissati, da una sensazione continua e diffusa di sporcizia. Nel primo caso si assiste ad un fenomeno noto come “anticipazione del rifiuto”: il paziente tende ad auto-escludersi dalle situazioni sociali, intime e quotidiane che richiedono una buona capacità di relazione, poiché giudica insopportabile l’idea che altri potrebbero additarlo o emarginarlo o addirittura escluderlo. Nel secondo caso si genera una riduzione dell’autostima ed un abbassamento dell’Immagine Corporea ideale. Nell’ultima situazione vengono a crearsi una serie di percezioni negative di se stessi quali un generale senso di debolezza e di fragilità con un conseguente Senso di Sé deficitario. Il sentimento di stigmatizzazione fortunatamente non è un passaggio obbligatorio nei soggetti dermopatici ed esso stesso può avere un peso diverso a seconda dei periodi di vita di una stessa persona; infatti una stessa deturpazione assume connotazioni diverse in un periodo come l’adolescenza piuttosto che nell’età matura o nella senescenza, così come le implicazioni sono differenti tra la popolazione maschile e quella femminile. Tuttavia è sempre utile in queste situazioni chiedere un supporto psicologico ad uno specialista in grado di aiutare il soggetto ad accettarsi per quello che è, spezzando così il cerchio negativo che alimenta la patologia e creando un circolo positivo che giocoforza influirà positivamente sulla sintomatologia.

Un esempio è Maria, una donna di mezz’età  affetta da molti anni da una dermatite che le deturpava il viso. Con un percorso psicoterapeutico adeguato è riuscita a conquistare una propria serenità interiore che con il tempo si è riversata sulle escoriazioni alleviandole notevolmente.

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ALCOLISMO: dipendenza e soluzioni

by Dr. Massimiliano Paglione 26. marzo 2012 15.50

 

L’alcolismo è una dipendenza dall’alcol. L'alcol è una sostanza psicoattiva che generalmente provoca per un determinato periodo appagamento, sedazione, euforia; per contro può portare l’individuo ad una dipendenza fisica che genera conseguentemente  danni alle strutture cerebrali e ad altri organi primari quali cuore e fegato. La dipendenza dall’alcol è il discrimine tra ciò che attualmente viene considerato patologico (per l’appunto la dipendenza da alcol) da ciò che è un precursore della patologia (l’abuso di alcol).
 

 

L’alcolismo, una volta divenuto cronico, porta ad una serie di problematiche non solo di carattere organico; i riflessi di questa condizione ricadono anche sullo stato psicologico dell’individuo, con una crescente alterazione della propria personalità verso una accentuazione e “drammatizzazione” dei propri tratti temperamentali. A volte il decorso della dipendenza può spingersi fino alla comparsa di psicosi alcoliche di tipo paranoideo come i deliri di gelosia e di persecuzione, oppure di disturbi della percezione e allucinazioni; un’ultima e tragica possibile deriva è la demenza alcolica. L’alcolismo inoltre, pur essendo una patologia individuale, quasi sempre rivolge il suo potere distruttivo sui legami dell’individuo, ed in primis sulla sua famiglia, compromettendoli seriamente. Come è vero che il gruppo subisce le conseguenze dell’alcolismo di un individuo, è anche vero che può sostenerlo ed incoraggiarlo a risolvere i suoi problemi di dipendenza; spesso è proprio la famiglia a prendere l’iniziativa esponendo il problema ad uno specialista. Il primo passo è accettare l’idea di avere un problema di dipendenza; una volta superato questo scoglio, si potrà instaurare un clima collaborativo con l’individuazione di un nemico comune, l’alcol. Il secondo passo sarà il tentativo di un’astinenza controllata con l’utilizzo di “tutor” esterni quali ad esempio la famiglia, oppure un'astinenza concordata con l'utilizzo di strumenti di controllo intermedi di tipo psicoterapeutico. Infine il terzo ed ultimo passo, ovvero l’astinenza completa monitorata  dal paziente stesso.

I trattamenti psicoterapeutici adatti nel fronteggiare l’alcolismo sono vari.  Si può optare per un trattamento di gruppo, che si basa sull'ascolto e la condivisione dei problemi del soggetto che viene contemporaneamente sostenuto e incoraggiato da persone che possiedono le medesime problematiche. C’è la psicoterapia familiare, dove vengono discusse le problematiche familiari che condizionano il soggetto e lo ostacolano nel raggiungimento di un equilibrio interiore, fattore indispensabile per il mantenimento della sobrietà. Infine c’è la possibilità di un trattamento individuale, in cui diventa indispensabile l’alleanza tra paziente e psicoterapeuta con quest’ultimo in grado di consigliare, controllare, creare condizioni e motivare senza sconfinare nel “giudizio morale” che riporterebbe il trattamento al punto di partenza. È questo il caso di Antonio, un uomo di 35 anni che dopo anni “turbolenti” ha deciso di affidarsi ad uno specialista (in questo caso di orientamento cognitivo-comportamentale) ed ha così intrapreso un percorso che lo sta portando a ricoprire di nuovo quel ruolo nella società che l’alcol gli aveva ormai precluso.

Uno psicologo online può essere il primo passo per una consulenza personalizzata.  Per maggiori informazioni o consulenze personalizzate tramite uno psicologo on line è possibile rivolgersi gli esperti di psicologo360.it

 

La pornodipendenza come si manifesta?

by Dr. Massimiliano Paglione 6. marzo 2012 17.24

 

La pornodipendenza è una patologia che negli ultimi anni ha avuto un incremento esponenziale dovuto soprattutto alla maggior fruibilità di materiale pornografico, causato dalle nuove tecnologie come internet che ne ha reso praticamente illimitato l’accesso sia in termini di quantità che di tempo. Solitamente essa si riscontra negli uomini (anche se la popolazione femminile che ne risulta affetta è in rapida ascesa, con un rapporto stimato di 1:4), e colpisce indistintamente soggetti di ogni età, livello culturale, credo religioso, orientamento sessuale. La pornodipendenza si manifesta come una “ricerca compulsiva di emozioni piacevoli”: queste emozioni si concretizzano per lo più nella visione di materiale porno o l’utilizzo di chat erotiche. Durante queste contemplazioni il soggetto mette in atto una sorta di “masturbazione controllata” con la quale mantiene il livello di eccitazione il più a lungo possibile trascinando l’attività per ore. La masturbazione compulsiva termina quando sopraggiunge un malessere fisico oppure il disagio per la propria azione sovrasta finalmente il piacere e si attua l’unica via d’uscita possibile, ossia l'eiaculazione. Con il successivo calo immediato della tensione, sopraggiunge il disprezzo per le immagini fino a quel momento contemplate e lo sconforto sia per ciò che si è fatto e per il tempo perduto, tempo sottratto alle altre attività quotidiane. I problemi che comporta la pornodipendenza sono vari ed investono in primis la sfera sessuale. Sopraggiunge un calo quasi assoluto del desiderio sessuale che coinvolge sia la ricerca  che la voglia di un partner reale, il quale non può “soddisfare” le fantasie sempre più perverse del soggetto; si scivola in una impotenza parziale o totale con possibilità di erezione ed eiaculazione (per gli uomini) solo attraverso la visione di materiale pornografico; infine si giunge all’emarginazione dell’altro sesso come semplice oggetto di piacere sessuale. Sotto il profilo psicologico e sociale la pornodipendenza si ripercuote su molti aspetti della vita: la masturbazione compulsiva e continuata produce una progressiva sfiducia in se stessi che travolge i rapporti sociali e di amicizia, e indebolisce le capacità di applicazione ed attenzione nel proprio lavoro o studio poiché si è continuamente assorbiti dall’atto masturbatorio o dal suo pensiero.

 

Emblematico è il caso di Franco, un libero professionista che per lavoro era continuamente in rete e si era via via fatto trascinare dalla pornodipendenza in un turbinio di perversioni per le quali aveva accantonato lavoro, affari e famiglia. Più di una volta Franco aveva provato a smettere in maniera drastica definitiva ma ad ogni tentativo si era lasciato sopraffare dalla tentazione ed aveva ricominciato. Nel frattempo le sue perversioni si erano fatte sempre più oscene e contemporaneamente non riusciva ad avere più un sano rapporto con la moglie, verso la quale addirittura sentiva repulsione. La dipendenza lo stava inesorabilmente portando a perdere il suo lavoro, i suoi soldi e soprattutto i suoi affetti, che tra l’altro erano totalmente all’oscuro del problema. Solo dopo aver realizzato la gravità della propria condotta Franco ha chiesto aiuto ad uno specialista ed è  riuscito a focalizzare i perché della sua compulsione, che risiedevano nella bassa autostima e non nella ricerca sfrenata di piacere; pian piano è stato capace di venirne fuori riallacciando una sana e reale vita sessuale con la propria partner e riappropriandosi della sua vita.

 

Per maggiori informazioni  o consulenze personalizzate tramite uno psicologo on line è possibile rivolgersi gli esperti di psicologo360.it

 

 

I disturbi ossessivi compulsivi: sintomi

by Dr. Massimiliano Paglione 5. marzo 2012 18.54

 

La società moderna è sempre più permeata da una ricerca spasmodica del “fare”, “pensare”, “avere”, e ciò conduce ad un inesorabile scivolare verso ritmi convulsi ed a volte insostenibili per il singolo individuo. Uno dei rischi che tale frenesia comporta è lo svilupparsi di stili di vita che esaltano eccessivamente il pensiero e l’azione a discapito degli aspetti meno razionali come il sentimento e la creatività. Così tutto viene sacrificato in nome di produttività-lavoro-progresso,  un atteggiamento che genera ammirazione nella nostra società; ammirazione che va ad incrementare  ulteriormente gli elementi che l’hanno generata creando un pericolosissimo circuito. Alcune persone possono orientarsi verso un uso smodato del pensiero, che diventa così pervasivo rispetto a tutte le altre funzioni ed impedisce di godere appieno di qualsiasi situazione; tipiche di questo spettro sono le persone che si bloccano davanti ad ogni decisione nella ricerca disperata di quella “perfetta”. Altre persone sono orientate invece verso l’azione, e contrariamente alle precedenti si lanciano  nell’attività senza considerare neanche per un istante eventuali valutazioni e alternative. Le prime  sono le cosiddette personalità ossessive, le seconde vengono invece definite come compulsive. Questi disturbi nella clinica vengono appaiati poiché non di rado coesistono nello stesso individuo, in quanto entrambi sono il prodotto dell’aggiramento del pensiero strumentale e del sentimento espressivo. In altre parole questi meccanismi intervengono quando l’individuo si trova di fronte ad una scelta, e non sono di per sé patologici; divengono tali se diventano la maniera elettiva di rispondere alle situazioni, anche quotidiane, di vita. Così ci si imbatte in quella persona che cerca disperatamente lavoro ma di fronte ad una reale occasione rifiuta dopo mille astruse valutazioni, e viceversa quella persona che rimane al lavoro tutto il giorno trascurando tutto il resto.

 

Un caso lampante è quello di Martina, una donna di 35 anni impiegata come segretaria in una azienda. Martina all’interno della società era sempre stata considerata un punto di riferimento; ciò da un lato la gratificava molto, dall’altro la spingeva a lavorare in maniera sempre più efficiente e frenetico. I problemi per Martina iniziarono quando, vista la posizione da lei ricoperta, le fu consigliato dai superiori di migliorare il suo inglese frequentando privatamente un corso. Questa richiesta, anche a suo dire innocua, l’aveva gettata nello sconforto poiché non era in grado di decidere quale corso frequentare; troppo costosi, troppo scomodi, troppo affollati, troppo impegnativi e così via. Nel frattempo l’ambiente di lavoro la rendeva sempre più inquieta e dopo alcune settimane di tensione aveva deciso di rivolgersi ad uno specialista. Dopo alcune sedute piene di disquisizioni tecniche Martina realizzò che le resistenze nel frequentare un corso erano frutto della “umiliazione” che sentiva di aver subito; aveva impostato la sua autostima sul lavoro tralasciando ogni altro piacere, e dunque quel “consiglio” le aveva fatto perdere ogni certezza gettandola in una terribile indecisione. La presa di coscienza di ciò che stava dietro le sue paure portò Martina a rivalutare anche altre situazioni di vita, come ad esempio tutte le direttive e valutazioni che si era autoimposta per la ricerca di un partner, ricerca che inoltre aveva bypassato lavorando per 12 ore al giorno. Le nuove consapevolezze portarono Martina a ristrutturare il suo stile di vita dando maggiore spazio agli aspetti emozionali e assumendosi l’onere di scegliere accettando il rischio di poter sbagliare.

Se pensate di avere dei sintomi di questo tipo o volete dei consigli, contattate i professionisti di Psicologo360.it

 

Mettiamo la Psicologa dott.ssa Teresa Carcione... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 5. marzo 2012 10.58

 

Conosciamo un pò di più la dott.ssa Teresa Carcione

Qual è la tua specializzazione? Mi occupo di adulti e adolescenti, il tipo di consulenza percorsi di sostegno psicologico, sino a trattamenti più strutturati e duraturi che mirano alla promozione del benessere psicologico, quindi al cambiamento e miglioramento del quotidiano e della vita.

Meglio la vita di coppia o quella da single? Credo che fondamentalmente nella vita non si è mai single, ma il principio fondamentale è che se c'è un equilibrio nel proprio vissuto " essere" si vive bene sia da single che in coppia.

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita? Nella vita ci sono momenti positivi e negativi, fortunatamente non ritengo che si possano definire fallimenti, ma solo esperienze di vita che contribuiscono ad acquisire nuove conoscenze per mettere in atto cambiamenti che mirano ad una qualità di vita migliore.

Per rilassarsi è meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonnoPer me rilassarsi significa stare con amici o comunque con le persone care...viviamo in modo frenetico che spesso non abbiamo tempo ne per noi ne per gli altri...e preferisco rilassarmi così!

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Nasco come perito informatico, in più sono un tecnico specializzato ADSL quindi credo un sano discreto rapporto.

 Sei iscritta a facebook o a google+? Sono iscritta a facebook.

 Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? L'interazione "sana" è il motore del confronto quindi che sia reale o virtuale non c'è differenza, l'importante è che ci sia sempre rispetto.

 Essere felici per te cosa significa...? Domanda molto interessante....la felicità è nutrimento dell'anima. 

 Entra ora in contatto con la dott.ssa Teresa Carcione

 

 

 

 

Disturbi specifici dell’apprendimento e le sue ripercussioni

by Dr. Massimiliano Paglione 22. febbraio 2012 12.21

Un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) spesso ha delle ripercussioni che vanno aldilà delle competenze sulle quali incide, siano esse la lettura, la scrittura o il calcolo. La scoperta di questi disturbi, che purtroppo non sempre coincide con una corretta diagnosi, avviene solitamente durante i primi anni di scuola, quando il bambino inizia ad incontrare grosse difficoltà in attività e compiti che per i suoi coetanei sono naturali. Ciò comporta un senso di frustrazione, vissuto prevalentemente in ambiente scolastico, che può sfociare in due tipi di disturbi, esternalizzanti ed internalizzanti, a seconda della qualità dei legami di attaccamento con le figure di riferimento.

 

 

I disturbi internalizzanti sono il frutto di una “chiusura depressiva”; il bambino può arrivare a sviluppare attacchi di panico, fobie, disturbi somatoformi, disturbi dell’umore. Tutte queste condizioni comportano una conseguente avversione per l’ambiente scolastico che non di rado si traduce in assenze prolungate o ritiri temporanei, che a loro volta interferiscono pesantemente sulle possibilità di trattamento e recupero delle difficoltà nel settore didattico.

I disturbi specifici dell’apprendimento classificabili come disturbi esternalizzanti invece hanno come fonte la “oppositività” del bambino che viene classificato come iperattivo, con deficit di attenzione, provocatorio. In altre parole il bambino, di fronte alla frustrazione derivante dall’incapacità di eseguire un compito, reagisce in maniera scomposta evitando così di dover fare i conti con i propri insuccessi scolastici. I casi di disturbi esternalizzanti arrivano maggiormente all’attenzione dei servizi  poiché, a differenza di quelli internalizzanti, spesso penalizzano l’intera classe nel quale il bambino è inserito (a causa del suo comportamento indisciplinato durante le lezioni), e dunque drammatizzano il problema.

Di fronte ad aspetti oppositivi del bambino in classe i servizi, la famiglia e la scuola devono interrogarsi  e capire se tale atteggiamento non sia frutto di continue frustrazioni; in tal caso il più delle volte la semplice chiarificazione del problema, unitamente ad interventi di tipo dispensativo (esonero dalla lettura ad alta voce, dal dettato etc.) e compensativo (supporti informatici, ausili elettronici etc.) portano ad un sensibile miglioramento della situazione, così da permettere un intervento diretto sul problema reale del bambino (dislessia, disortografia, discalculia) e non su quello secondario (internalizzante o esternalizzante).

Un esempio di tutto ciò è il caso di Davide, un bambino di 8 anni al quale era stato affiancato un educatore durante l’orario scolastico, a causa del suo comportamento irrequieto durante le lezioni. Davide spesso interrompeva le lezioni con atteggiamenti provocatori, per la disperazione delle maestre, si mostrava aggressivo nei confronti dei compagni ed in più di un’occasione era addirittura fuggito da scuola. Il contatto prolungato con l’operatore ha portato alla luce le vere difficoltà di Davide e così sono state messe in atto tutte le strategie necessarie affinché il bambino affrontasse con i giusti strumenti il percorso didattico; conseguentemente la scuola si è presto trasformata per lui  in un ambiente gratificante dove può svolgere le attività in maniera appagante, e di fronte agli ostacoli non reagisce più con la fuga o l’evitamento bensì segnala serenamente le sue difficoltà, consapevole dei suoi limiti ma anche di quanto sia apprezzato da tutti il suo atteggiamento positivo.

Se pensi di avere un figlio o un parente che manifesta dei sintomi di questo tipo o vuoi dei consigli, contatta gli i professionisti di Psicologo360.it

 

 

 

 

Anoressia e sofferenza

by Dott.ssa Rachele Ceschin 20. febbraio 2012 18.10

Guardare all'anoressia come a una forma grave di psicopatologia spesso distoglie la nostra attenzione dal vero significato che essa ha nella vita di chi viene incluso in questa diagnosi:  l'etichetta della malattia sposta infatti  l'attenzione sul sintomo piuttosto che sulla sofferenza che lo causa: la perdita di peso, l' amenorrea e il rifiuto del cibo sono espressioni manifeste di una grandissima sofferenza latente e spesso impossibile da esprimere. Se guardiamo l’anoressia come un “grande sintomo” è più facile comprendere la profonda sofferenza che porta queste persone ad andare contro la vita stessa. Un dolore che apparentemente nessuno sembra essere in grado di comprendere e che viene nascosto, a regola d’arte, dall’etichetta diagnostica “anoressia nervosa”.

Che cosa significa avere una diagnosi di Anoressia Nervosa?

Significa essere al centro dell'attenzione almeno 3 volte al giorno, nei momenti della colazione, del pranzo e della cena, osservati, incompresi, giudicati. Significa non condividere più con le persone che amiamo quei momenti tipicamente conviviali della nostra cultura: i pranzi, le cene fuori, i compleanni, gli aperitivi, le grigliate con gli amici. Significa restringere il proprio mondo al cibo e al corpo, sempre troppo gonfio o mai abbastanza magro.

 

D'altronde come esseri umani questo apre un conflitto non indifferente su quello che dovrebbe essere un istinto innato alla sopravvivenza. L’anoressia contemporanea si inscrive nello spirito della nostra era, nell’ambito dei valori estetici della sovrabbondanza: il cibo perde carattere di necessità per entrare in una sfera più astratta.

E' evidente come questa forma di disturbo sia molto invalidante per la persona che lo vive. Questo è uno dei motivi che ha spinto molti “studiosi della mente” a formulare teorie per comprenderne le molteplici cause e fare ipotesi di intervento.

In particolare, secondo l’approccio cognitivo-costruttivista la chiave di volta nel trattamento e nella comprensione dell’anoressia consiste nel legittimare proprio questa sofferenza e costruire insieme al paziente il significato e l’utilità che questo sintomo assume nella propria quotidianità. Dare un senso alla propria sofferenza è già parte di un cambiamento terapeutico perché permette all’individuo di vivere il disturbo non come una malattia estranea a sé che aggredisce l’organismo ma come un modo personale di reagire agli eventi, che, in quanto parte di sé, può essere modificato.

Se stai affrontando un malessere di questo tipo o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it o direttamente la dott.ssa Rachele Ceschin

 

Mettiamo la Psicologa dott.ssa Anna Calò... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 16. febbraio 2012 19.05

 

Conosciamo un pò di più la dott.ssa Anna Calò

Qual è la tua specializzazione? Sono specializzata in psicoterapia strategica integrata che si basa sull’assunto: La realtà non si può cambiare, quello che possiamo cambiare è il modo di guardare la realtà.” (Watzlawich 1976).

Lo psicoterapeuta strategico integrato interpreta e interviene terapeuticamente utilizzando approcci diversi come quello costruzionista, sistemico, cognitivista e dinamico.

Paolo era un affermato professionista che, nonostante avesse tutto, si sentiva insoddisfatto e non sapeva cosa volesse. Con l’approccio strategico integrato, lavorando insieme allo psicoterapeuta, ha identificato degli obiettivi e ha trovato il modo di raggiungerli.

Sara era una casalinga che spesso si sentiva schiacciata dalle responsabilità di madre e di moglie. Non poteva permettersi una terapia lunga, ma sentiva il desiderio di confidarsi con un professionista, e così ha incominciato. La metodologia adottata   con lei è stata quella di trovare insieme una soluzione in modo da renderla in breve autonoma.

 

Meglio la vita di coppia o quella da single? Di solito si fa questa associazione: “single = solitudine,  coppia = compagnia”, ma a volte si può essere single in una vita di coppia e in compagnia in una vita da single.  Perciò la cosa più importante è fare delle scelte coerenti con le proprie aspettative. Io ho scelto la vita di coppia perché mi piace condividere le gioie e le difficoltà con un’altra persona, e di creare insieme un progetto di vita.

 

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita? Sono contenta della mia vita, e finora non ritengo che ci siano dei fallimenti. Il successo/dono più grande sono i miei due figli.

 

Per rilassarsi è meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? Preferisco il romanzo specie se è bello come quello che sto leggendo in questi giorni. Attraverso la lettura la mia immaginazione spazia senza interferenze e mediazioni, e ho la libera scelta dei luoghi, del periodo, dei suoni e delle emozioni.

 

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Uso molto internet che la ritengo un eccellente strumento d’informazione; inoltre apprezzo skype che mi permette di vedere e sentire amici e parenti sparsi nel mondo e di osservare i progressivi cambiamenti dei miei piccoli nipotini.

 

Sei iscritta a facebook o a google+? Sì sono iscritta a Facebook.

 

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? Secondo me si possono verificare entrambi i casi. Un giorno ci si può sentire protetti dal monitor e raccontare cose molto intime che fino a qualche tempo prima si sarebbero scritte solo sul diario segreto; un altro giorno si può sentire l’esigenza di evadere e d‘inventare storie.

 

Essere felici per te cosa significa...? Io sono felice quando riesco a trasmettere agli altri, in maniera disinteressata, il positivo che c’è in me.Disse la volpe al principe:” Ecco il mio segreto, è molto semplice: non vedo bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. (Dal libro “Il piccolo principe” di Antoine Marie Roger de Saint-Exupéry).

 

Entra ora in contatto con la dott.ssa Anna Calò

 

 

Internet e Psicologia: "Sicuri in Rete", Guida all'uso consapevole di Internet e dei Social Network

by Redazione Psicologo360 12. febbraio 2012 15.02

Prenotabile sul sito della Hoepli, e dal 28 febbraio presente in tutte le migliori librerie d'Italia, "Sicuri in rete" è la guida per genitori, insegnanti all'uso consapevole di Internet e dei Social Network (presentazione ufficiale il 2 Marzo a Sanremo presso la Sala Manifestazioni del Casinò di Sanremo). Il libro è il frutto del lavoro sul campo dei due sanremesi, che da anni collaborano in un'attività formativa all'avanguardia circa le nuove tecnologie.

L'aspetto innovativo del lavoro e quindi del libro dei due autori è l'unione delle conoscenze informatiche a quelle psicologiche perché essendo oggi internet qualcosa che coinvolge tutti in modo trasversale e che influenza la vita di tutti noi, non si può farne uso senza considerarne gli aspetti sia tecnici che psicologici.

E oltre alle implicazioni psicologiche anche le implicazioni da un punto di vista legale. Internet ha moltissime potenzialità ma è anche un mondo di pericoli che, così come nella vita reale, è bene conoscere, non per evitarli ma per affrontarli in modo consapevole. Il messaggio del libro non è il solito banale allarmismo ma anzi è un invito ad usufruire il più possibile dei vantaggi che la rete offre ma per farlo bisogna conoscere, e visto che per la prima volta nella storia i ragazzi ne sanno più degli adulti, non sono solo loro a dover imparare ma anche, e soprattutto, genitori ed insegnanti, che solo così potranno proteggere e fare da guida ai loro figli.

Tra gli argomenti trattati: dipendenza da internet, cyberbullismo, privacy, legalità informatica, copyright, cyber pedofilia, chat, Facebook, peer education, strumenti per gli insegnanti e molto altro tra cui un capitolo sulla consulenza psicologica online in collaborazione con il team di Psicologo360.it.

Un testo ricco di informazioni ma al tempo stesso semplice da leggere può essere la risposta per colmare le mancate conoscenze psicologico-informatiche di esperti e non. Visita anche il sito www.sicurinrete.com

Laura Bissolotti, è psicologa e psicoterapeuta in formazione lavora a Sanremo e fa consulenze online (www.bissolotti.net). Mauro Ozenda con esperienza ventennale nel settore informatico, svolge attività formativa da diversi anni facendo formazione per realtà importanti quali Microsoft e Unicef su progetti formativi sull’uso sicuro delle nuove tecnologie (www.tecnoager.eu)
 

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Mobbing: Cosa fare?

by Dr.ssa Emanuela Bellone 10. febbraio 2012 15.00

Prima di agire e capire cosa fare contro il mobbing è importante ricordare che per poter parlare di mobbing, l’attività persecutoria deve durare per un periodo prolungato di tempo e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifici disturbi (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress).
Il primo consiglio è quindi rivolgersi al medico del lavoro, presente in azienda, che si occuperà di diagnosticare i disturbi accusati e la possibile correlazione con eventi lavorativi e di inviare il lavoratore presso i centri preposti alla valutazione specialistica del mobbing e del relativo disturbo da disadattamento lavorativo .
mobbing
Non in tutte le aziende è presente un medico del lavoro, in questi casi è possibile rivolgersi al medico curantee, su sua prescrizione, sottoporsi ad una visita presso i centri per il disadattamento lavorativo presenti sul territorio

Collaborando con il Centro per il disadattamento lavorativo della Clinica del Lavoro di Milano ho conosciuto diverse storie di persone che hanno sofferto o stanno ancora soffrendo il mobbing.

Ho incontrato uomini e donne che alla sera tornano a casa dopo una giornata di lavoro e stanno male per le umiliazioni ricevute, per la solitudine e la rabbia che, nel tempo, diventano la causa di serie difficoltà a livello esistenziale fino ad arrivare a disturbi di adattamento e/o patologie di tipo cronico.

Può quindi essere utile che il mobbizzato affronti un percorso clinico tramite centri specializzati nelle patologie legate allo stress ed al mobbing e/o tramite figure professionali quali lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psichiatra.

Per cui se la persona ha la sensazione di trovarsi in una situazione senza via d'uscita è importante che cerchi aiuti concreti, che a seconda dello stadio in cui ci si trova, possono essere:

  • medico, psichiatra, psicologo e psicoterapeuta;
  • sindacato, avvocati e associazioni.

Sul piano legale è infatti importante rivolgersi al sindacato o ad un avvocato specializzato in casi di mobbing. Bisogna essere coscienti però del fatto che intraprendere le vie legali comporta un notevole dispendio di energie psico-fisiche ed economiche.

E’ quindi importante che la persona valuti attentamente se procedere per vie legali perché ciò impone uno sforzo emotivo e finanziario che per alcuni, specie dopo un lungo periodo di mobbing, può essere difficile da sopportare.

Se stai affrontando una situazione di mobbing sul posto di lavoro o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

 

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