Mobbing: le conseguenze psicologiche e sociali

by Dr.ssa Emanuela Bellone 10. febbraio 2012 12.27

Le prime conseguenze riguardano le condizioni di salute della vittima di mobbing che frequentemente lamenta  i seguenti sintomi:

  • Cefalea, vertigini, tachicardia, disturbi gastrointestinali, alterazioni del sonno e delle funzioni sessuali
  • Ansia, depressione, attacchi di panico, isolamento, ossessioni e depersonalizzazione
  • Disturbi del comportamento quali tendenza alla passività, mancanza di appetito, abuso di alcol o farmaci.

In secondo luogo ricordiamo le conseguenze sociali del mobbing, in quanto la persistenza di tali sintomi porta ad assenze dal lavoro sempre più prolungate fino, in casi estremi, alle dimissioni o al licenziamento. La perdita dell'autostima e del ruolo sociale comporta insicurezza, difficoltà relazionali e perdita di fiducia e speranza nella possibilità di nuovi inserimenti lavorativi.

Inoltre la persona porta all'interno dell'ambito familiare il proprio stato di grave disagio, e non sono rari i casi di separazioni e divorzi, disturbi nello sviluppo psicofisico dei figli e disturbi nelle relazioni sociali.

Anche a livello organizzativo, le conseguenze del mobbing possono essere particolarmente rilevanti e tradursi in un maggior assenteismo e rotazione del personale, nonché minor efficacia e produttività, non soltanto per le vittime del mobbing, ma anche per gli altri colleghi, che risentono del clima psicosociale negativo dell'ambiente di lavoro. Possono essere alte anche le richieste di danni legali conseguenti a casi di mobbing.

mobbing

L’intera comunità nazionale è danneggiata, sia per i disservizi che il mobbing produce, sia perché il Sistema Sanitario Nazionale sostiene costi per terapie, ricoveri, medicine. Aumentano le spese per gli oneri sociali quali sussidi, pensioni anticipate, mobilità, invalidità, ammortizzatori sociali, ecc.

In Italia il numero di vittime del mobbing è stimato intorno a 1 milione e 200 mila. Negli ultimi dieci anni i casi di mobbing denunciati hanno avuto un incremento esponenziale.

Denunciare il mobbing, non è sempre facile perchè si ha paura di perdere il posto di lavoro, o di essere derisi e umiliati ma parlare di questo fenomeno è importante; serve alla vittima a “liberarsi” e ricorda ai datori di lavoro e a tutti noi l’importanza di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore.

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Le cause del mobbing sul lavoro

by Dr.ssa Emanuela Bellone 8. febbraio 2012 16.04

Le cause del mobbing possono essere conflitti prolungati, cattiva gestione di un cambiamento in atto, cattiva gestione delle risorse umane, carenze dei sistemi informativi, incomprensioni relative ai contenuti della comunicazione, conflitti relazionali irrisolti, cattiva organizzazione del lavoro (sottocarico, sovraccarico, scarsa autonomia, ecc.).

La sottovalutazione degli effetti di questi fattori porta a enormi costi per la salute e la sicurezza degli individui e delle organizzazioni.

Il mobbing non va confuso con il conflitto. La vita aziendale presenta numerose occasioni di conflitti interpersonale, che sono indice sia di vitalità dell’organizzazione e di cambiamento, sia di problemi irrisolti. I gruppi, e quindi anche le organizzazioni, sono costituiti da persone diverse, con motivazioni, capacità, potenzialità e modalità diverse di percepire e vivere la realtà.

Un’efficace gestione del conflitto rende costruttive queste differenze, che interagendo possono confluire nel conseguimento degli obiettivi del gruppo o dell’organizzazione (Marocci, 1994). Le situazioni conflittuali, se protratte e reiterate nel tempo, possono rivelarsi l’origine di un processo mobbizzante.

mobbing sul lavoro

Di conseguenza, una competenza manageriale importante consiste nella capacità di diagnosi e di intervento sui conflitti in atto.

Guardando il fenomeno più in profondità alcuni studi evidenziano un legame causale con i problemi legati all'occupazione e al ridimensionamento dell'organico. In particolare le ristrutturazioni delle aziende private e pubbliche, le fusioni tra società dello stesso settore generano forti conflittualità e competitività nell'ambiente di lavoro.

La stessa evoluzione delle competenze professionali può essere fattore scatenante di atteggiamenti vessatori, i lavoratori più anziani e meno aggiornati vengono indotti ad andarsene ed a lasciare il posto alle nuove giovani professionalità e a volte questo può avvenire proprio attraverso il mobbing.

Esistono molte teorie che sino ad ora hanno cercato di far luce sul fenomeno del mobbing e di spiegare le principali motivazioni per cui esso si verifica; questi modelli, pur affrontando il fenomeno da punti di vista differenti ed analizzando i vari aspetti della personalità e dell’ambiente di lavoro che possono favorirne lo sviluppo, non riescono a delineare un’unica situazione a rischio. Infatti non esiste un ambiente tipo o una caratteristica di personalità che da sola basti per scatenare il mobbing, perché è dalla relazione tra le molteplici variabili in gioco che esso si sviluppa.

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Che cos'è il mobbing

by Dr.ssa Emanuela Bellone 8. febbraio 2012 15.52

In ambito lavorativo, il termine mobbing viene utilizzato per definire una serie di condotte aggressive e frequenti nei confronti di un lavoratore compiute dal datore di lavoro, superiori o colleghi.

Più precisamente, la Cassazione ha stabilito che per mobbing si intende comunemente un comportamento del datore di lavoro (o del superiore gerarchico, del lavoratore a pari livello gerarchico o addirittura subordinato), il quale, con una condotta sistematica e protratta nel tempo e che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili, pone in essere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro. Da ciò può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità (Corte di Cass., Sentenza n. 3875/09).

Il mobbing si traduce quindi in una forma di “terrore psicologico sul luogo di lavoro”, uno stato di conflittualità sistematica e persistente contro un lavoratore che, emarginato ed escluso dal contesto lavorativo, sviluppa progressivamente una condizione di estremo disagio che si ripercuote negativamente sul suo equilibrio psico-fisico.

mobbing

Heinz Leymann, lo psicologo che per primo si è occupato di tale fenomeno, ha elencato una serie di “aggressioni” rivolte al lavoratore che ci aiutano a capire meglio  come si manifestano le azioni mobbizzanti:

  • Attacchi alla possibilità di comunicare: il capo e/o i collaboratori limitano la possibilità di esprimersi della vittima; gli si rifiuta il contatto con gesti o sguardi scostanti; la vittima viene sempre interrotta quando parla; si fanno critiche continue al suo lavoro e alla sua vita privata;
  • Attacchi alle relazioni sociali: la vittima viene costantemente isolata; si evita di rivolgerle la parola; ci si comporta come se il soggetto non esistesse (non lo si invita né gli si fa compagnia in tutte le occasioni sociali come andare al bar, a mensa, ecc.); spesso la vittima viene trasferita in ambienti lontani da quelli dei colleghi;
  • Attacchi all’immagine sociale: si parla alle spalle della vittima; la si ridicolizza; la si costringe a lavori umilianti; si prende in giro un suo handicap fisico;
  • Attacchi alla qualità delle condizioni e delle mansioni lavorative: alla vittima vengono affidati compiti lavorativi al di sotto della sua qualifica o al di sopra della sua preparazione per indurlo in errore; le vengono affidati compiti senza senso e sganciati dal ciclo produttivo; viene continuamente trasferita.

Dall’analisi del fenomeno sono state individuate principalmente due tipologie:

Il mobbing di tipo verticale è quello messo in atto da parte dei datori di lavoro verso i dipendenti per indurli a licenziarsi da soli, spesso si tratta di vere e proprie "strategie aziendali";

Il mobbing di tipo orizzontale viene invece praticato dai colleghi di lavoro verso uno di loro per varie ragioni: per gelosia verso colleghi più capaci, per necessità di alleviare lo stress da lavoro oppure per trovare un capro espiatorio su cui far ricadere le disorganizzazioni lavorative.

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Mettiamo la Psicologa dott.ssa Maria Lulia Carnesi... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 8. febbraio 2012 14.00

 

Conosciamo un pò di più la dott.ssa Maria Lulia Carnesi

Qual è la tua specializzazione? Sono una Psicologa specializzata in età infantile ed adolescenza; da molti anni infatti mi occupo di sostegno e consulenza per questa fascia d’età con ottimi risultati. Inoltre mi sto specializzando in Psicoterapia Espressiva, frequento l’ultimo anno,  presso l’Istituto Art Therapy di Bologna.

Progetto e conduco laboratori di Art terapia per  bambini, adolescenti ed adulti. Il mio strumento terapeutico è appunto l’Arte Terapia, canale privilegiato soprattutto nel lavoro con i minori.

Inoltre sono anche una  Formatrice, ho un Master in Formazione e Gestione delle Risorse Umane e mi occupo di Consulenza e Formazione per grandi aziende Pubbliche e Private.

 

Meglio la vita di coppia o quella da single? Sicuramente meglio la vita di coppia; le relazioni nella vita di un individuo sono tutto; ci permettono di conoscerci meglio e di maturare, soprattutto ci danno la possibilità di confrontarci e di aprire la nostra mente. Credo assolutamente che delle buone relazioni  nascano soprattutto dalla nostra capacità di stare con noi stessi e di mantenere la nostra individualità senza farci annullare dall’altro. In questo caso la relazione è assolutamente distruttiva e può creare spesso situazioni di dipendenza  ed annullamento per l’altro. Sono convinta  che le relazioni produttive  siano quelle nelle quali entrambi gli individui mantengano la loro personalità portando avanti le proprie idee con assertività e maturità,  si fondino sul rispetto dell’altro e sulla collaborazione continua.

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...) Il mio più grande successo è stato riuscire a vivere con me stessa ed a superare i conflitti interni causati dalla crescita e dai cambiamenti psico evolutivi; credo che riuscire a superare i nostri turbamenti e le nostre inquietudini ricavando da questi solo le risorse sia una grande vittoria personale. Inoltre penso che la vita sia fatta ogni giorno di prove dove, sia il successo che il fallimento possano darci la possibilità di mettersi in gioco e ricavarne sempre il meglio.

Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? Amo molto rilassarmi davanti ad un bel film magari biografico, ma adoro assolutamente leggere bevendo un ottimo te verde; la lettura ti permette di viaggiare con la mente e con la fantasia. Sinceramente non nego che anche le otto ore filate di sonno  siano male!!

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Sono un’appassionata di internet e della tecnologia; mi stimolano molte le nuove ricerche e le nuove scoperte tecnologiche; fortunatamente sono stata sempre molto portata all’uso di tutto ciò che sia tecnologico e grazie al mio intuito me la sono sempre cavata bene.

Sei iscritto a facebook o a google+? Sono iscritta a Facebook  soprattutto perché ho avuto modo di ritrovare amici che abitano o che si sono trasferiti dall’altra parte del mondo, in questo modo posso sempre sapere come stanno e come stanno vivendo.

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? Penso che la gestione delle amicizie attraverso i social network dipenda assolutamente da noi, come tutto il resto; per esempio li trovo molto utili per  mantenere dei rapporti con persone che vivono lontano, o che non è possibile incontrare a causa della distanza come nella mia esperienza; però è importante non scambiare questa modalità telematica come un’alternativa al rapporto di tutti i giorni, evitando così di incontrare gli amici e andare a prendersi un bel te al bar e fare una bella chiacchierata!

Essere felici per te significa...? Per me la felicità è godersi ogni attimo della vita essendo se stessi, trovando la soddisfazione in quello che si fa e vivendo appassionatamente ogni giorno. Il mio lavoro che amo mi dà veramente la felicità soprattutto quando sento di essere stata utile per gli altri.

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Emigrazione e integrazione dei figli di immigranti nati in Italia

by Dr. Massimiliano Paglione 7. febbraio 2012 10.36

Come facilitare l'integrazione dei figli di migranti? La questione “Seconda generazione” (G2) negli ultimi tempi è salita agli onori della cronaca nazionale, sia per le spinte della politica (nell’uno e nell’altro senso) sia per le mutazioni della società italiana che rendono ormai ineludibile il problema.

Ma cos’è la Seconda Generazione (G2)? La G2 è una categoria che racchiude i giovani figli di migranti nati e scolarizzati nel Paese di immigrazione, oppure nati nel Paese di origine dei genitori ma che li hanno raggiunti o sono emigrati con loro in tenera età o comunque nei primi anni della scolarizzazione. In Italia questi ragazzi non hanno automatica cittadinanza e possono ottenerla solo al compimento dei 18 anni, previa richiesta.

Questa disposizione ad un lettura superficiale potrebbe sembrare un semplice arcano burocratico, tipico del nostro Paese. Tuttavia essa spesso rappresenta l’innesco di tutta una serie di problematiche che portano a ciò che  Baumann definisce “Sospensione tra due culture”.

figli di immigrati nati in Italia

Un giovane, specie nel periodo della preadolescenza e adolescenza, forgia la sua personalità e l’immagine di sé anche attraverso fattori che derivano e risiedono nella società in cui vive.I ragazzi G2, anche se nati sul territorio italiano, in realtà spesso non si sentono italiani “in toto”, identificandosi così in un prodotto ibrido che non ha una posizione definita rispetto all’immaginario confine che separa le comunità, le culture,  le “identità”.

L'identità del G2 si colloca al confine tra due mondi, quello di origine e quello di accoglienza, e sentirsi parte di un mondo piuttosto che dell'altro diventa problematico. In parole povere questi ragazzi si troveranno ad un certo punto della loro esistenza a dover scegliere tra due bandiere, due nazionali di calcio, due festività; abbracciarne una potrebbe comportare facilmente un senso di tradimento nei confronti dell’altra, nella misura in cui esse altro non sono che estensioni della dicotomia famiglia-società.

I ragazzi G2 non hanno partecipato alla scelta migratoria dei genitori e tuttavia devono prendere una posizione tra l'adesione alla cultura presente e maggioritaria o l'ancoraggio ad un passato che neanche hanno vissuto. Questo passaggio, già di per sé difficile e tortuoso, diviene ancor più complicato allorché la società che questi ragazzi vivono, respirano, contribuiscono a migliorare, li respinge bollandoli come “cittadini di serie B”.

La confusione che deriva da una tale situazione non di rado arriva a danneggiare pesantemente il giovane G2, tanto da “azzoppare” il suo processo di crescita e sfociare in forme più o meno patologiche.

Un esempio è il caso di M., un adolescente G2 con famiglia di origine nordafricana, arrivato all’attenzione del servizio sanitario perché a suo dire era “perseguitato da persone misteriose” e dunque si era rinchiuso in casa. Dopo alcuni incontri emerse fuori una particolare coincidenza; tutte le ideazioni persecutorie avvenivano in contesti che i genitori in casa bollavano come “pericolosi” o “corrotti” o “immorali” ma che comunque lasciavano frequentare al figlio, fiduciosi di una “corazza” che evidentemente egli non possedeva.

E così la scuola, la canonica, il centro commerciale, si riempivano di nemici che attendevano soltanto il momento buono (che non arrivava mai) per assalirlo. La semplice presa di coscienza di questo meccanismo portò notevole giovamento a M., che pur dovendo ancora lavorare su alcuni aspetti di fragilità, è riuscito ad uscire da una notevole situazione di impasse  che alla lunga avrebbe compromesso irrimediabilmente  il suo processo evolutivo.

Se sei un genitore immigrato in Italia con figli o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

 

 

Mettiamo la Psicologa dott.ssa Daniela Mirisola... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 3. febbraio 2012 19.28

 

 Conosciamo un po’ di più la dott.ssa Daniela Mirisola

 Qual è la tua specializzazione?

Mi occupo di minori e di adulti. Ho svolto attività di screening neonatale in équipe con neuropsichiatri e pedagogisti con i quali ho monitorato lo sviluppo di bimbi piccoli e ho offerto consulenza ai loro genitori. Ho avuto modo di conoscere le tematiche della genitorialità a volte inutilmente cercata e a volte non accettata. Di qui l'esperienza nell'ambito delle adozioni e dei consultori familiari. Ho acquisito una specifica formazione riguardante le adozioni. Ho formato e valutato numerose coppie aspiranti all'adozione nazionale e internazionale, e ho effettuato sostegno psicologico con genitori e figli adottivi.

Nel corso degli anni mi sono occupata con crescente interesse delle difficoltà scolastiche, dei disturbi di apprendimento (dislessia etc...) e dei disturbi di attenzione. Ho posto diagnosi e fornito sostegno psicologico a minori e a genitori. Questi ultimi spesso in difficoltà nella gestione dei sintomi dei figli (ansia, depressione, fobia scolare, scarsa motivazione scolastica...) a volte legati ai suddetti disturbi di apprendimento e a volte legati a varie fasi ed eventi della vita.

Mi sono occupata di minori disabili e dei loro genitori nel tentativo di favorire la migliore

integrazione possibile all'interno dei vari contesti. La mia esperienza lavorativa è maturata anche nel confronto continuo con specialisti quali medici di famiglia, neuropsichiatri, logopedisti, fisioterapisti, operatori addetti all'assistenza, e insegnanti di

sostegno.


Meglio la vita di coppia o quella da single?

In linea di massima, io credo che ognuno di noi possa sentirmi bene sia da single che in coppia. E' una cosa del tutto soggettiva. Detto ciò, la mia esperienza di vita mi porta a ritenere che quando si è in coppia ci si abitua, a partire dal sentimento e dal rispetto per l'altro, a condividere spazi e tempi non solo fisici ma anche emotivi. E' nel rapporto continuo con l'altro che si è portati ad essere sempre meno IO e più NOI, e questo non mi pare poco.


Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...)

In un certo senso sono grata ai miei fallimenti perché ogni volta che ho fallito perché ho perso un amico piuttosto che un lavoro... dopo la rabbia e la frustrazione, mi si è spalancato un mondo nuovo e migliore. Un amico più fidato, un impiego più appagante... Forse perché i fallimenti nascono per metterci in crisi e farci comprendere che in certi contesti e in certe relazioni stiamo male e dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo e lasciarli. Per esempio, i precedenti fallimenti affettivi sono stati l'anticamera del mio migliore successo: la mia famiglia.


Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno?

Ciò che mi ricarica di più è certamente addormentarmi sulle pagine di un libro di storia, e dormire per otto ore.


Che rapporto hai con Internet e con le nuove tecnologie?

Un bel rapporto. Consulto Internet quando posso, scarico film, e ascolto musica.


Sei iscritta a facebook o a google+?

No, non sono iscritta. Ma ci sto pensando.


Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale?

Secondo me, sui Social Network l'amicizia è virtuale. Mi piacerebbe se l'amicizia da virtuale si trasformasse in reale. Allora sì che il virtuale avrà avuto una sua utilità come punto di partenza e non di arrivo.

 

Essere felici per te significa...?
Avere qualcuno o a qualcosa da amare. Non importa se uomo, donna, bambino, amico, ideale, progetto, paesaggio, sport, animale, fiore..

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Disabilità e famiglia: come giocare con figli disabili

by Dr. Massimiliano Paglione 31. gennaio 2012 10.02

Come affrontare l'handicap in famiglia con figli disabili? Molto spesso una famiglia con un bimbo disabile trova notevoli difficoltà ad approcciarsi a quest’ultimo poiché non conosce abbastanza i risvolti che, nel quotidiano, la disabilità stessa comporta.

Un caso paradigmatico di ciò si può trarre dalla sfera del gioco. Il gioco del bambino disabile è il più delle volte molto distante dai canoni normali per molteplici motivi che vanno dalla menomazione sensoriale (ipo ma anche iper) al ritardo mentale che  intacca più capacità (motivazionali, di risposta, di interpretazione, di comprensione e di interazione).

È utile ribadire questo concetto affinché chiunque si trovi in tale situazione tenga costantemente a mente i limiti del bambino e non si lasci sopraffare dai normali fallimenti in alcune attività ludiche. Innanzittutto diciamo: vietato perdersi d’animo.

Scoraggiarsi di fronte a tali difficoltà optando per giochi ripetitivi, inutili, stereotipati o solitari proposti con il solo obiettivo di tenere il bambino buono e calmo è un grave errore perché così facendo lo si priva di uno strumento fondamentale per il suo sviluppo psicofisico.

Inoltre questa strategia è tanto positiva nel breve periodo quanto disastrosa a lungo termine, poiché pone le condizioni base (ansia e noia) per l’insorgenza di comportamenti problema. Il gioco può rivelarsi per un bimbo disabile una fonte inestimabile di insegnamento e dunque è un aspetto che va promosso e perseguito con costanza.

figli disabili

Cosa fare?
Innanzitutto bisogna dimenticare i normali canoni di gioco; il giocattolo più accattivante potrebbe essere ignorato a discapito di un utensile da cucina. In questi casi piuttosto che cercare di prevedere i gusti del bimbo è molto più utile osservarlo e prendere nota di ciò che lo attrae. Anche il modo di giocare dovrà essere attentamente valutato, tralasciando temporaneamente concetti come “funzione” o “corretto uso” e facendosi guidare dal bambino stesso.

Una volta appurate le caratteristiche di gioco che davvero attraggono il bambino (possono essere le più disparate; un colore, un tipo di movimento, un luogo particolare etc.) si dovrà lavorare di fantasia e riconvertire il tutto in situazioni funzionali alla crescita ed al benessere del bimbo stesso.

Ad esempio, constatato che un dato oggetto per il bambino è particolarmente attraente, si può modificare l’ambiente in maniera tale che egli sia “costretto” a chiedere l’aiuto di un altro (genitore, nonno, fratello ma anche compagno) per ottenerlo e/o per giocarci; si avvierà così un normale

processo di interazione che permetterà al bambino di interagire in maniera positiva.

Il bambino si sentirà motivato sia nel chiedere che nel rispettare le “regole” del gioco; ad esempio se un giocattolo particolarmente accattivante verrà sottratto al bimbo, anche per un breve periodo, al sorgere di un comportamento scorretto (ad esempio urla immotivate), egli capirà la dicotomia ed agirà di conseguenza.

In tali frangenti è fondamentale la costanza e la coerenza dell’interlocutore nelle interazioni; se si vuole insegnare una regola, la si deve far rispettare sempre. I tempi di riuscita sono variabili ma solitamente si accorciano molto dopo che il bambino ha incorporato il primo aut-aut.

All’inizio il bambino andrà aiutato in maniera massiccia per evitare che le normali prime difficoltà lo possano demotivare; successivamente l’aiuto verrà sfumato così da favorire l’autonomia del bambino, che ne trarrà giovamento anche a livello di autostima.

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Disabilità: il rapporto tra figli disabili e famiglia

by Dr. Massimiliano Paglione 27. gennaio 2012 16.40

Uno dei problemi più angoscianti che una famiglia con disabilità si trova ad affrontare è senza dubbio l’aggressività eterodiretta.

È una situazione molto comune che si presenta solitamente nei soggetti che hanno scarse capacità di comunicative e/o che stanno passando da uno stadio evolutivo ad un altro (ad es. dalla pubertà all’età adulta). Alla base di un comportamento aggressivo può esserci una scarsa capacità di sopportazione, un tentativo di esprimere frustrazione, un modo per richiamare l'attenzione o anche semplice noia.

È fondamentale correggere il prima possibile questi comportamenti poiché essi, aldilà della loro insita problematicità, pesano notevolmente sulla possibilità e capacità del soggetto di avere e mantenere relazioni sociali. Innanzitutto deve essere attentamente valutato cosa scatena il comportamento aggressivo e cosa il soggetto ottiene attuandolo, così da poter agire direttamente su queste variabili.

Si avvierà quindi un processo di “estinzione” del comportamento e parallelamente saranno presentati e favoriti comportamenti alternativi accettabili. È infine importante che il soggetto sperimenti tale programma in tutti gli ambienti e con tutte le persone con le quali entra in contatto.

Con l’espressione “comportamenti problema” spesso si intendono le condotte stereotipate, autolesionistiche o aggressive del soggetto disabile.

Tuttavia questa definizione deve essere estesa a  tutti quegli atteggiamenti che, per varie ragioni, creano problemi e difficoltà al soggetto stesso o alle sue relazioni con l’ambiente, in particolare la famiglia. In questo senso i comportamenti problema del soggetto disabile possono assumere molteplici e disparate forme, avendo tutti però alla base un vissuto di disagio, preoccupazione, difficoltà o paura da parte di chi vive a contatto con il soggetto disabile.

Un esempio sono le reazioni emozionali eccessive di paura o ansia, l’ecolalia non comunicativa, le verbalizzazioni bizzarre, gli atteggiamenti sociali invadenti, le appropriazioni indebite. Sono inoltre da ritenersi non meno problematici quei comportamenti che non danneggiano direttamente il soggetto disabile e le sue interazioni, ma che comunque stressano il suo ambiente di vita, poiché alla lunga anch’essi producono dinamiche di emarginazione ed espulsione.

Per tutte queste situazioni di “problematicità soggettiva” il primo passo è la chiarificazione, da parte di tutti i soggetti che ruotano intorno al disabile, del comportamento problema (cosa e perché); il secondo passo è la valutazione della sua reale problematicità.

Una volta chiariti questi due punti, si potrà finalmente incidere efficacemente sul comportamento problema con opportune strategie d’intervento.

disabilità

Le stereotipie comprendono invece i comportamenti cognitivi sensoriali e motori, ripetitivi, isolati oppure secondo schema, spontanei, acontestuali, privi di funzionalità ed emessi anche in solitudine. Le stereotipie si manifestano come singole e varie azioni ripetitive emesse in successione, oppure sottoforma di azioni più complesse (comportamenti stereotipati).

Le stereotipie per un soggetto disabile sono molto problematiche a prescindere dall’aspetto che assumono; le loro caratteristiche principali, ossia l’attrazione e l’adesività, impediscono danneggiano e rallentano il vivere quotidiano, lo sperimentare nuove situazioni, lo sviluppo psicologico. Dunque se da un lato bisogna

riconoscere e comprendere la funzione di un determinato comportamento stereotipato, dall’altro bisogna ridurre al massimo le sue conseguenze disadattive.

Bisogna inoltre considerare che un atteggiamento ripetitivo assume connotazioni diverse a seconda di quanto incide sull’ambiente circostante.

In altre parole, una stereotipia viene valutata in modo qualitativamente diverso se la si affronta per pochi minuti o per molte ore In questo senso la famiglia di un soggetto disabile  vive in prima linea il disagio creato dalle stereotipie, e tuttavia spesso non esterna il proprio malessere per timore di non essere compresa.

Dunque i comportamenti stereotipati vanno contrastati con l’aiuto di personale qualificato ed il coinvolgimento di tutte le figure che vivono a contatto con il soggetto disabile.

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Sintomi post parto: depressione e sindrome "Baby Blues"

by Dr.ssa Angela Oreggia 26. gennaio 2012 12.25

Sempre più donne manisfestano sintomi post parto con ricadute psicologiche. E' opinione diffusa che accudire e crescere un bambino appena nato “ è e deve essere” l’esperienza e il periodo più bello  della vita di una donna.

Questo è uno dei principali messaggi che la società e la nostra cultura rimanda alle neomamme. Si tratta in verità di un mito, una falsa credenza, una visione idealizzata ed edulcorata della realtà, ossia del quotidiano che ogni donna affronta dal momento in cui porta a casa la sua piccola creatura.

La maternità è sicuramente un’esperienza unica, intensa e ineguagliabile ma è allo stesso tempo  una sfida complessa, intensa e ricca di ambivalenze, che va affrontata in un momento molto particolare della donna. 

Lo stress psico-fisico legato al momento del travaglio e del parto, le complicanze fisiche del post-partum, la stanchezza e il drastico riassetto ormonale si accompagnano ad inevitabili e “sane”  preoccupazioni della neo mamma circa le proprie capacità materne (saprò curarlo, accudirlo, amarlo, nutrirlo,) e  le responsabilità che il nuovo ruolo porta con sé sul duplice versante personale e sociale.

La mente si può affollare di paure di inadeguatezza e pensieri negativi.

depressione port partum

Il complesso contesto così descritto giustifica o per lo meno attribuisce un senso al breve periodo di malinconia, facilità al pianto, ansia, mancanza di concentrazione e sbalzi di umore che circa il 70% delle mamme sperimenta nei giorni successivi al parto e che prende il nome di “Baby Blues”.
Questi vissuti negativi ma non di per sé indici di patologia tendono a scomparire nel giro di tre settimane.

In una minoranza dei casi ( 10-15%) il disagio tende a perdurare e ad assumere intensità maggiore assumendo la forma di un vero e proprio disturbo dell’umore definito “depressione post-partum”.

Come nel caso di Rossana, le neo-mamme provano una eccessiva preoccupazione o ansia, sono estremamente irritabili, si sentono sovraccariche e sotto pressione. Possono avvertire il proprio bambino come un peso, possono sentirsi altresì inadeguate nella cura del piccolo e nella gestione dell’interazione con lui e, sperimentare  emozioni ambivalenti di amore e odio che aumentano i  sentimenti di colpa, vergogna e inidoneità al ruolo materno. 

Questa condizione depressiva necessita di un intervento specialistico mirato e tempestivo perché può compromettere la qualità della relazione madre- bambino e interferire con il sano sviluppo psicofisico del piccolo.

Il processo di guarigione non può naturalmente prescindere dall’intervento del sistema familiare e amicale che dovrebbe stringersi a rete intorno alla neo-mamma al fine di sostenerla e aiutarla nella gestione della casa e del piccolo. E’ di fondamentale importanza che ogni mamma accetti, senza sentirsi in colpa o sminuita nel proprio ruolo materno, il sostegno che altri possono offrire e si conceda del tempo libero dal ruolo di mamma per riacquistare una dimensione di sé più completa e sfaccettata.

In ultimo, la possibilità di poter condividere paure, disagio e sofferenza con altre mamme nella medesima condizione e potersi confrontare con loro è sicuramente un fattore terapeutico importante che  permette di uscire dall’isolamento e aiuta a vedere la propria situazione da un’altra prospettiva.

Se ritieni di soffrire di tale problema o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it


Omosessualità: differenze con travestitismo e transessualismo

by Dr.ssa Angela Oreggia 26. gennaio 2012 10.22

Quando si affronta il tema dell’omosessualità scendono in campo molteplici pregiudizi e stereotipi, luoghi comuni e immagini della persona omosessuale poco chiare.

Trovo utile definire in primo luogo quali sono le differenze tra omosessualità, travestitismo e transessualismo, poiché molto spesso si verificano delle parziali o totali sovrapposizioni tra queste tre categorie e una confusione di immagini.


L’omosessualità consiste nell'attrazione sessuale, sentimentale e romantica tra persone dello stesso sesso. Declinato al maschile si intende un uomo che si sente uomo, ama un altro uomo, vuole costruire una vita con lui e vuole farci sesso con la stessa intensità di sentimenti e le stesse alchimie che caratterizzano l'amore eterosessuale. Al femminile, lesbica è una donna che si sente donna, ama e desidera un’altra donna e vuole costruire con le una vita.


Il travestitismo comporta l’indossare (abitualmente e volontariamente) da parte di un uomo l’abbigliamento di una donna, truccarsi da donna e assumerne gli atteggiamenti. La sua preferenza di base è comunque eterosessuale nonostante la possibile presenza di comportamenti omosessuali.
Altra cosa, invece, è il transessualismo o trans gender dove la persona rifiuta, a differenza del travestito, il proprio sesso e desidera essere o insiste sul fatto di essere del sesso opposto. Questo lo porta a voler trasformare il proprio corpo ricorrendo alla chirurgia per una ri-attribuzione del sesso, in senso sia maschile sia femminile.

omosessualità

Se travestitismo e transessualismo sono riportati nei manuali dei disturbi mentali, non possiamo dire la stessa cosa per l’omosessualità che dal 1973 è stata depennata dal DSM ossia dal manuale di riferimento per psicologi, psicoanalisti e psichiatri. Questo sta a sottolineare in modo chiaro e condiviso dalla comunità scientifica che l’omosessualità non è una malattia, non è una devianza, non è un disturbo.

Le persone omosessuali, nonostante i pregiudizi su base omofobica, non sono “difettate” , non sono “diverse”, non sono “pervertiti”e non necessitano di un intervento psicologico che li porti ad essere “normali”. L’orientamento sessuale di una persona si sviluppa nel corso della sua vita ma non è modificabile da un intervento terapeutico. Troppo spesso, però, ancora oggi, si sente parlare di psicoterapie riparative o di riorientamento (come se ci cercasse di raddrizzare una pianta cresciuta storta) e questo concorre a mantenere vivo, nella società moderna, un atteggiamento omofobico.

L’omofobia altro non è che quell’insieme di emozioni e sentimenti, quali ansia, disgusto, avversione, rabbia, paura e disagio che gli eterosessuali provano, sia consapevolmente che inconsapevolmente, nei confronti di gay e lesbiche.

All’interno di una cultura omofobica siamo  quotidianamente bombardati, sin da piccoli, da messaggi negativi che vengono lentamente interiorizzati (omofobia interiorizzata) e vanno a costituire il nucleo centrale dell’autostima e se si è omosessuale l’immagine di se stessi sarà: “sei difettato”, “non sei degno di amore”, il tuo amore è di serie B”, “sei diverso ed in senso dispregiativo”, “sarai rifiutato”. 

E’ comprensibile a questo punto la riluttanza e la difficoltà nel realizzare un percorso “coming out” o emersione della propria identità omosessuale a livello familiare, relazionale e sociale. Questo passaggio allo scoperto rimane comunque indispensabile per liberarsi dalla vergogna e dal senso di colpa, per essere più soddisfatti di se stessi, maggiormente propositivi verso gli altri e più propensi a confrontarsi con il mondo esterno.

Se stai attraversando un momento di difficoltà legato alla tua condizione di omossessuale o semplicemente vuoi confrontarti con una persona esperta sul tema in maniera anonima e senza pregiudizi contatta lo staff di Psicologo360.it

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