Dipendenza dalla droga: tossicodipendenza e cause della dipendenza

by Dr.ssa Angela Oreggia 24. gennaio 2012 17.01

Qual'è il fine che porta l'uomo alla dipendenza dalla droga? Esiste uno vuoto, un buco profondo nell’anima di molti ragazzi.


Esiste una fragilità emotiva  che li spinge a cercare figure di riferimento (anche negative) che diano l’idea di forza e potenza e successivamente il bisogno di seguirle e tentare di imitarle.


Esiste il bisogno di rafforzare la propria autostima, di risollevare un senso di sfiducia nelle proprie capacità di affrontare i problemi, anche quelli quotidiani.


Esiste l’incapacità a tollerare l’attesa, la frustrazione, il dolore e da qui il bisogno di fuggire dalla realtà, di cercre uno stato di euforia e di eccitazione che prenda il posto alla depressione , alla paura e alla noia. E' opinione diffusa insomma che esista in “sostanza” uno spazio da dover riempire: “uno spazio per la droga”.


Queste sono solo alcune delle possibili motivazioni che spingono un giovane ad avvicinarsi alla droga e a continuare in seguito ad abusarne, spiegazioni che vanno ben oltre la semplice giustificazione del “ero curioso di provare, volevo sperimentare qualcosa di nuovo, nuove sensazioni”, frase che nella sua banalità già la dice lunga sul disagio che l’ha creata!.

dipendenza droga

Probabilmente se alcuni di loro leggessero queste frasi riderebbero, le considererebbero stupidaggini e direbbero: “vogliamo divertirci, sentirci bene”!
Hanno ragione. Farsi una striscia di coca in circa 10 minuti li fa sentire “da Dio”, da un senso di ebrezza, di euforia, di insolita energia.

L’umore è esaltato, le sensazioni accentuate e la stanchezza sparisce. Si vola in alto, molto in alto ma, quanto dura? Questo lo sanno? Si, lo sanno benissimo, e quando l’effetto cala si rifanno di qualcos’altro e poi ancora e ancora.

Quello che forse non riconoscono è la caduta che li attende dopo tanto volare a mille miglia di altezza. Non si ricade al punto di partenza, al punto zero ma si scende mille miglia al di sotto.

Non sanno che loro si “sentono invincibili” ma il loro corpo NO; le sostanze psicostimolanti come cocaina e anfetamine provocano tachicardia, battito del cuore irregolare, ipertensione, aumento della temperatura corporea, danni ai polmoni, al fegato, ai reni e naturalmente al cervello. Troppo di tutto e tutto in una volta o alla lunga può uccidere, come ha ucciso Nicoletta.

Forse, invece, tutte queste cose loro le sanno benissimo e l’uso di droghe non è altro che un ennesimo “attacco al corpo “ di cui tanto si sente parlare in adolescenza.


Allora cosa fare?

E’ sufficiente rimanere disorientati e addolorati di fronte alla morte di tanti ragazzini o è necessario anche che gli adulti, in quanto tali, e in quanto ancora responsabili della vita fisica e psichica dei propri figli, inizino a cercare un “senso” e a cercarlo nel cuore dei loro ragazzi e soprattutto nel loro? Se c’è un vuoto…qualcosa è venuto a mancare!

 

Se sei vittima di tale dipendenza o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

 

Stress da lavoro: sintomi e rimedi

by Dr. Massimiliano Paglione 24. gennaio 2012 14.58

Alla base dello stress da lavoro c’è un’interazione tra elementi organizzativi ed elementi personali.

I fattori lavorativi più comuni che possono determinare stress da lavoro sono:

  • Mole di lavoro eccessiva o al contrario insufficiente,
  • Tempo insufficiente per portare a termine il lavoro,
  • Mancanza di una chiara descrizione del lavoro da svolgere o di una linea gerarchica,
  • Retribuzione insufficiente,
  • Impossibilità di esprimere dissenso o lamentele,
  • Potere decisionale inadeguato rispetto alle responsabilità,
  • Mancanza di collaborazione e sostegno da parte di superiori e colleghi,
  • Impossibilità di esprimere le proprie capacità,
  • Precarietà del posto di lavoro,
  • Incertezza della posizione occupata, 
  • Condizioni di lavoro spiacevoli o lavoro pericoloso.

In un ambiente di lavoro dove si presentano una o più di queste condizioni, aldilà dei correttivi organizzativi e generali che andrebbero opportunamente presi, sono utili alcune indicazioni personali.

stress da lavoro

Innanzitutto bisogna identificare in maniera chiara le fonti di stress, così da poter direzionare al meglio i propri sforzi per combatterle.

Bisogna poi capire e distinguere ciò che è possibile controllare da ciò che non lo è, e di conseguenza assumersi il giusto carico di responsabilità.

È utile anche conservare un “pensiero positivo” che permetta di assorbire come momenti di crescita anche le situazioni più negative.

Inoltre è importante preservare e coltivare tutto ciò che è esterno al lavoro (famiglia, amici, interessi), evitando pericolose invasioni di campo.

Infine, è fondamentale mantenere sempre una sana autoironia.

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Nevrosi

Cambiare lavoro: quando l'aiuto di un coaching può fare la differenza

by Dott.ssa Simona Capurso 24. gennaio 2012 12.51

Cambiare lavoro è ormai diventato uno dei desideri più diffusi negli ultimi mesi complice anche l'incipiente crisi economica mondiale.

Oscar Wilde diceva: “Sviluppare pienamente la nostra individualità: ecco la missione che ciascuno di noi deve compiere”. Partendo da questa affermazione possiamo spiegare nel dettaglio l’attività del coach. 

L’inserimento nel mondo del lavoro o la ricerca di una nuova occupazione sono momenti di transizione che possono essere vissuti dalla persona con sentimenti di ansia e senso di inadeguatezza. Il coaching diventa fondamentale in questo periodo perché permette di fare un’analisi su di sé, fino a riconoscere i propri bisogni più profondi, comprendendo meglio la propria situazione.

La necessità di valutare una nuova opportunità professionale comporta anche la capacità di individuare, dentro di sé, le risorse necessarie per far fronte al cambiamento. Risulta inoltre importante compiere una analisi della realtà. Il coaching individuale può aiutare a trovare nuovi approcci e spunti di riflessione, diventa un’importante momento di orientamento individuale.

cambiare lavoro

Applicando i metodi del coaching la persona può imparare, in breve tempo, a percorrere i singoli passi necessari per ottenere cambiamenti significativi nella propria vita professionale.

Il self-marketing, ovvero la presentazione di se stessi nel mercato del lavoro, diviene un aspetto fondamentale per la ricerca di una nuova occupazione e l’approccio che si utilizza durante un colloquio di lavoro può fare la differenza nella buona riuscita o meno di una selezione. Come afferma il Sig. Giorgio che ha da poco partecipato ad una seduta di coaching: “desideravo da tempo cambiare lavoro ma non sapevo come muovermi, non volevo soltanto cambiare Azienda, sentivo di voler mettere in atto un cambiamento più profondo ma sembrava che le mie energie fossero bloccate. Con il coaching ho finalmente capito quali sono le mie aspettative reali e ho preso coscienza delle mie capacità, adesso so di potercela fare”.

Avere un professionista esterno a noi che ci supporta, che ci aiuta a credere maggiormente nelle nostre capacità, che ci invita a riflettere sui nostri desideri e sulle nostre attitudini, funge da facilitatore per affrontare un cambio professionale, aiutandoci quindi a migliorare la qualità della nostra vita.

Se desideri approfondire le tematiche del coaching e capire meglio che tipo di supporto può darti nella ricerca di un nuovo lavoro contatta lo staff di Psicologo360.it

Violenza sessuale sui bambini: trauma ed elaborazione

by Dr.ssa Angela Oreggia 24. gennaio 2012 09.58

Quando si può parlare di violenza sessuale sui bambini? Qualsiasi attività di tipo sessuale, anche in assenza di penetrazione, esercitata da un adulto su  soggetti “immaturi” e “dipendenti” rappresenta un abuso sessuale.


Ciò che rende la violenza sessuale infantile un’esperienza non solo aberrante ma profondamente  traumatica dal punto di vista psichico è principalmente la condizione specifica della “vittima”.  Il bambino e/o l’adolescente coinvolto in questa esperienza è privo della possibilità di scegliere e soprattutto di  comprendere correttamente ciò che sta accadendo lui e di attribuirgli un senso. Il danno subito è ancora maggiore quando l’abusante è un membro della famiglia, una persona a cui la vittima è legata emotivamente, di cui si fida e dalla quale dovrebbe ricevere cura e protezione nel momento del pericolo.


Il trauma dell’abuso non può essere cancellato dal passare del tempo, come ingenuamente si tende a credere e fa comodo pensare!. L’esperienza rimane viva nella mente e nel corpo fin tanto che non si dà alla vittima la possibilità di “elaborarla”.

violenza sessuale sui minori


In che modo?
I primo luogo creando un contesto di protezione e di contenimento emotivo-affettivo. E’ fondamentale per il bambino/adolescente sapere di potersi affidare ad un adulto in grado di dargli ascolto, di aiutarlo a dare forma e voce alle sue emozioni, di dare un senso all’accaduto, di fornirgli conforto e quella protezione che si realizza attraverso l’atto di “denuncia”. La segnalazione e la conseguente condanna dell’abusante sono passi indispensabili affinchè la vittima possa ricominciare a vivere poiché liberano dal senso di colpa e di responsabilità per l’accaduto e danno un segno inequivocabile del fatto che ciò che è avvenuto era profondamente sbagliato e meritevole di punizione. Nella maggior parte dei casi, infatti, un bambino traumatizzato non ha compreso cosa sia successo e crede di essere “cattivo” o “difettato”. E’ importante che il bambino comprenda che ciò che ha vissuto non rappresenta la “normalità” e che all’interno di quella esperienza “bestiale” lui non ha alcuna colpa. Un evento traumatico non  elaborato è in grado di condizionare in modo più o meno consapevole  il presente della persona, dando vita a comportamenti e reazioni emotive non sempre coerenti al contesto che li ha  scatenati.


Perché accade questo?
Durante un abuso, come in qualsiasi altro contesto che minaccia il senso di sicurezza e di integrità personale, l’esperienza viene registrata sotto forma di immagini, suoni, sensazioni fisiche, odori ed emozioni ad essi collegati; la mente registra la paura e alcuni stimoli vengono codificati come pericolosi. Al presentarsi in seguito di stimoli “simili” a quelli che hanno caratterizzato l’esperienza traumatica  il cervello reagisce in maniera automatica, generalizzando la risposta, poiché non tiene conto del contesto specifico e del senso dell’esperienza attuale.
Solo un processo di integrazione delle singole parti dell’esperienza e l’inserimento di quest’ultima nella storia personale permette di conservarne il ricordo ma non l’impatto emotivo ad esso legato e libera il presente dai fantasmi del passato.


Se tuo figlio/a è stato/a vittima di abusi o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

Cleptomania: cosa c'è dietro

by Dr.ssa Angela Oreggia 23. gennaio 2012 16.56

Il termine “cleptomania” significa letteralmente “mania di rubare” e definisce una malattia, un disturbo psichico che interessa circa lo 0,6 per cento della popolazione di cui la maggior parte sono donne dall’età media di 35 anni e gli adolescenti.

Si caratterizza principalmente per un intenso impulso a rubare e questo avviene indipendentemente dal valore economico dell’oggetto e senza che vi sia una reale necessità per l’uso personale da parte di chi se ne impossessa. Il più delle volte, infatti,  l’oggetto rubato viene immediatamente gettato o restituito e solo raramente viene conservato.

Questa forte spinta al furto, questo “spasmodico desiderio di rubare”, per usare le parole di Gioia,  è avvertito dal soggetto come  irrefrenabile attraverso la sola volontà personale.  Il cleptomane è consapevole del fatto che la sua azione è deplorevole ed immotivata ma non è in grado di avere un controllo su di essa.

Immediatamente prima di commettere il furto la persona avverte un intenso e crescente stato di  tensione, ansia e disagio che permane finchè l’impulso non viene soddisfatto. Immediatamente dopo o durante l’atto il cleptomane prova sollievo dalla tensione, gratificazione  e spesso un gran senso di piacere destinato a  durare per breve tempo per lasciare spazio al senso di colpa e alla vergogna per l’azione compiuta.

cleptomania

Il senso di disagio e di vuoto sono spesso la causa di ulteriori condotte patologiche come per esempio l’assunzione di alcol e droghe e, abbuffate.

Questo disturbo non ha un andamento costante: può comparire nella fanciullezza con condotte sporadiche di furto ed alternarsi a periodi anche molto lunghi in cui la persona è libera dall’incontrollabile impulso di rubare e ripresentarsi improvvisamente.

Non si conoscono le cause certe della cleptomania ma le motivazioni che i cleptomani adducono per spiegare il loro comportamento sono la presenza di situazioni e vissuti stressanti.

In realtà questi accadimenti possono essere considerati dei “detonatori”, ossia le condizioni  che fanno scattare la malattia, mentre le cause vere e proprie sembrano essere più profonde e molteplici.

La presa di coscienza del proprio stato di malattia e la personale ed intima motivazione alla guarigione rappresentano i primi indispensabili passi verso la risoluzione del problema che risulta curabile attraverso una intervento psicoterapeutico associato all’assunzione di farmaci a seconda del singolo caso.

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Mettiamo la Psicologa dott.ssa Mariagiovanna Latrofa... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 23. gennaio 2012 12.43

 

Conosciamo un po’ di più la dott.ssa Mariagiovanna Latrofa

Qual è la tua specializzazione?

Sono laureata in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione e in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Torino. Attualmente sto conseguendo la mia specializzazione in Psicoterapia per l’individuo, la coppia e la famiglia. Ho maturato esperienza nel sostegno psicologico rivolto ad adolescenti, adulti in condizione di forte stress e genitori in difficoltà. Attualmente mi occupo di autismo e presto il mio servizio all’interno di un Consultorio Familiare di Torino. Oltre a ciò, lavoro in uno Spazio Famiglia dove il mio compito è di facilitare, attraverso il gioco, la relazione genitori-figli.

 

 

Meglio la vita di coppia o quella da single?

Non esiste una risposta universale a questa domanda; credo infatti che ognuno possa trovare il suo equilibrio sia da solo, sia condividendo la propria vita con un partner.


Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...)

Il più grande successo è sicuramente quello di aver raggiunto dei traguardi importanti in breve tempo; sento invece come fallimento il fatto di essermi persa, lungo questo tragitto, pezzi importanti del paesaggio.


Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno?

Personalmente, meglio un film seguito magari da otto ore di sonno ristoratore.


Che rapporto hai con Internet e con le nuove tecnologie?

Ottimo, le utilizzo quotidianamente e trovo che siano di aiuto (a volte addirittura indispensabili) per la mia vita.


Sei iscritta a facebook o a google+?

Sono iscritta a facebook perché mi offre grandi opportunità di rimanere in contatto con persone e realtà molto lontane nello spazio.


Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale?

Credo che i Social Network siano diventati a pieno titolo agenzie di socializzazione grazie alle quali fare nuove amicizie e mantenere quelle vecchie. Etichettarle come reali o virtuali non è un’operazione che possiamo fare dall’esterno; piuttosto dobbiamo chiederci di volta in volta quanto queste relazioni siano sane e contribuiscano al benessere reale della persona e quanto invece siano basate su una costruzione falsa dell’identità.

 

Essere felici per te significa...?
Sentirmi bene con me stessa e con chi mi sta intorno.

 

Entra ora in contatto con la dott.ssa Mariagiovanna Latrofa

Mettiamo lo Psicoterapeuta dott. Aldo Levrero.... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 23. gennaio 2012 11.21

Conosciamo un pò di più il dott. Aldo Levrero

Qual è la tua specializzazione? Sono uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Mi occupo di disturbi d'ansia e alimentari, difficoltà di coppia, attacchi di panico. Lavoro con adulti e adolescenti. Ho un approccio molto concreto: soluzioni concrete, grande collaborazione con la persona e attenzione al cambiamento continuo.

Meglio la vita di coppia o quella da single? Vivere bene, con serenità e avere un buon rapporto con se stesso e gli altri è sempre la cosa migliore, sia in coppia che single.

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...).Non esistono fallimenti, solo l'opportunità di vedere in modo diverso le cose. L'unico vero fallimento è non imparare niente di positivo e costruttivo dalle esperienze che ci capitano.

Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? A volte tutte e tre le cose! Ma anche una serata con pochi e buoni amici aiuta.

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Ottimo, quando funzionano!, Scherzi  parte, sono sempre un'ottima opportunità per conoscere ed esprimersi. Vanno considerati mezzi, non obiettivi

Sei iscritta a Facebook o a Google+? Si, ad entrambi.

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? Nè virtuale né reale. E' un modo per comunicare qualcosa, a volte per condividerlo. Il resto lo fa la vita quotidiana.

Essere felici per te significa...? Avere un rapporto positivo e sereno con le situazioni e le persone che ci circondano, avere la possibilità di imparare nuove cose e fare esperienze positive

Entra ora in contatto con il dott. Aldo Levrero

 

 

Ipocondria: sintomi e cause

by Dr.ssa Angela Oreggia 22. gennaio 2012 19.52

L’ipocondria, o ansia connessa con lo stato di salute, è una malattia che si caratterizza principalmente per la costante preoccupazione o convinzione di avere una grave malattia e di essere in procinto di morire.

Questa paura nasce da errate e catastrofiche interpretazioni che la persona fa circa i sintomi fisici che lamenta. Un giramento di testa diventa inequivocabilmente il sintomo di un tumore cerebrale; il battito del cuore accelerato diventa il segnale di un infarto in atto; un banale formicolio alla mano il sintomo di un ictus. Inevitabili diventano per il soggetto ipocondriaco le corse al pronto soccorso, le visite ripetute dal medico di base e la richiesta di esami che confermino le auto-diagnosi.

ipocondria

Generalmente l’esito negativo degli accertamenti medici non serve a ridurre i timori del soggetto, anzi, molto spesso le parole di rassicurazione fornite dai medici generano rabbia ed irritazione perché considerate l’ espressione di mancanza di serietà, competenza e attenzione.
La preoccupazione riguardante le malattie, la paura di poter morire da un momento all’altro, spesso diventano per la persona affetta da ipocondria l’elemento centrale dell’immagine di sé, della propria vita privata e sociale, interferendo negativamente sulle qualità delle sue relazioni.

Come è perché si sviluppa un disturbo ipocondriaco?
Molto spesso focalizzare l’attenzione sul proprio corpo e su ogni sua più piccola manifestazione rappresenta per la persona un meccanismo di difesa. E’ una modalità per ancorare l’ansia su qualcosa considerato più facilmente controllabile e gestibile (il corpo) e per allontanarsi, in modo più o meno consapevole, dalla sua vera causa. Spesso l’origine del disagio è da ricercarsi nella storia e nelle esperienze passate della persona così come le convinzioni catastrofiche circa lo stato di salute, acquisite e modificate negli anni attraverso le esperienze personali.

Lo scopo dell’ipocondriaco può essere altresì quello di attirare ed intensificare le attenzioni delle persone che lo circondano.

Il disturbo ipocondriaco, se non adeguatamente trattato mediante un intervento psicoterapeutico ed eventualmente farmacologico, tende a mantenersi nel tempo, portando ad un deterioramento della qualità della vita del soggetto.

Per poter accettare e iniziare un percorso terapeutico è indispensabile  una profonda motivazione al cambiamento, che può trovare energia nella propria sofferenza ma anche (e soprattutto) nella presa di coscienza del dolore e del disagio che la propria condizione procura alle persone amate.

 

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Gioco d'azzardo online e dipendenza patologica

by Dr.ssa Angela Oreggia 22. gennaio 2012 19.41

Il gioco d'azzardo, inteso come gioco in cui il risultato finale è determinato unicamente dal caso e nel quale la persona investe una quota di denaro, rappresenta un fenomeno molto diffuso che coinvolge il 70-80% della popolazione adulta.

Unisce in sé divertimento, forti emozioni ed uno stato di eccitazione legato  al fatto che si sta cercando di sfidare il “caso” e avere la meglio su di esso; al brivido per l'incertezza del risultato e alla possibilità di raggiungere una vincita che può cambiare la vita.
Può accadere, purtroppo, che questa tipologia di gioco perda la qualità di passatempo sano, divertente e sporadico per diventare una vera e propria malattia.

Mi riferisco al gioco d'azzardo patologico, una forma di “dipendenza senza sostanza” che colpisce l'1,3% circa della popolazione dedita al gioco, e che è in grado nel tempo di stravolgere i rapporti familiari, sociali e finanziari della persona colpita.

La patologia in quanto tale va ben oltre il “vizio” in quanto il giocatore perde più o meno rapidamente il controllo e la libertà sul proprio comportamento di gioco, sul proprio investimento in termine di tempo e denaro; l'impulso diventa irrefrenabile, il gioco diventa il pensiero e l'attività principale della giornata e, nonostante le conseguenza negative che comporta, non si riesce a smettere.

dipedenza gioco d'azzardo online

Come ha inizio la spirale che porta alla dipendenza?
Nella maggior parte dei casi, specialmente all'interno della popolazione femminile, ci si avvicinata al gioco per caso salvo scoprire ben presto che il gioco può rappresentare una via di fuga dalla noia e dalla monotonia della vita quotidiana, sollievo da spiacevoli sensazioni di ansia, rabbia, depressione e solitudine e la via d'accesso ad un mondo libero da obblighi, responsabilità e fattori di controllo.
L’ evoluzione da gioco d’azzardo a gioco d'azzardo patologico è stata ben descritta da Custer (1982), come una successione di fasi che, dalla primitiva fase vincente, passando attraverso la fase perdente, culminano nella fase della disperazione. A questo punto vi può essere il recupero, passando attraverso una fase critica, di ricostruzione e di crescita.

Solitamente la persona viene colpita dalla febbre del gioco a partire dalla “fortunata” vincita iniziale, che non è in alcun modo determinata dal ricorso a sue abilità personali oppure da un particolare “fiuto” , tanto meno dal ricorso ad un numero magicamente considerato fortunato: ma solo dal caso!
L'eccitazione per la somma di denaro vinto e per il nuovo mondo scoperto rappresenta la via d’accesso al “circolo vizioso” fatto di ulteriori puntate per ottenere nuove vincite e successive giocate per inseguire le perdite.

“Giocare d’azzardo” è diventata rapidamente l'attività principale non solo durante la notte ma anche durante il giorno con conseguenze estremamente negative sul piano economico (significativa perdita di denaro, richieste di prestiti, azioni illegali per raccimolare denaro), lavorativo (perdita del posto di lavoro per assenteismo), sociale (isolamento, irrequietezza, ansia) e sulle dinamiche familiari.

Solo la presa di coscienza della disastrosa situazione nella quale si è giunti permette di passare alle fasi successive di ricostruzione e crescita.
E’ di fondamentale importanza sottolineare che tale percorso di “rinascita” richiede il ricorso ad una rete di professionisti specializzati e non può essere affrontato da soli.


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Gelosia patologica e gelosia ossessiva: come guarire

by Dr.ssa Angela Oreggia 20. gennaio 2012 10.44

Quando si può parlare di gelosia patologica o ossessiva? La gelosia è un sentimento che noi tutti ben conosciamo, che abbiamo provato con differenti livelli di intensità fin da quando eravamo bambini nei confronti di oggetti o persone che avevano per noi un significato particolare, che erano per noi importanti.

All’interno di una relazione di coppia la gelosia nei confronti del partner è uno stato naturale e fisiologico e, se manifestata in modo non eccessivo, è un ingrediente fondamentale. Rappresenta una ulteriore dimostrazione del sentimento affettivo verso il partner,  serve a far sentire l’amato veramente amato, protetto e  importante, e può portare solo ad un rafforzamento dell’unione. E’ un modo per dire: “sei importante per me e quindi ho paura di perderti!”. 

Può accadere, però, che questo pizzico di sale, questo “stato passionale” si trasformi proprio in ciò che danneggia e distrugge quell’amore e quel rapporto che lo avevano alimentato.

Mi riferisco alla gelosia per così dire “malata” o “patologica”, quella gelosia morbosa che eccede e sconfina dagli argini  provocando sofferenza in se stessi, nell’amato e all’interno della coppia.

gelosia patologica

Il passaggio dalla gelosia “sana” a quella “patologia”si rileva quando la normale e controllata paura di perdere l’amato si trasforma in un pensiero costante, ossessivo, irrazionale,  delirante che domina la mente del “geloso” e porta ad interpretare la realtà solo in un certo modo, generando solo conclusioni irrazionali e inconcepibili. I pensieri e i sentimenti negativi non vengono più tenuti sotto controllo e  si trasformano in comportamenti violenti  sul piano sia verbale sia fisico: il “geloso” fa vivere sotto pressione il proprio partner  attraverso un’aggressività che diventa persecutoria e mortifera.

Le cause di una gelosia malata sono per lo più riconducibili ad una scarsa autostima, ad una visione di se stessi come “poco amabili e degni di essere amati”. In questi casi la gelosia si associa al concetto di possessività che pretende “l’altro” in modo esclusivo e personale e al conseguente timore di perdere qualcosa che si ritiene proprio.

E’ frequente, in questi casi, che la gelosia travolga non solo il proprio partner ma prenda di mira anche una “terza persona”, il possibile “intruso”, il “rivale”, colui che possiede o si pensa possegga le qualità e le caratteristiche assenti nel “geloso” e per questo motivo in grado di portargli via “l’oggetto d’amore”.

 

 

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