Dipendenza sessuale: le cause della sex addiction

by Dr.ssa Angela Oreggia 19. gennaio 2012 12.33

Quando si può parlare di dipendenza sessuale? La sessualità rappresenta l’espressione fondamentale dell'essere umano e definisce la qualità delle relazioni interpersonali.
Molte persone invece di accostarsi al sesso in modo “naturale” e “sano” come modalità di comunicazione, di relazione, di scambio di piacere e momento privilegiato dell’intimità lo vivono in modo ossessivo. La ricerca di sesso diventa un pensiero fisso, prioritario, incontrollabile e genera comportamenti fuori dal proprio controllo. Invece di godersi il sesso si sviluppa una forma di dipendenza.

Il National Council of Sexual addiction definisce la Sex Addiction come “una persistente e crescente modalità di comportamento sessuale, messo in atto nonostante il manifestarsi di conseguenze negative, per sé e per gli altri”. I soggetti dipendenti dal sesso in Italia sono stimati in circa il 6% della popolazione.

La sessualità non è più il risultato di una libera e consapevole scelta ma diventa la risposta ad un impulso sessuale irrefrenabile che genera non solo piacere ma anche forte disagio, malessere, ansia, vergogna e senso di colpa.
La persona dipendente, come la protagonista di questa vicenda, non riesce a stabilire alcuna legame psicologico e nessuna relazione con l’altro ( ne tantomeno è interessata a farlo), perché l’altra persona costituisce un “semplice oggetto” che ha come unica funzione quella di soddisfare un bisogno e questo la rende facilmente sostituibile.

dipendenza sessuale

E’ possibile delineare il profilo di un soggetto “dipendente”?
In linea di massima le persone che sviluppano una dipendenza, da sesso, alcool, droga, gioco e altro, si caratterizzano per una “fragilità del sé”, ossia per un’identità personale incompleta, mancante e labile. Tendono a vivere e ad interpretare il mondo e se stessi attraverso un insieme di convinzioni negative del tipo: sono inadeguato; non sono una persona degna di amore; sono “amabile” solo se mi do all’altro il più possibile e se lo soddisfo e lo appago completamente; esisto solo se qualcuno mi guarda.
Utilizzano “l’oggetto” nel tentativo di riempire il proprio vuoto, di potenziare la propria personalità, di definire e rafforzare la propria autostima.
Spesso l’obiettivo è quello di anestetizzare la propria emotività e di scappare da se stessi attraverso la ricerca di forti sensazioni che annebbiano il pensiero e lo portano lontano da sé.


Dove rintracciare la causa di tale fragilità e del comportamento di dipendenza?
Alla base di molti disturbi di dipendenza da sesso è rintracciabile una storia di abusi sessuali o gravi maltrattamenti oppure altre esperienze “traumatiche “ per la persona che le ha vissute e che hanno in qualche modo interrotto il processo di formazione dell’ identità personale o creato una frattura al suo interno.

Se consideriamo la storia di Tiziana, lei stessa racconta di quanto sia stato difficile credere e accettare l’abbandono del padre (verso il quale aveva “un’inclinazione particolare”), di come si sia sentita responsabile e vuota da quel momento in avanti: “ mi sentivo come se mi mancasse qualcosa, e cercavo delle strade per dimenticare tutto questo, con tutti i miei sensi di colpa; pensavo che se lo avessi reso più contento, sarebbe rimasto con noi”.

In queste parole è forse possibile rintracciare l’inizio, o quanto meno  l’elemento scatenante, del lento e progressivo comportamento di dipendenza che ha reso Tiziana prigioniera di una “malattia” in grado di rovinare non solo la sua vita ma anche quella delle persone che le stanno accanto e che le vogliono bene.
 
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Inappetenza nei bambini: consigli per bimbi inappetenti

by Dr.ssa Angela Oreggia 17. gennaio 2012 22.49

Come nasce l’inappetenza nei bambini? Fin dalla nascita, il pasto assume un grande significato di scambio emotivo-affettivo tra il piccolo e la sua figura di accudimento. E’ un momento dove si realizza una vicinanza fisica significativa, un contatto fatto di coccole e carezze e di sguardi congiunti che veicolano sentimenti, emozioni e credenze.


Non sempre, però, questa esperienza si realizza in modo gratificante sia per il piccolo che per la madre. Ci sono neonati che per una naturale predisposizione temperamentale si distinguono per essere dei”piccoli mangiatori”, quelli che una madre potrebbe definire: “un osso duro quando si tratta di mangiare”.


Questo atteggiamento è in grado di generare ansia nella neo-mamma e pensieri negativi circa la propria capacità di accudire, nutrire e più in generale di prendersi cura della propria creatura.
Conseguenti vissuti di natura depressiva ,sentimenti di colpa e irrequietezza inevitabilmente vengono trasmessi al piccolo che inizierà a vivere un momento fondamentale della sua esistenza psico-fisica come occasione di sperimentare tensione e disagio.

inappetenza nei bambini

 

E’ naturale che il bambino cerchi di sottrarsi ad una esperienza diventata poco piacevole e gratificante, iniziando a rifiutare il latte e successivamente l’alimentazione in generale. Questa reazione innesca un circolo vizioso senza interruzione nel quale il cibo diventa ossessivamente il pensiero dominante della giornata e unico canale di comunicazione affettiva tra il bambino e la sua mamma.


Intorno al tema “cibo” si intrecciano punizioni, minacce, preghiere, strategie ludiche di distrazione messe in atto da genitori disperati nell’unico, ingenuo, tentativo di far mangiare il figlio. Naturalmente l’obiettivo sperato e atteso di far mangiare il bambino non si realizza anzi, l’effetto di tanta attenzione e preoccupazione intorno al piccolo non fa altro che rinforzare il suo comportamento di rifiuto del cibo e di sfida nei confronti dei genitori. Quale bambino rinuncerebbe a tutte quelle attenzioni e al “godimento” di tenere in pugno mamma e papà?


Per uscire da questo circolo vizioso è necessario modificare il contesto, un contesto fatto di comportamenti, emozioni, sentimenti e pensieri. In cibo non deve essere protagonista tiranno della scena ma piacevole elemento che accompagna esperienze emotivamente gratificanti. Il pranzo e la cena devono trasformarsi in momenti di condivisione, di confronto, di scambio di parole, affetti e reciproche attenzioni tra i membri di una famiglia. All’interno di questo nuovo contesto il cibo assumerà un significato diverso, libero da vissuti negativi e persecutori.
 
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Che cos’è l’alcolismo?

by Dr.ssa Angela Oreggia 17. gennaio 2012 14.57

Quando si può parlare di alcolismo? Nella cultura mediterranea il consumo di alcol è considerato un’abitudine consolidata ed integrata nella dieta alimentare e nella vita di relazione e la maggior parte della popolazione assapora il piacere di un buon bicchiere di vino o di birra.

Spesso, però, la bevanda alcolica perde la qualità di complemento  “sociale e conviviale” e diventa, al pari di altre sostanze, una  vera e propria droga e come tale viene utilizzata, poiché in grado di alterare lo stato di coscienza agendo sul sistema nervoso centrale.

A differenza delle anfetamine, dei cannabinoidi, della cocaina e dell’eroina, l’alcol è una droga più subdola ( e quindi più pericolosa) perché socialmente accettata e difficilmente considerata come tale. Rimane il fatto che, da sempre, rappresenta la droga più utilizzata nella maggior parte delle culture poichè facilmente reperibile e a basso costo.


Quali sono gli effetti dell’ assunzione di alcool?

In piccole quantità l’alcol ha un effetto stimolante, euforizzante e disinibente; a dosi più elevate produce un effetto sedativo e anestetico a livello sia fisico che psichico.
Per questo suo duplice effetto viene utilizzato erroneamente come “soluzione apparente”  alle problematiche quotidiane e al disagio ad esse associate.


Molte persone possono ricercare nell’alcol quella sensazione di forza e vigore di cui si sentono mancanti  e lenire così la paura di “non essere all’altezza” e di “non farcela”.  Altre  trovano invece  nell’alcol quel mezzo per annullare le tensioni, cancellare i pensieri negativi, eludere l’ansia e i conflitti e sopportare le paure e il dolore.
Terminato l’effetto, però, i disagi iniziali riemergono in maniera ancor più prepotente a causa della depressione fisica indotta dall’alcol e dalla mancanza di lucidità mentale indotta dall’intossicazione acuta.


Le sensazioni soggettive possono essere talmente insopportabili da spingere il soggetto a ricercare nuove e sempre maggiori dosi di alcol, dando inizio ad una spirale patogena sia per il corpo sia per la mente.

alcolismo

Cos’è l’alcolismo?

Alcolismo è una grave forma di dipendenza associata all’abuso cronico di bevande alcoliche che colpisce circa 1% dei consumatori di alcol.
La persona alcol-dipendente necessità di sempre maggiori quantità di alcol per raggiungere l’effetto desiderato; va incontro a malessere fisico e psichico in assenza della sostanza; è dominato dal desiderio persistente di bere; non è più in grado di smettere volontariamente di assumere alcol.

Al pari delle altre tossicodipendenze anche l’alcolismo si caratterizza per la presenza di un comportamento compulsivo di ricerca della sostanza, nonostante la persona sia consapevole degli effetti negativi sulla propria salute e sull’ambiente familiare e sociale, nonché lavorativo, circostanti. In altre parole, l’alcolista perde il controllo volontario sulla sostanza e si trova ad esserne schiavo.


Quale intervento si rende necessario?

La persona che ha sviluppato una dipendenza da alcol risulta spesso difficile da curare a causa di una profonda negazione della condizione di malattia in cui si trova. L’aiuto che ricercano nel sistema familiare e amicale è quello di sostenere il comportamento di uso di alcol e reagiscono con rabbia e aggressività qualora questo aiuto gli venga negato.

L’unico atteggiamento funzionale alla risoluzione della malattia da parte dei familiari è quello di sostenerlo nel cammino terapeutico che dev’essere svolto presso strutture specializzate dotate di una rete di figure professionali in grado di gestire sia il corpo sia la mente.

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Violenza sui bambini: trauma ed elaborazione

by Dr.ssa Angela Oreggia 16. gennaio 2012 21.58

Quando si può parlare di violenza sui bambini? Qualsiasi attività di tipo sessuale, anche in assenza di penetrazione, esercitata da un adulto su  soggetti “immaturi” e “dipendenti” rappresenta un abuso sessuale.


Ciò che rende l’abuso sessuale infantile un’esperienza non solo aberrante ma profondamente traumatica dal punto di vista psichico è principalmente la condizione specifica della “vittima”.  Il bambino e/o l’adolescente coinvolto in questa esperienza è privo della possibilità di scegliere e soprattutto di  comprendere correttamente ciò che sta accadendo lui e di attribuirgli un senso. Il danno subito è ancora maggiore quando l’abusante è un membro della famiglia, una persona a cui la vittima è legata emotivamente, di cui si fida e dalla quale dovrebbe ricevere cura e protezione nel momento del pericolo.

violenza sui bambini

Il trauma dell’abuso non può essere cancellato dal passare del tempo, come ingenuamente si tende a credere e fa comodo pensare!. L’esperienza rimane viva nella mente e nel corpo fin tanto che non si dà alla vittima la possibilità di “elaborarla”.

In che modo? In primo luogo creando un contesto di protezione e di contenimento emotivo-affettivo. E’ fondamentale per il bambino/adolescente sapere di potersi affidare ad un adulto in grado di dargli ascolto, di aiutarlo a dare forma e voce alle sue emozioni, di dare un senso all’accaduto, di fornirgli conforto e quella protezione che si realizza attraverso l’atto di “denuncia”.

La segnalazione e la conseguente condanna dell’abusante sono passi indispensabili affinchè la vittima possa ricominciare a vivere poiché liberano dal senso di colpa e di responsabilità per l’accaduto e danno un segno inequivocabile del fatto che ciò che è avvenuto era profondamente sbagliato e meritevole di punizione. Nella maggior parte dei casi, infatti, un bambino traumatizzato non ha compreso cosa sia successo e crede di essere “cattivo” o “difettato”. E’ importante che il bambino comprenda che ciò che ha vissuto non rappresenta la “normalità” e che all’interno di quella esperienza “bestiale” lui non ha alcuna colpa.

Un evento traumatico non elaborato è in grado di condizionare in modo più o meno consapevole  il presente della persona, dando vita a comportamenti e reazioni emotive non sempre coerenti al contesto che li ha  scatenati.

Perché accade questo? Durante un abuso, come in qualsiasi altro contesto che minaccia il senso di sicurezza e di integrità personale, l’esperienza viene registrata sotto forma di immagini, suoni, sensazioni fisiche, odori ed emozioni ad essi collegati; la mente registra la paura e alcuni stimoli vengono codificati come pericolosi.

Al presentarsi in seguito di stimoli “simili” a quelli che hanno caratterizzato l’esperienza traumatica  il cervello reagisce in maniera automatica, generalizzando la risposta, poiché non tiene conto del contesto specifico e del senso dell’esperienza attuale.
Solo un processo di integrazione delle singole parti dell’esperienza e l’inserimento di quest’ultima nella storia personale permette di conservarne il ricordo ma non l’impatto emotivo ad esso legato e libera il presente dai fantasmi del passato.

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Molestie sessuali: come riconoscerle e affrontarle

by Dr.ssa Angela Oreggia 16. gennaio 2012 16.04

Per molestia sessuale si intende ogni atto o comportamento indesiderato, a connotazione sessuale, che leda la dignità e la libertà morale della persona, compresi anche gli atteggiamenti puramente verbali o scritti.
Da un’inchiesta Istat, condotta tra il 2008 e il 2009 con il contributo del Dipartimento per le Pari Opportunità, è emerso che il 51,8% delle donne tra i 14 e i 65 anni è  stata vittima, almeno una volta nella vita, di molestie a sfondo sessuale. Sono soprattutto le ragazze  in un’età compresa tra i 14 e i 24 anni (38,6%) i bersagli preferiti dei molestatori, con una probabilità doppia rispetto alla media.
Il fenomeno molto spesso rimane sommerso, taciuto dalla vittima per paura, vergogna, senso di colpa e impotenza ma, soprattutto, per  la percezione di una mancanza nella rete familiare e sociale di validi punti di riferimento o di  interlocutori in grado di fornire contenimento e protezione.
Le molestie, gli abusi, le violenze NON DEVONO passare impunite, vanno denunciate; la denuncia e la condanna  inflitta al molestatore liberano la vittima dal senso di colpa e di responsabilità per l’accaduto e questo è di fondamentale importanza per poter continuare a vivere la propria esistenza.


Come riconoscere una molestia subita o un abuso?
In linea di massima non è possibile definire una precisa sintomatologia manifestata dal bambino e/o dall’adolescente vittima di molestie o abusi; esistono dei “campanelli di allarme” ai quali rivolgere l’attenzione poiché indicano la presenza di sofferenza e disagio.
Si tratta di più generali modificazioni improvvise dei comportamenti e delle abitudini quotidiane: Sbalzi di umore, tristezza e ansia; difficoltà nelle relazioni; comportamenti aggressivi; isolamento e chiusura in se stessi; disturbi del sonno e dell’alimentazione; diminuzione nel rendimento scolastico; riduzione dell’attenzione.
Teniamo sempre presente, comunque, che non tutti i bambini/adolescenti traumatizzati presentano questi sintomi e non necessariamente i bambini/adolescenti in cui si osservano queste modificazioni hanno subito molestie o abusi.

molestie sessuali


Qual è il ruolo dei genitori? Il ruolo fondamentale del genitore è quello di proteggere i propri figli. A tal fine risultano indispensabili:

  • L’ascolto, il dialogo e l’educazione emotiva, strumenti che affondano le proprie radici nella relazione genitore-figlio a partire dalla primissima infanzia del bambino.

In che modo è possibile costruirli?

  • Offrendo una disponibilità all’ascolto e al contenimento delle emozioni. Un bambino aiutato a riconoscere, esprimere e gestire le proprie emozioni saprà in futuro riconoscere uno stato di sofferenza e saprà chiedere aiuto, sapendo di poter contare sulla presenza di un interlocutore attento protettivo e comprensivo.
  • Mostrando interesse per ciò che accade ai propri figli nel quotidiano; fornendo loro una presenza discreta ma costante, attenta e disponibile nonostante il tempo a disposizione sia a volte ridotto.
  • Aprendosi in prima persona al dialogo per facilitare il dialogo, così come ha fatto la mamma di Alice.

Cosa possono fare i genitori in casi come questo?
Prestare attenzione alle improvvise modificazione nell’umore, nei comportamenti e nelle abitudini quotidiane del figlio. Cambiamenti repentini  indicano la presenza di sofferenza e disagio, anche se non legati necessariamente a vissuti di molestie o abuso.
Particolare attenzione e sensibilità sono necessari nel caso di ragazzi/e adolescenti. L’adolescenza è una fase delicata e complessa del ciclo di vita che richiede lo svolgimento di una serie di compiti evolutivi che riguardano la sfera della maturazione individuale, della relazionalità e della socializzazione. E’ frequente osservare nei ragazzi oscillazioni nell’umore, atteggiamenti di ribellione e protesta ma, attenzione a non correlare in modo ingenuo e semplicistico ogni atteggiamento osservato a questa fase evolutiva, con la conseguente tendenza alla “normalizzazione”.



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Disturbi psicosomatici: le patologie urogenitali

by Dr. Massimiliano Paglione 14. gennaio 2012 18.33

Le patologie urogenitali sono di varia natura e spesso sono legate ai momenti importanti della vita riproduttiva oppure ai periodi di crescita. I disturbi più importanti sono l’enuresi, l’amenorrea e la sindrome premestruale.


L’enuresi è l’emissione involontaria e incosciente di urine soprattutto nelle ore notturne. Essa diventa patologica dopo i quattro anni, ovvero dopo l’età soglia per l’autoregolazione dello sfintere urinario. Talvolta può essere conseguenza di alterazioni organiche ma nella maggioranza dei casi è di natura psicogena. Le influenze negative psicogene sono da ricercare soprattutto nell’ambiente, ed in particolare nel rapporto madre-figlio, spesso pervaso da problematiche affettive o da una rigidità che portano a tali atteggiamenti di protesta. Dal punto di vista psicologico c’è l’ipotesi che l’enuresi sia una forma di autoerotismo che sostituisce la masturbazione.

disturbi psicosomatici

L’amenorrea è l’assenza del flusso mestruale per due o più mesi. Può essere legata a varie cause organiche e non. Quella di maggior interesse psicosomatico è l’amenorrea psicogena; essa è associata a fattori come forte stress e deprivazione, modificazioni di vita, patologie psichiatriche. Questi riescono ad influire sul sistema neuroendocrino alterandolo e provocando così l’amenorrea. Dal punto di vista psicologico si ipotizza un timore per l’integrità fisica o una realizzazione allucinatoria del desiderio di gravidanza.


La sindrome premestruale è un disturbo che compare in concomitanza con il ciclo mestruale ed è caratterizzato da sintomi somatici come gonfiore, tensione mammaria, cefalea, ritenzione idrica, e sintomi psichici come alterazioni dell’umore, irritabilità e depressione. Per tale sindrome si evidenzia un legame con condizioni di vita stressanti e con situazioni conflittuali nei confronti dell’identità femminile, materna e della sessualità; deriverebbe da ciò un rifiuto inconscio di tali aspetti oppure una conflittualità nevrotica collegata ad essi.

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Disturbi psicosomatici e patologie cardiocircolatorie

by Dr. Massimiliano Paglione 8. gennaio 2012 21.55

La psicosomatica tra i suoi vari campi d’indagine annovera i disturbi cardiocircolatori che, aldilà delle necessarie valutazioni organiche, nascondono spesso componenti psicologiche che non possono essere trascurate. È utile sottolineare che i fattori psicologici non necessariamente sono inerenti alla nascita di un determinato disturbo, ma possono “semplicemente” contribuire al perpetrarsi dello stesso, risultando così altrettanto ineludibili alfine di una completa guarigione.  La causale psichica è da ricercarsi essenzialmente in un continua condizione di “lotta e fuga” dovuta ad un senso di inadeguatezza e ad una perdita di protezione. Le manifestazioni somatiche più rilevanti tra le tante sono il dolore toracico, il cardiopalmo e la dispnea.

Il dolore toracico è un disturbo avvertito come un “senso di costrizione” al petto. Può persistere a lungo variando anche d’intensità. Spesso è associato ad eventi faticosi o fortemente emotivi; probabilmente è causato da un inconscio e persistente aumento del tono muscolare aggravato a volte da iperventilazione. Ha componenti sia psichiche che organiche.

 

disturbi psicosomatici

 

Il cardiopalmo è invece un fenomeno soggettivo sgradevole, definito come “aver coscienza del proprio battito cardiaco”. E’ più comunemente causato da modificazioni del ritmo cardiaco, dalla frequenza dei battiti oppure da un aumento della contrattilità. Queste sgradevoli manifestazioni possono inoltre portare ad un aumento dell’ansia dando vita così ad un pericoloso fenomeno circolare. Spesso il cardiopalmo non è la conseguenza di un disturbo organico ma di un disturbo psichico.

La dispnea, infine, si riferisce ad una  spiacevole sensazione di difficoltà nel respirare. Deriva principalmente da congestione polmonare di origine cardiaca e da alterazioni dell’apparato respiratorio. In questo caso i fattori emotivi, pur non rientrando tra le cause scatenanti, possono favorire o aggravare il disturbo.

 

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La depressione senile

by Dr. Massimiliano Paglione 4. gennaio 2012 17.18

Che cos'è la depressione senile? Prima di tutto chiariamo che la depressione è un’alterazione del tono dell’umore che si manifesta solitamente con malinconia, pianto immotivato, tendenza all’isolamento, perdita di interesse verso attività quotidiane e/o solitamente coinvolgenti.

 

La fascia d’età più colpita è quella degli anziani. Si stima che almeno il 30% delle persone sopra i 65 anni sia in qualche misura affetto da uno stato depressivo; un numero tre volte superiore rispetto al resto della popolazione, e ancor più ragguardevole se si tiene conto del basso indice di riconoscimento (10%) da parte delle istituzioni ospedaliere

 

La depressione senile è solitamente generata da fattori quali un inadeguato adattamento alle malattie tipiche dell’invecchiamento, l’isolamento sociale, il restringersi delle autonomie o l’invalidità, la diminuzione delle risorse economiche, la perdita del lavoro e del proprio status sociale, ripetute esperienze di lutto, l’incapacità di individuare obiettivi nuovi e funzionali alla propria condizione, la  cattiva o mancata accettazione della morte come evento naturale e prossimo.

depressione senile

I sintomi spesso lamentati sono senso di debolezza, cefalee, palpitazioni, dolori, vertigini, dispnea, difficoltà respiratorie; manifestazioni tipiche degli stati depressivi di tutte le fasce d’età, ma purtroppo in questo caso trascurate o ignorate  in quanto collegate ad un normale deperimento legato all’età oppure a patologie organiche.

Quest’ultime poi, laddove presenti, creano un rapporto di causa-effetto-causa con la depressione tale da peggiorare la prognosi di entrambi. La aspecificità dei sintomi rende necessario, come strumento di valutazione, un colloquio  focalizzato sul problema,  che sia in grado di valutare la presenza della cosiddetta triade di Beck: pessimismo e visione negativa del mondo, di se stesso, del futuro.

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Che cos'è lo stress

by Dr. Massimiliano Paglione 23. dicembre 2011 14.51

Lo stress è definibile come uno stato di tensione dell’organismo scaturente da una complessa risposta di difesa a stimoli aspecifici (stressors) di natura psico-fisiologica o psico-sociale; è legato a fattori soggettivi quali l'interpretazione sulla natura degli stimoli ricevuti, la validità delle risorse con le quali tali stimoli sono affrontati, l’esperienza personale e la dotazione biologica personale.

Lo stress dunque, diversamente da come viene comunenemente inteso, sta ad indicare un meccanismo finalizzato ad un miglior adattamento all’ambiente (coping); è la reazione ad uno stressor che insidia l’equilibrio dell’individuo, finalizzata a ristabilire l’equilibrio stesso (omeostasi); in altre parole è il processo di “metabolizzazione” del cambiamento.

stress

Fondamentalmente si possono distinguere due tipi di stress:

1.     Stress positivo (eustress), che comporta un approccio positivo e costruttivo verso gli agenti stressanti tale da permettere all’individuo di dispiegare e migliorare le proprie capacità adattive e la propria condizione;

2.     Stress negativo (distress) che si manifesta quando non sussiste, o viene a mancare, la capacità di affrontare in maniera idonea gli stimoli a causa della loro intensità, frequenza, durata, e si assiste ad un cedimento delle difese psicofisiche, che si attivano in misura spropositata (e quindi patologica) anche in risposta ad agenti stressanti modesti o addirittura assenti, avviandosi così ad un progressivo logoramento.

Lo stress può essere inoltre suddiviso in acuto, in presenza di una situazione intensa e transitoria, o cronico, quando invece la condizione stressante si protrae nel tempo.

In conclusione un agente stressante, qualsiasi sia la sua natura, non può essere considerato di per se stesso patologico e non comporta una reazione difensiva univoca; sono le risposte stesse, soggettive e più o meno adattive, che possono innescare o determinare uno stato di malessere.

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Dott. Paglione Massimiliano

 

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Che cos'è l'ansia

by Dott.ssa Monica Dellupi 6. dicembre 2011 19.18

 

L’ansia è un’emozione, è il timore per qualcosa che si ritiene possa accadere in futuro. L’ansia sarà tanto più intensa quanto più grande si immaginerà il pericolo.

 

Il nostro organismo entra in uno stato di allerta, derivante dall’emozione primordiale della paura, per prepararsi quindi ad affrontare il pericolo oppure a fuggire. L’ansia si manifesta attraverso svariati sintomi fisici: il cuore aumenta il ritmo, il respiro si fa affannoso, a volte le mani sudano, la nostra muscolatura si tende, tutti i nostri sensi sono in uno stato di allerta.

 

L’ansia e le emozioni di allarme ad essa simili, quali panico, angoscia e paura hanno degli aspetti adattivi, ma anche disfunzionali. Prendiamo in considerazione la paura: quando proviamo paura il respiro diventa più rapido e così anche il nostro battito cardiaco, questa emozione ci segnala un pericolo e ci consente di prepararci per metterci in salvo. Di solito la reazione di paura è intensa e diminuisce per poi cessare quando il pericolo  si allontana, nell’ansia invece il pericolo è percepito come meno intenso e più vago, ma l’emozione è più prolungata.

 

La persona ansiosa fa di continuo ipotesi negative su eventi che gli possono capitare da ora fino alla fine della sua vita e questo genera un continuo e logorante rimuginio. Preoccuparsi per il futuro inoltre non diminuisce la probabilità che un evento negativo si verifichi.

 

Come sosteneva George Kelly, (1955) è minaccioso ciò che appare imprevedibile, quindi ci spaventa ciò che non conosciamo, che non possiamo prevedere e di conseguenza controllare.

 

L’ansia è presente in tutti i disturbi, in una fase del loro decorso compare una componente ansiosa, ad esempio le fasi profonde di depressione o i disturbi correlati all’uso di sostanze.

 

Ma si può guarire dall’ansia? Si può imparare a gestirla, prendendo consapevolezza di come si funziona. Ad esempio l’intervento cognitivista è consigliato da tutte le più recenti ricerche della “Evidence Based Medicine”.

 

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