La separazione coniugale

by Dott.ssa Valeria Cani 6. dicembre 2011 15.21

La separazione di due coniugi è la cessazione del loro vivere insieme perché vengono a mancare le caratteristiche di accordo, serenità, compatibilità.

Con la separazione finiscono gli obblighi di coabitazione e di fedeltà, finisce la comunione dei beni. Ma la separazione non è la fine della famiglia: occuparsi del coniuge più debole, mantenere, istruire educare la prole proseguono anche dopo la separazione.

La separazione può essere reale, oppure di fatto, cioè si può interrompere la convivenza senza formalità, senza presentare documenti o anche continuando a  condividere l’abitazione, ma senza condividere la vita.

Altra caratteristica della separazione è la transitorietà, per cui uno è stato provvisorio che lascia spazio a diversi risvolti, tra cui la riconciliazione. Questo dice la legge italiana.

Emotivamente che succede? Separarsi significa ridefinire la famiglia e ognuno dei suoi componenti, significa spesso perdita della libertà decisionale, è un esterno che dà le direttive economiche e i tempi di gestione della famiglia, soprattutto dei figli.

 

 

Separarsi vuol dire perdere o subire la perdita dell’unità, della forza e del sostegno della famiglia. Perdere lo status è un cambiamento che genera paura, la paura genera difesa e la messa in moto di tutti questi meccanismi emotivi non giova a nessuno, anche se la separazione è preferibile a una convivenza in totale disaccordo.

La gestione dell’emotività viene lasciata a se stessi, spesso chi si separa  si sente solo e fragile sia nella posizione di coniuge, sia in quella di figlio di genitori separati. Il sostegno di uno psicologo – terapeuta esperto di coppie, conflittualità coniugali e rapporti con i figli, diventa un buon punto di appoggio anche per un consiglio o un’informazione, sia per coppie in fase di separazione sia per i loro figli, per continuare a vivere serenamente con se stessi e fare parte anche di una “famiglia separata” come nuovo punto di partenza.

 

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Definizione di mobbing e legge italiana

by Dott.ssa Valeria Cani 6. dicembre 2011 15.08

La parola “mobbing” deriva dall’inglese “to mob” , termine che l’etologo K. Lorenz utilizzò per descrivere il comportamento animale dell’accerchiamento. Gli animali circondano e accerchiano il più debole del branco, il più vulnerabile, il meno difeso, allo scopo di allontanarlo dal gruppo. To mob significa folla, ressa, gang che attacca, assale, assalta, si affolla e circonda.

In Italia l’attenzione sulle problematiche legate al mobbing arriva negli anni ’90. Mobbing sul posto di lavoro significa comportamento irragionevole e ripetuto nel tempo rivolto contro qualcuno, una violenza psicologica allo scopo di intimidire, perseguitare, umiliare.

Le cause del mobbing possono essere di natura:

1.      organizzativa, con carenze nella chiarezza di ruoli o comunicazioni

2.      interpersonale, cattivi rapporti con capi/colleghi

3.      legate a strategie aziendali finalizzate al licenziamento

Il mobbing può essere:

1.      orizzontale, tra colleghi spesso per mancata integrazione, per motivi di scelte sessuali o religiose

2.      dal basso, cioè messo in atto verso un capo come un ammutinamento

3.      gerarchico, cioè rivolto verso i sottoposti come un abuso di potere

4.      strategico, mosso dall’azienda per evitare di licenziare ma costringere alle dimissioni.

Le conseguenze sulla vittima hanno forti ripercussioni anche a lungo termine sulla salute psichica e psicofisica con sintomi di ansia, depressione, perdita dell’autostima, insonnia, tachicardia, gastrite, dermatite, con conseguenze sulla vita personale, familiare e su quella sociale come l’isolamento e suicidio nei casi più gravi.

I danni non sono solo per la vittima, ma anche per l’azienda stessa con l’aumento di spese causate dell’assenteismo, degli infortuni e della malattia e un conseguente calo nella produttività. L’intera comunità comunque ne viene danneggiata con l’aumento dei costi per terapie, ricoveri, medicine, prepensionamenti, mobilità.

In Italia oggi si conosce un numero che si aggira intorno al milione e 200mila casi di mobbing con prevalenza nel settore pubblico e nei servizi, soprattutto tra chi ricopre un ruolo di quadro e dirigente. Oggi in Italia non esiste ancora una legge “anti-mobbing”, ma diversi articoli del nostro codice si appellano alla salute e all’integrità personale e psicofisica dei lavoratori. Non ci sono “soluzioni” al mobbing. Di certo una buona diffusione di informazioni sulle caratteristiche del fenomeno e sulla sua diffusione sono un’importante sistema di prevenzione, cosa che l’azienda per prima dovrebbe mettere in atto nei confronti dei propri dipendenti. Potrebbe essere utile invece alla vittima di mobbing un sostegno psicologico finalizzato ad accrescere l’autostima e sulla capacità difesa dalle accuse verbali proteggendo se stesso e il proprio piano emotivo.

 

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Quando si può parlare di depressione

by Dott.ssa Monica Dellupi 6. dicembre 2011 14.45

La parola depressione è di facile comprensione, infatti ad ognuno di noi è capitato di avere un momento o una giornata durante i quali ci si è sentiti tristi  ed abbattuti e si ha la sensazione di “vedere tutto nero”.  Il problema sorge quando l’emozione della tristezza e della malinconia sono sproporzionate agli avvenimenti che li hanno provocati  e si ha una condizione stabile e patologica di abbattimento dell’umore,  in questo caso si può parlare di depressione.

E’ importante differenziare la depressione dal dolore: il dolore si prova come risposta ad una perdita oggettiva come ad esempio la morte di una persona cara o un fallimento di fronte ad un importante prova. Si entra nella patologia quando questa emozione diventa troppo prolungata nel tempo e sproporzionata rispetto all’evento scatenante, causando nell’individuo difficoltà nella gestione della propria vita sociale e lavorativa.

La depressione è tra i disturbi psicologici più diffusi ed è più frequente nel genere femminile.

La depressione può essere presente anche nell’infanzia e nell’adolescenza e non va assolutamente trascurata. Nella prima infanzia si manifesta spesso con disturbi dell’alimentazione e del sonno, in seguito con regressioni e reazioni di fuga, quando invece il bambino è più grande cominciano ad emergere sentimenti depressivi quali disobbedienza, eccessi d’ira, scarso impegno o motivazione.

depressione femminile

L’individuo depresso si vede inadeguato, inutile e non desiderabile e ritiene che i suoi fallimenti siano attribuibili esclusivamente a se stesso e mai spiegabili anche attraverso eventi esterni,  si critica ed è convinto di non meritarsi la serenità. Chi è depresso ha inoltre la tendenza ad interpretare in modo negativo ciò che gli accade e a fare previsioni negative sul proprio futuro.

La depressione può essere collegata ad una perdita, al rimpianto per qualcosa che non c’è più:una condizione precedente, un oggetto d’amore o uno stato ideale.

Attraverso la psicoterapia è possibile curarsi dalla depressione, il primo passo è ammettere di aver bisogno di un sostegno, in seguito attraverso l’utilizzo di alcune tecniche ad esempio la ristrutturazione cognitiva dei pensieri negativi automatici in pensieri più funzionali , c’è la possibilità di riuscire a pensare al proprio futuro in modo più positivo. Pensieri positivi generano emozioni positive e sono di supporto per avere comportamenti diversi.

 

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Affidamento dei figli: cosa prevede la legge italiana

by Dott.ssa Valeria Cani 4. dicembre 2011 19.11

 

L’affidamento dei figli dopo una separazione prevede oggi l’affido condiviso come punto di partenza. Questa legge è entrata in vigore nel marzo del 2006. In passato l’affido dei figli era all’85% esclusivo della madre, e al padre restava un ruolo marginale e poco coinvolto nel legame col figlio; nel 12% dei casi era un affido congiunto, dove nessun genitore veniva escluso purchè ognuno dei due lo chiedesse.

L’affido condiviso tutela in primo luogo i legami dei figli, legami affettivamente profondi quelli con la madre e il padre, non più coniugi fra loro, ma sempre genitori nei confronti della prole; tutela gli interessi dei minori, interessi morali e materiali, il loro mantenimento e cura, la loro istruzione e la loro educazione.

Si parla quindi di diritti del bambino e non più di diritti del genitore nei confronti del figlio. Ogni decisione che riguarda i figli deve essere presa da madre e padre di comune accordo. In questo modo viene sancito il principio di bigenitorialità: i figli hanno e mantengono il diritto stabile e continuativo di essere figli di due genitori.

affidamento figli

L’organizzazione di tempi, modi e misure concrete del vivere quotidiano tra genitori separati e i loro figli viene lasciata al giudice che prende atto e valuta qualsiasi accordo avvenuto tra genitori in proposito dei figli.

Nell’affidamento condiviso è previsto che il minore possa esprimere la propria opinione sui provvedimenti che lo riguardano e che un percorso di mediazione familiare possa essere di aiuto negli accordi tra gli ex coniugi. Emotivamente provati da una separazione, genitori e figli affrontano un percorso senz’altro difficile, e perché il senso di fallimento come coppia e come famiglia non pervada anche sul rapporto tra genitore e figlio, il sostegno psicologico è sicuramente una via percorribile sia dai genitori che dai figli, sia come famiglia sia individualmente.

Il vuoto e il senso di smarrimento inevitabilmente provato dai componenti di un nucleo familiare che si disgrega può essere contenuto, supportato e superato con l’aiuto di uno specialista in rapporti di coppia, legami familiari, relazioni tra figli e genitori.

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Mettiamo lo Psicologo Michele Ippolito... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 2. dicembre 2011 18.29

Conosciamo un pò di più il dott. Michele Ippolito

Qual è la tua specializzazione?  Sono Psicologo Clinico e di Comunità, ho esperienza in Ambulatorio di Psicoterapia triennale (ancora in corso), dove mi occupo delle più disparate situazioni di disagio Psicologico, nell'adulto, come nella coppia. Da qualche tempo, frequento un centro di riabilitazione per l'infanzia, dove assisto genitori e figli, fornendo loro attraverso specifiche tecniche educative, gli strumenti per una comunicazione più efficace ed una migliore gestione dello stress familiare.

 

Meglio la vita di coppia o quella da single? Non c'è una risposta esatta a questa domanda, in quanto ognuno sceglie ciò che reputa meglio per sè  in base alla proprie esperienze, esigenze e voglia di mettersi in discussione, quindi dipende anche dai periodi della vita, che si attraversano.

 

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...). Chi di noi non hai mai vissuto grandi fallimenti o grandi successi, oserei dire che è umano. Per questo dico sempre ai miei pazienti, che la vita è costellata di eventi belli o brutti, non sempre prevedibili, che vanno ad arricchire il nostro bagaglio di esperienze, in modo da non incorrere in seguito, in situazioni ancora più spiacevoli, in fondo, come si dice: "errare è umano".

 

Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? Anche a questa domanda non ci può essere una risposta assolutamente valida per tutti. Io amo leggere, mi fa entrare meglio a contatto con le mie emozioni; mi piacciono i film, ma dormire è un'altra cosa, soprattutto se preceduto da una tecnica di rilassamento muscolare, che aumenta anche la qualità del sonno e dei risvegli, che insegno sempre ai miei pazienti, utile anche ad affrontare meglio le situazioni ansiogene della quotidianità.

 

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Buono, credo, nel senso che ho delle competenze riguardo ad internet, che utilizzo quotidianamente, per motivi di lavoro e per abbreviare i tempi, che spesso creano molto stress, ma non perdo mai di vista lo stress che possono causare le nuove tecnologie (tecnostress). 

 

Sei iscritta a Facebook o a Google+? Si, mi piace tenermi in contatto con persone che altrimenti non potrei vedere facilmente.

 

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? E’ naturalmente virtuale, al 90%, soprattutto quando si hanno tra gli amici persone che non hai mai visto e con le quali forse mai parlato. Il restante 10 % lo lascio per le amicizie vere, quelle che possono contattarmi sul socialnetwork, per informarmi su eventi ai quali parteciperanno o perchè vogliono vedermi, dal "vivo", per condividere passioni, hobbies, uscite varie...

 

Essere felici per te significa...? Fare quel che si vuole, stando sempre attenti a non invadere la libertà e felicità altrui, quindi per me la felicità è sinonimo di Libertà.

 

 

 

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L’orientamento scolastico: imparare ad orientarsi

by Dott.ssa Monica Dellupi 29. novembre 2011 12.12

 

Che cos’è l’orientamento scolastico? Il termine “orientare” significa “disporre in un determinato verso circa i punti cardinali” e anche “fornire o fissare un determinato indirizzo nell’ambito di un’attività intellettuale”. (Devoto, Oli, Voc. della lingua italiana, 1987). Nel contesto scolastico significa supportare una persona in un processo decisionale per compiere una scelta.

E’ importante insegnare all’individuo ad auto orientarsi, ovvero dargli gli strumenti e le conoscenze che lo mettano in grado di compiere una scelta consapevole , autonoma  e responsabile.

L’intervento orientativo  è in questo senso un percorso di autoconoscenza che supporta la persona nel processo decisionale nelle scelte scolastiche e professionali. L’individuo viene affiancato in questo processo analizzando i suoi bisogni, le sue motivazioni, i suoi interessi , le sue attitudini e i suoi valori professionali e mettendoli in relazione con il contesto socio-economico e culturale nel quale è inserito.

Alcune scelte fondamentali per il nostro futuro vengono effettuate nell’adolescenza,  un periodo della vita delicato, nel quale l’individuo è soggetto a molti cambiamenti.

orientamento scolastico

Nell’adolescenza di solito viene richiesto l’intervento orientativo per essere supportati  nella scelta scolastica, ad esempio nel passaggio da un ciclo di studi ad un altro, per difficoltà che si incontrano durante il percorso formativo o per il passaggio dalla scuola al lavoro al termine della scuola secondaria.

La costruzione dell’identità personale è in genere considerato il compito evolutivo fondamentale dell’età adolescenziale (Erikson,1982)

Ci si pone la domanda del “chi sono io?”per creare un ponte fra se stessi nel passato, nel presente e nel futuro, cioè un sentimento di continuità di sé nel tempo, diventa quindi  importante elaborare un progetto per il proprio domani.

L’orientamento  aiuta i ragazzi nell’imparare a individuare e indagare le proprie risorse e i propri vincoli, questo è utile non solo per la scelta scolastica, ma in generale nelle scelte che la vita costantemente propone.

Secondo Bandura (1995)  l’acquisizione delle competenze scolastiche è la sfida più impegnativa che la persona si trova ad affrontare nel proprio processo di crescita.

Riuscire ad affrontare la transizione fra cicli di studio ed inserirsi positivamente nel nuovo ciclo scolastico accresce l’autostima, aumenta la fiducia di essere in grado di affrontare altri compiti e rende più facile il proseguire del percorso scolastico.

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I disturbi del comportamento alimentare: anoressia e bulimia

by Dott.ssa Monica Dellupi 29. novembre 2011 11.55

Quando è possibile parlare di disturbi alimentari? Secondo quanto riportato nel DSM IV  (il manuale diagnostico e statistico per i disturbi mentali) “I Disturbi della Alimentazione sono caratterizzati dalla presenza di grossolane alterazioni del comportamento alimentare.

Questa sezione di disturbi comprende due categorie specifiche, l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa.

Caratteristico dell’Anoressia Nervosa è il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale.

La Bulimia Nervosa è caratterizzata da ricorrenti episodi di “abbuffate” seguiti dall’adozione di mezzi inappropriati per controllare il peso, come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi, diuretici o altri farmaci; il digiuno o l’attività fisica praticata in maniera eccessiva. Caratteristica essenziale comune ad entrambi i disturbi, Anoressia Nervosa e Bulimia Nervosa, è la presenza di una alterata percezione del peso e della propria immagine corporea. I Disturbi della Alimentazione che non soddisfano i criteri di nessun specifico disturbo vengono classificati come “Disturbi della Alimentazione Non Altrimenti Specificati”.

L’età media di insorgenza dei disturbi alimentari è fra i 15 e i 25 anni e sono più diffusi fra le donne. Nell’anoressia possono insorgere complicanze mediche legate alla denutrizione come ritardo o arresto dello sviluppo puberale e della crescita staturale, predisposizione all’osteoporosi e aumento del rischio di fratture.

Nella bulimia invece, si possono avere traumi del tratto gastrointestinale, squilibri idroelettrici e a causa del vomito problemi dentari. Quando è presente un disturbo del comportamento alimentare in età evolutiva è molto importante fare una diagnosi precoce.

Vi sono un insieme di fattori predisponenti: socio-culturali,biologici, caratteristiche psicologiche e familiari. Fra i fattori socioculturali possiamo evidenziare la pressione che subiamo verso la magrezza (“magro è bello”) e l’abbondanza di cibo.

anoressia, bulimia

 

Le principali caratteristiche psicologiche riguardano il senso di inadeguatezza legato a più aspetti della propria vita. Le ragazze che sviluppano un disturbo del comportamento alimentare spesso mostrano un senso dell’identità labile, fanno molta fatica a capire chi sono e cosa vogliono, spesso sono condiscendenti, temono il giudizio degli altri, sono perfezioniste, si pongono obiettivi eccessivamente elevati e non contemplano la possibilità dell’errore, hanno una bassa autostima e difficoltà nella gestione delle emozioni. Talvolta la famiglia di origine è critica, intrusiva e con alte aspettative nei loro confronti.

Davanti ad un caso di anoressia o bulimia si ragiona insieme alla paziente, alla famiglia ed al medico curante se richiedere o meno un ricovero, è opportuno prendere in considerazione questa eventualità quando l’Indice di Massa Corporea è inferiore a 16 kg/m. Il ricovero è invece più raro nel caso di pazienti bulimiche.

L’approccio cognitivo comportamentale è efficace nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare. Uno dei trattamenti di maggior successo (il protocollo di Fairburne) include la rieducazione ad un’alimentazione corretta, l’intervento psico-educativo e quello comportamentale, affiancato alla ristrutturazione cognitiva.

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Orientamento professionale: a cosa serve

by Dott.ssa Valeria Cani 28. novembre 2011 17.00

L’orientamento professionale è un servizio che risponde ad una necessità sociale sempre più pressante. Può capitare, nella vita di un adulto, di non sapere quali scelte compiere riguardo il proseguimento nella propria sfera professionale, perché ci si trova all’inizio della carriera o a una svolta importante nel mondo del lavoro, oppure a causa di qualche disagio legato al contesto lavorativo o anche di fronte a un licenziamento.

Un supporto orientativo è indicato nei casi in cui il soggetto è motivato personalmente a dare una svolta alla propria vita lavorativa, perché desidera realizzare un progetto, vuole promuovere se stesso e migliorarsi nel lavoro al fine della propria carriera, o solo perché desidera cambiare contesto.

Diversi sono gli interessi di chi ha necessità di reinserirsi nel mondo del lavoro perchè ne è costretto, ha subìto pressioni esterne e vive una condizione di deprivazione lavorativa. In questo caso il supporto professionale sarà volto all’attenzione sulle risorse della persona, all’aumento delle stesse attraverso la formazione e a pianificare le strategie di reinserimento nel mondo lavorativo.

orientamento professionale

L’orientamento professionale integra l’attenzione alla persona e al contesto sociale in cui vive ed è un valido supporto psicologico per individuare le caratteristiche presenti nelle persone ed aumentare la capacità di indirizzarle verso la possibilità di successo più probabile.

Il percorso orientativo professionale è un percorso di ricerca basato sulle motivazioni della persona, sull’autovalutazione e sulla capacità di scegliere, perché saper riconoscere, esprimere e valorizzare le proprie risorse è l’obiettivo principale della conoscenza di sé per affermare se stessi nel mondo del lavoro. Esistono diversi test che mettono in evidenza attitudini e competenze, ma l’attenzione all’autostima è lo strumento più efficace per fare in modo che le persone, attraverso il consolidarsi della propria personalità, costruiscano da sé la propria direzione e il proprio futuro.


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Stalking: come riconoscerlo e come difendersi

by Dott.ssa Valeria Cani 27. novembre 2011 20.53

Si parla di stalking quando una persona con il proprio comportamento minaccia o molesta un’altra persona procurandole uno stato di ansia o di paura per la propria incolumità tanto da costringerla a cambiare abitudini di vita.

Il molestatore è mosso dal desiderio di recuperare un rapporto oramai finito o anche instaurare una relazione e quindi mette in atto comportamenti apparentemente positivi e costruttivi come mandare messaggi, regali, fiori, che degenerano tanto da diventare persecuzione che può durare mesi o anni.

Comportamenti particolarmente fastidiosi che possono diventare pericolosi sono gli appostamenti, i pedinamenti, l’imposizione della propria presenza. Sebbene la persona che mette in atto questi comportamenti sia spesso una persona disturbata con alla base un bisogno di affetto o una storia di abbandono, la legge italiana punisce questi comportamenti perché sono considerati atti persecutori.

Per tutte le implicazioni di vita e psicologiche che potrebbe avere lo stalker, la necessità di un sostegno psicologico può essere utile, anche se il comportamento di stalking è più imputabile al desiderio di vendetta come fenomeno sociale che a disturbo psichico.

La vittima di stalking vive in un continuo stato di pressione e ansia, può avere serie difficoltà a vivere serenamente e limita la propria vita sociale. Si vede costretta a cambiare numero di telefono e indirizzo mail, abitudini, strada o posto di lavoro e non è raro che soffra di pesanti effetti dati dallo stress come sentirsi particolarmente depressa, sempre sospettosa e prudente, molto ansiosa e più aggressiva.

stalking

La vittima di stalking vive un senso di colpa che la porta a ripensare cosa avrebbe potuto fare per prevenire o evitare l’accaduto. In questo particolare momento della sua vita in cui si sente molto vulnerabile necessita di sostegno psicologico per recuperare autostima, forza e determinazione nell’essere ferma a dissuadere il proprio persecutore, nella presa di coscienza di essere l’unica responsabile della propria sicurezza, nell’aver fiducia delle proprie risorse e delle persone che fanno parte della cerchia ristretta di parenti e amici.

Il sostegno psicologico servirà inoltre a rafforzare la riorganizzazione del trauma e la consapevolezza della motivazione nel voler ricominciare a vivere.

 

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Dipendenza: come uscirne grazie al sostegno psicologico

by Dott.ssa Valeria Cani 27. novembre 2011 20.40

Per “dipendenza” si intende usare qualcosa, come assumere sostanze o porsi in una certa condizione, fino ad arrivare a uno stato di disagio molto significativo, come ad esempio stare male quando si avverte uno stato di astinenza, e avere sempre bisogno di quella condizione o quella sostanza o anche qualcuno per raggiungere uno stato di benessere, e ancora aver bisogno di quantità sempre maggiori perché l’effetto diminuisce e allora occorre aumentare la dose per raggiungere il benessere.

Il disagio dato dalla dipendenza è anche l’assunzione della sostanza o il porsi in una condizione per un periodo di tempo prolungato rispetto alle aspettative della persona, o anche la perdita del controllo perché il desiderio diventa sempre più presente e il tentativo di smettere è un continuo fallimento.

dipendenza

 

La dipendenza è anche impiegare molto tempo per procurarsi e usare la sostanza o la condizione desiderata e una conseguente diminuzione di tempo per vivere “normalmente” in famiglia, al lavoro, con gli amici.

La dipendenza è rendersi conto che la condizione in cui si sta vivendo è un problema, è la consapevolezza di avere un malessere fisico, riconoscere di peggiorare, nutrire un disagio psicologico, ma continuare a usare la sostanza e crearsi quella condizione.

È davvero riduttivo elencare in qualche riga le possibili vie percorribili per affrontare le dipendenze. Si può parlare innanzitutto di riconoscimento di se stessi, presa di consapevolezza dei propri limiti, ma anche delle proprie risorse e potenzialità. È indispensabile prendere coscienza che il problema della dipendenza non può essere affrontato da soli, per cui è importante riconoscere di avere un problema e non essere in grado di superarlo. Allora è possibile chiedere aiuto ed è indispensabile fidarsi e lasciarsi aiutare. Solo allora si può intraprendere un percorso di cambiamento dei propri comportamenti e pensieri, accettare e di se stessi per quello che si è e poter godere degli gli altri per come sono e non per i propri scopi, darsi il tempo necessario per il tutto.

Una terapia di sostegno psicologico anche a distanza può aiutare a superare l’imbarazzo dell’esporsi in prima persona con uno specialista per arrivare successivamente alla scelta definitiva di prendere in mano se stessi nella serenità della propria vita.

 

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