Uso e abuso di videogiochi

by Marzia Benvenuti 20. settembre 2012 17.06

Sono tantissimi gli adolescenti e bambini che trascorrono ore ed ore davanti ai videogiochi, diventa quindi importante capire meglio il confine tra l’uso e abuso di videogiochi.

Oggi questa tendenza sembra stia diventando un vero e proprio problema.

Molti bambini e non solo loro, trascorrono la maggior parte del loro tempo su internet utilizzando i videogiochi, estraniandosi dal mondo esterno, non vivendo se non dentro una realtà riprodotta in modo virtuale.

 

 L'uso inappropriato, può essere considerato come una droga, una vera dipendenza che conduce il soggetto a non poterne fare a meno.

Il videogioco si trasforma come fonte di gratificazione del bisogno, di potere; nel videogioco è possibile abbandonarsi all’illusione, di un possibile controllo sul mondo e alla negazione del bisogno dell’altro. Il videogioco è un'attività che allontana dalle preoccupazioni o dalle frustrazioni quotidiane, crea emozioni induce uno stato modificato di coscienza, fa stare bene. Dopo un po' senza questo stato di benessere si sta male (dipendenza), e per ricrearlo occorrono dosi sempre maggiori di videogioco (assuefazione). Si ha quindi il bisogno di giocare sempre più a lungo, o con giochi sempre più emozionanti, o sempre più violenti, con effetti grafici sempre più accattivanti, con situazioni sempre più incredibili. Tutto questo a lungo termine può trasfomarsi in un gioco ossessivo, patologico, che può essere fattore di rischio di isolamento sociale, sintomi depressivi,ansia, fobie sociali aumento di peso (con rischio di obesità infantile), calo nel rendimento scolastico, irritabilità, cambiamento nelle normali attività quotidiane e infine possibile insorgenza di sintomi fisici, come mal di testa, dolori di schiena e problemi di vista. Inoltre una potenziale dipendenza da videogiochi, specialmente durante la pubertà può in qualche modo plasmare la personalità del giovane, causa del fatto che non si sia ancora del tutto formata.

A tale riguardo è necessaria per i più giovani e per le loro famiglie una psicoeducazione su i potenziali danni dei videogiochi, basata perlopiù su una prevenzione dei fattori di rischio elencati sopra. Porre delle regole sul tempo che il bambino dedica al pc e a internet, favorire attività che comprendono la presenza di altri bambini e ove possibile all'aperto.

Se pensi di avere un problema del genere o semplicemente vuoi saperne di più puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360. 

 

Bugie

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 17.15

L’atto di dire le bugie, ossia di comunicare attraverso il canale verbale un contenuto non vero,  non è indice di patologia psicologica, ma viene considerato una sorta di misura dal punto di vista sociale ed etico.

Di certo le bugie sono accomunate dall’intenzionalità di imbrogliare, di fare in modo che l’altro sappia o creda cose non vere oppure che non sappia la verità.

 

 

 

I bambini, non appena capiscono che il proprio pensiero è autonomo rispetto a quello degli altri, cominciano a usare la bugia quasi come una conquista cognitiva per “testare” le reazioni degli altri e metterli alla prova rispetto al proprio comportamento e alla propria indipendenza.

I bambini anche molto piccoli, dai due-tre anni, o i ragazzi, molto comunemente possono dire le bugie per evitare una punizione nascondendo così qualche malefatta e “farla franca” rispetto a un adulto. Qui la bugia è considerata al pari della disobbedienza che non è il comportamento che un genitore si aspetta dal proprio figlio. Anche da questa relazione si costruisce nel tempo il rapporto tra genitori e figli in una famiglia.

Oppure molti bambini mentono per timidezza. Addentrandoci nel discorso troviamo alla base della timidezza una scarsa autostima, una concezione di sé negativa che porta a raccontare il falso o nascondere il vero, evitando situazioni di giudizio riprovevole, risultando migliori e meno inadeguati.

Le bugie si raccontano anche per discolparsi da accuse fondate o infondate che nascondono comunque una personalità fragile e insicura nell’affrontare le proprie responsabilità.

Ci possono essere anche le bugie gratuite raccontate per esprimere un desiderio o comunicare un bisogno, per un fine da raggiungere, oppure anche per divertimento, per sfogare la fantasia.

Gli adulti mentono per apparire diversi da quello che sono realmente, per proteggere la loro privacy, per avere uno spazio proprio e scegliere di non raccontare qualcosa di sé e della propria vita. Poi ci sono le bugie dette per proteggere gli altri, o quelle di cortesia del vivere sociale adulto presto imparate anche dai bambini.

Per acquisire maggior prestigio, o evitare di perderne, si raccontano bugie che fungono da compensazione alla ricerca di un’immagine migliore di sè da presentare agli altri.

Oppure raccontiamo bugie per ottenere qualche vantaggio dagli altri o dalla situazione.

Poi ci sono le bugie alle quali crede anche chi le racconta, l’autoinganno, quello raccontato a se stessi per evitare la fatica di avere a che fare con la propria coscienza o il proprio sé profondo. Chi racconta una bugia a se stesso è contemporaneamente l’ingannatore e l’ingannato, raccontiamo a noi stessi qualcosa per autoconvincerci che le cose stanno andando come vorremmo e non come realmente sono, o che il comportamento di qualcuno, o il proprio, sia adeguato e che le motivazioni che lo mettono in atto siano corrette e oneste anche quando non è proprio così.

Dal punto di vista educativo l’adulto, genitore ed educatore, dovrebbe avere chiari i limiti e i principi propri e da trasmettere al bambino, mantenere il più possibile i valori e una posizione salda rispetto alle bugie raccontate dal bambino in modo che questi possa imparare ad essere socialmente accettato e diventi autonomo anche senza il ricorso a stratagemmi o inganni, dandogli spazio per esprimersi liberamente e sinceramente dopo aver “scoperto” la bugia.

L’adolescente che racconta bugie ha lo scopo di offuscare parti fragili di sé o proteggere la propria insicurezza della crescita, oppure per nascondere una difficoltà. L’atteggiamento dell’adulto da mantenere con l’adolescente è di fornire un sicuro spazio affettivo di protezione e rassicurazione per la sua crescita psicologica e fisica, compito mai semplice da realizzare!

Le bugie fanno parte della nostra vita, quasi come un adattamento dell’intelligenza sociale, sia se ne siamo autori, sia se ne siamo vittime. Dire bugie deliberatamente e spudoratamente, omettere, omettere in parte, simulare o dissimulare, fuorviare sono diventati comportamenti funzionali al nostro vivere e fanno parte del modo di agire umano, o anche animale a pensarci bene! Chi possiede un cane furbo come il mio sa che il cane è capace di simulare un comportamento per ottenere qualcosa che desidera da noi conoscendo bene la nostra reazione!

La finzione ci appartiene nella vita quotidiana e, rimanendo in campo psicologico, possiamo mentire anche sulle nostre emozioni: difficilmente riusciamo a nascondere a noi stessi, e a che ci conosce bene, le nostre emozioni. La tecnica usata in questo caso è ammettere di provare un sentimento ma dire una bugia sulla sua natura, cioè dire la verità in modo talmente spudorato tanto da far credere che sia una bugia, come il partner che torna a casa e sentendosi chiedere con sospetto “dove sei stato?” risponde platealmente “dall’amante!”

Se vuoi un supporto psicologico che ti possa servire ad affrontare il mondo dell’inganno contatta online un professionista di psicologo360.it, tutta verità, nessuna bugia!

Bambini che non crescono mai

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 14.44

Bambini che non crescono mai, adulti ma eterni bambini, individui che non vogliono o non possono maturare e restano in quel mondo d’infanzia dove ogni cosa è possibile, tutto è bello e il cosmo esiste solo per accondiscendere i propri desideri e i propri umori, senza chiedere per ottenere: chi di noi non ne conosce qualcuno? Sono persone vivaci, curiose, brillanti, molto simpatiche, spesso di sesso maschile, padri di famiglia con una posizione lavorativa a volte incerta, e a vari livelli della loro vita si comportano come bambini, non molto adattati socialmente, incapaci di fare i conti con la realtà, egocentrici e impazienti, un po’ sfuggenti, come Peter Pan, appunto.

 

Chi soffre della sindrome cosiddetta di Peter Pan vede il mondo con ansia e non si assume alcuna responsabilità, si può definire narcisista e insoddisfatto della vita col risultato di un disadattamento al mondo esterno. Queste persone hanno un unico scopo: essere felici, stare bene e non avere bisogno di nessuno e di nulla.

Innocentemente, ma anche incoscientemente, non accettano la mediocrità e la banalità della vita, e quindi, la vita stessa, immolando se stessi a individui unici, meravigliosi, forzatamente diversi e per questo molto soli.

L’eterno ragazzo non è disposto a scendere a compromessi tra le sue fantasie e il mondo concreto, a sacrificare il proprio ideale per vivere nel sociale, a rifiutare l’idealistica parte di sé a favore di un adattamento nel mondo materiale.

Non a caso Peter Pan vola, tiene il distacco dal mondo e dalla vita, non ha mai i piedi per terra, tutto spensieratezza, fantasia e immagini che vivono solo nella sua testa e mai nelle sue emozioni. Il mancato contatto con la propria emotività è il vero problema di questi individui: essi difendono loro stessi dal dolore e dalla paura, ne mantengono le distanze, non possiedono gli strumenti per sentire l’angoscia e la tristezza, ma così facendo non sentono nemmeno la vera emozione della gioia di vivere propria di ognuno di noi.

Queste persone non hanno la capacità di entrare in ascolto con se stessi e coi loro sentimenti, quindi non possono entrare in ascolto con gli altri riconoscendo se stessi negli altri, di conseguenza viene a mancare la relazione.

Abbandonare questo profondo autocentrismo, passare per le naturali trasformazioni psicologiche delle tappe adolescenziali fatte di profonde passioni ed esagerata tristezza, volere e cercare aiuto per massimizzare il proprio sviluppo emozionale aiuta gli eterni bambini, che non vogliono più essere tali, ad assumersi un’identità e un ruolo, a riconoscere l’altro, a vedere se stessi e sentire se stessi, a condividerlo, a sapere cosa si desidera veramente fare della propria vita, cosa fare da grandi.

Se ti sei rivisto in queste righe, ti senti un po’ bambino e hai voglia di vedere la tua vita da un’altra prospettiva, contatta online un professionista di psicologo360.it e chiedi una consulenza per te e la tua voglia di stare bene.

 

 

Il Bullismo

by Marzia Benvenuti 17. luglio 2012 11.35

Il bullismo è un fenomeno sempre di più in crescita e spesso questi atti sono stati oggetto di fatti di cronaca italiana.

Il bullismo sta indicare atti di violenza perlopiù in ambito scolastico, nel periodo pre-adolescenziale e adolescenziale. Spesso viene confuso con i normali conflitti tra coetanei, ma il bullismo è qualcosa di più di un normale litigio, si tratta di una vera e propria forma di prepotenza continuativa e ricorrente caratterizzata anche da violenza fisica, la cui vittima vive la situazione in modo angosciante, in quanto perseguitata da parte di uno o più compagni.

 

 

Alcune azioni possono essere perlopiù di natura offensiva, come il continuo sbeffeggiamento o minaccia, altre volte con veri e propri attachi di violenza fisica, come calci, pugni, con il solo e unico scopo di emarginazione e di esclusione dal gruppo.

Colui o colei che è vittima di questo fenomeno si sente oppresso, vive la situazione con estrema tensione, e questo va a influenzare la famiglia, la scuola e altre situazioni sociali. Infatti le conseguenze del bullismo se sottovalutate possono rivelarsi anche irreparabili, in quanto il danno per l'autostima della vittima tende a mantenersi nel tempo inducendo così la persona a perdere fiducia in se stessa e nelle proprie relazioni sociali, che con il tempo possono essere causa di depressione. Inizialmente la vittima può riportare conseguenze a breve termine caratterizzate perlopiù dalla presenza di sintomi fisici come: mal di stomaco, mal di testa o dalla presenza di sintomi psicologici come disturbi del sonno, incubi, ansia, o difficoltà di concetrazione, un calo nel rendimento scolastico e con conseguente riluttanza nel andare a scuola. D'altro canto ci sono anche conseguenze a lungo termine, esiste il rischio di una possibile insorgenza di depressione,ansia, fobie sociali, così come di un disturbo post traumatico da stress, e in casi gravi sfociare in atti suicidari.

Purtroppo il bambino o la bambina che subisce tale fenomeno spesso nasconde il tutto sia alla famiglia che alla scuola, sia per paura di possibile ritorsioni da parte del bullo, ma anche per vergogna per quello che sta vivendo.

Ciò che è importante fare, è intervenire subito a i primi segnali di prepotenza, supportare le famiglie e le vittime con tecniche di assertività e terapie dinamiche familiari.

Se sei un genitore e stai affrontando questo problema puoi rivolgiti per una consulenza agli esperti di psicologo360.it.

 

 

Mettiamo la Psicologa dott.ssa Daniela Maria Carchen.... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 4. maggio 2012 15.39

 

Qual è la tua specializzazione? 

Mi occupo di adulti e di coppie/famiglie. Sono esperta delle fasi di transizione e nel supportare e accompagnare i cambiamenti. Non tratto bambini o adolescenti se non sotto forma di consulenza alla genitorialità. Ho esperienza nella selezione e formazione, nel coaching e nel counseling alle aziende e ai manager.

 

Meglio la vita di coppia o quella da single? Meglio la vita che ci rende davvero felici e in pace. Non c’è una ricetta che sia valida per tutti. La coppia non è una necessità incontrovertibile, perlomeno non in tutte le fasi della vita. Per quello che mi riguarda oggi sono in coppia e credo che la mia felicità stia nel custodire il più possibile questo amore.

 Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...) Non amoragionare in termini di successo o fallimento. Apre troppo la porta al senso di colpa o d’inadeguatezza. Nella vita si sperimentano alti e bassi e l’ambiente e la nostra storia condizionano le nostre scelte (almeno parzialmente). Tuttavia, direi che il centro della mia vita è un incontro con una persona (non entro nei dettagli, sarebbe infinitamente lungo e noioso) che mi ha accompagnata e fatta sentire amata.

Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? Risposta facile. Mi piace. Con un figlio piccolo sicuramente otto ore filate di sonno (…comincio a considerarle pura utopia!).

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Ottimo e in evoluzione. Ho anche un blog tutto mio, dove scrivo di tante cose e che è uno “specchio” virtuale molto utile per me. Internet e i social network sono solo strumenti senza anima. Chi li usa da loro un cuore e un senso. Quindi, se si amano le relazioni, il web è fantastico nel supportarci. Purtroppo, però, ci aiuta anche a sfuggire il coinvolgimento se si usa questo strumento in quella direzione.

Sei iscritto a facebook o a google+?Sono iscritta a facebook, twitter e linkedin. Tutti molto interessanti. Anche se devo dire che ero partita diffidente. Ma ora trovo che supportino molto bene il mio desiderio di condivisione.

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? Reale e virtuale. Dipende da noi. Noi siamo più potenti di un semplice mezzo tecnico. Se desidero che una relazione sia reale lo sarà perché lavorerò in tal senso.

Essere felici per te significa...? Imparare la bellezza della fedeltà. A se stessi e alle relazioni autentiche.

Entra ora in contatto con la dott.ssa Daniela Maria Carchen 

 

 

 

 

Figli sotto pressione

by Dott.ssa Valeria Cani 30. aprile 2012 12.22

 

Sempre più spesso nella mia attività di psicoterapeuta, osservo famiglie stressate e soprattutto figli sotto pressione. I genitori tengono controllati gli studi dei propri figli verificando compiti e livello di apprendimento, vigilando sulla resa scolastica o peggio, confrontando i risultati del proprio figlio con quelli dei suoi coetanei. Forse alla base del comportamento del genitore c’è il desiderio che il proprio ragazzo sia il più bravo di tutti e arrivi meglio e prima degli altri a scuola e nel gruppo dei coetanei. La mia riflessione ovviamente cade sui figli ai quali non viene inconsapevolmente permesso di essere semplicemente se stessi, ma di essere “più bravo” e rispondere solo alle aspettative genitoriali. Il mito del “piccolo genio”, del bambino perfetto forse nasce dalle fantasie genitoriali che risalgono alla gravidanza, o ancora ai propri vissuti infantili che però poi si trasformano in pensieri quasi ossessivi e si finisce per investire il proprio figlio nella missione di riscattare gli insuccessi degli adulti e gli obiettivi da loro mai raggiunti. I genitori arrivano infatti a viversi successi e sconfitte dei loro figli come se fossero i loro successi e sconfitte!

 

Nella società della performance il tempo extrascolastico viene riempito da attività sportive e socio-culturali fin da quando i bambini sono piccoli, bambini che diventano l’unico baricentro della vita familiare attorno a cui ruotano genitori solitamente privi di interessi propri e di una normale vita di coppia e sociale. I genitori investono tutto sui figli, tempo, aspettative, interessi e invece che offrire ai figli opportunità e strumenti per crescere. I ragazzi si trovano così ingabbiati tra impegni, scuola e attività che poco spazio lasciano alla fantasia, alla libertà, all’immaginazione, alla scelta, fattori che contribuiscono alla formazione di un’identità vera e propria.

 

I piccoli pazienti arrivano in terapia stressati dall’iperattività, spesso ansiosi e influenzati eccessivamente dal giudizio dei genitori, incapaci di concentrarsi perché l’unica cosa che possono fare i figli, proprio in quanto “figli” è sostenete la prova e fare di tutto per diventare come si aspettano i genitori: perfetti. Ma il figlio perfetto non esiste!

 

Il rischio per questi bambini e ragazzi è l’impossibilità di viversi, vivere il proprio tempo interiore, i propri veri desideri e fantasie, capirsi e capire chi sono e cosa vogliono. Sono bambino e ragazzi attraverso cui traspare sofferenza, apatia e disagio. Sono ragazzi tristi.

 

Ai genitori che mi chiedono aiuto suggerisco di allentare un po’ i tempi e la supervisione, cercando di portarli a riflettere e pensare che i loro figli sono sì i loro figli, sono alunni e sono giocatori di pallacanestro, ballerine o suonatori di pianoforte, ma sono soprattutto bambini, e da tali si devono comportare.

 

Per una consulenza personalizzata on line potete contattare la dott. Valeria Cani al seguente link https://www.psicologo360.it/elenco-psicologi/milano/17-valeria-cani.aspx

 

 

 

 

Mettiamo la Psicologa dott.ssa Teresa Carcione... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 5. marzo 2012 10.58

 

Conosciamo un pò di più la dott.ssa Teresa Carcione

Qual è la tua specializzazione? Mi occupo di adulti e adolescenti, il tipo di consulenza percorsi di sostegno psicologico, sino a trattamenti più strutturati e duraturi che mirano alla promozione del benessere psicologico, quindi al cambiamento e miglioramento del quotidiano e della vita.

Meglio la vita di coppia o quella da single? Credo che fondamentalmente nella vita non si è mai single, ma il principio fondamentale è che se c'è un equilibrio nel proprio vissuto " essere" si vive bene sia da single che in coppia.

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita? Nella vita ci sono momenti positivi e negativi, fortunatamente non ritengo che si possano definire fallimenti, ma solo esperienze di vita che contribuiscono ad acquisire nuove conoscenze per mettere in atto cambiamenti che mirano ad una qualità di vita migliore.

Per rilassarsi è meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonnoPer me rilassarsi significa stare con amici o comunque con le persone care...viviamo in modo frenetico che spesso non abbiamo tempo ne per noi ne per gli altri...e preferisco rilassarmi così!

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Nasco come perito informatico, in più sono un tecnico specializzato ADSL quindi credo un sano discreto rapporto.

 Sei iscritta a facebook o a google+? Sono iscritta a facebook.

 Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? L'interazione "sana" è il motore del confronto quindi che sia reale o virtuale non c'è differenza, l'importante è che ci sia sempre rispetto.

 Essere felici per te cosa significa...? Domanda molto interessante....la felicità è nutrimento dell'anima. 

 Entra ora in contatto con la dott.ssa Teresa Carcione

 

 

 

 

Disturbi specifici dell’apprendimento e le sue ripercussioni

by Dr. Massimiliano Paglione 22. febbraio 2012 12.21

Un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) spesso ha delle ripercussioni che vanno aldilà delle competenze sulle quali incide, siano esse la lettura, la scrittura o il calcolo. La scoperta di questi disturbi, che purtroppo non sempre coincide con una corretta diagnosi, avviene solitamente durante i primi anni di scuola, quando il bambino inizia ad incontrare grosse difficoltà in attività e compiti che per i suoi coetanei sono naturali. Ciò comporta un senso di frustrazione, vissuto prevalentemente in ambiente scolastico, che può sfociare in due tipi di disturbi, esternalizzanti ed internalizzanti, a seconda della qualità dei legami di attaccamento con le figure di riferimento.

 

 

I disturbi internalizzanti sono il frutto di una “chiusura depressiva”; il bambino può arrivare a sviluppare attacchi di panico, fobie, disturbi somatoformi, disturbi dell’umore. Tutte queste condizioni comportano una conseguente avversione per l’ambiente scolastico che non di rado si traduce in assenze prolungate o ritiri temporanei, che a loro volta interferiscono pesantemente sulle possibilità di trattamento e recupero delle difficoltà nel settore didattico.

I disturbi specifici dell’apprendimento classificabili come disturbi esternalizzanti invece hanno come fonte la “oppositività” del bambino che viene classificato come iperattivo, con deficit di attenzione, provocatorio. In altre parole il bambino, di fronte alla frustrazione derivante dall’incapacità di eseguire un compito, reagisce in maniera scomposta evitando così di dover fare i conti con i propri insuccessi scolastici. I casi di disturbi esternalizzanti arrivano maggiormente all’attenzione dei servizi  poiché, a differenza di quelli internalizzanti, spesso penalizzano l’intera classe nel quale il bambino è inserito (a causa del suo comportamento indisciplinato durante le lezioni), e dunque drammatizzano il problema.

Di fronte ad aspetti oppositivi del bambino in classe i servizi, la famiglia e la scuola devono interrogarsi  e capire se tale atteggiamento non sia frutto di continue frustrazioni; in tal caso il più delle volte la semplice chiarificazione del problema, unitamente ad interventi di tipo dispensativo (esonero dalla lettura ad alta voce, dal dettato etc.) e compensativo (supporti informatici, ausili elettronici etc.) portano ad un sensibile miglioramento della situazione, così da permettere un intervento diretto sul problema reale del bambino (dislessia, disortografia, discalculia) e non su quello secondario (internalizzante o esternalizzante).

Un esempio di tutto ciò è il caso di Davide, un bambino di 8 anni al quale era stato affiancato un educatore durante l’orario scolastico, a causa del suo comportamento irrequieto durante le lezioni. Davide spesso interrompeva le lezioni con atteggiamenti provocatori, per la disperazione delle maestre, si mostrava aggressivo nei confronti dei compagni ed in più di un’occasione era addirittura fuggito da scuola. Il contatto prolungato con l’operatore ha portato alla luce le vere difficoltà di Davide e così sono state messe in atto tutte le strategie necessarie affinché il bambino affrontasse con i giusti strumenti il percorso didattico; conseguentemente la scuola si è presto trasformata per lui  in un ambiente gratificante dove può svolgere le attività in maniera appagante, e di fronte agli ostacoli non reagisce più con la fuga o l’evitamento bensì segnala serenamente le sue difficoltà, consapevole dei suoi limiti ma anche di quanto sia apprezzato da tutti il suo atteggiamento positivo.

Se pensi di avere un figlio o un parente che manifesta dei sintomi di questo tipo o vuoi dei consigli, contatta gli i professionisti di Psicologo360.it

 

 

 

 

Mettiamo la Psicologa dott.ssa Maria Lulia Carnesi... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 8. febbraio 2012 14.00

 

Conosciamo un pò di più la dott.ssa Maria Lulia Carnesi

Qual è la tua specializzazione? Sono una Psicologa specializzata in età infantile ed adolescenza; da molti anni infatti mi occupo di sostegno e consulenza per questa fascia d’età con ottimi risultati. Inoltre mi sto specializzando in Psicoterapia Espressiva, frequento l’ultimo anno,  presso l’Istituto Art Therapy di Bologna.

Progetto e conduco laboratori di Art terapia per  bambini, adolescenti ed adulti. Il mio strumento terapeutico è appunto l’Arte Terapia, canale privilegiato soprattutto nel lavoro con i minori.

Inoltre sono anche una  Formatrice, ho un Master in Formazione e Gestione delle Risorse Umane e mi occupo di Consulenza e Formazione per grandi aziende Pubbliche e Private.

 

Meglio la vita di coppia o quella da single? Sicuramente meglio la vita di coppia; le relazioni nella vita di un individuo sono tutto; ci permettono di conoscerci meglio e di maturare, soprattutto ci danno la possibilità di confrontarci e di aprire la nostra mente. Credo assolutamente che delle buone relazioni  nascano soprattutto dalla nostra capacità di stare con noi stessi e di mantenere la nostra individualità senza farci annullare dall’altro. In questo caso la relazione è assolutamente distruttiva e può creare spesso situazioni di dipendenza  ed annullamento per l’altro. Sono convinta  che le relazioni produttive  siano quelle nelle quali entrambi gli individui mantengano la loro personalità portando avanti le proprie idee con assertività e maturità,  si fondino sul rispetto dell’altro e sulla collaborazione continua.

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...) Il mio più grande successo è stato riuscire a vivere con me stessa ed a superare i conflitti interni causati dalla crescita e dai cambiamenti psico evolutivi; credo che riuscire a superare i nostri turbamenti e le nostre inquietudini ricavando da questi solo le risorse sia una grande vittoria personale. Inoltre penso che la vita sia fatta ogni giorno di prove dove, sia il successo che il fallimento possano darci la possibilità di mettersi in gioco e ricavarne sempre il meglio.

Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? Amo molto rilassarmi davanti ad un bel film magari biografico, ma adoro assolutamente leggere bevendo un ottimo te verde; la lettura ti permette di viaggiare con la mente e con la fantasia. Sinceramente non nego che anche le otto ore filate di sonno  siano male!!

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Sono un’appassionata di internet e della tecnologia; mi stimolano molte le nuove ricerche e le nuove scoperte tecnologiche; fortunatamente sono stata sempre molto portata all’uso di tutto ciò che sia tecnologico e grazie al mio intuito me la sono sempre cavata bene.

Sei iscritto a facebook o a google+? Sono iscritta a Facebook  soprattutto perché ho avuto modo di ritrovare amici che abitano o che si sono trasferiti dall’altra parte del mondo, in questo modo posso sempre sapere come stanno e come stanno vivendo.

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? Penso che la gestione delle amicizie attraverso i social network dipenda assolutamente da noi, come tutto il resto; per esempio li trovo molto utili per  mantenere dei rapporti con persone che vivono lontano, o che non è possibile incontrare a causa della distanza come nella mia esperienza; però è importante non scambiare questa modalità telematica come un’alternativa al rapporto di tutti i giorni, evitando così di incontrare gli amici e andare a prendersi un bel te al bar e fare una bella chiacchierata!

Essere felici per te significa...? Per me la felicità è godersi ogni attimo della vita essendo se stessi, trovando la soddisfazione in quello che si fa e vivendo appassionatamente ogni giorno. Il mio lavoro che amo mi dà veramente la felicità soprattutto quando sento di essere stata utile per gli altri.

Entra ora in contatto con la dott.ssa Maria Lulia Carnesi

 

 

Emigrazione e integrazione dei figli di immigranti nati in Italia

by Dr. Massimiliano Paglione 7. febbraio 2012 10.36

Come facilitare l'integrazione dei figli di migranti? La questione “Seconda generazione” (G2) negli ultimi tempi è salita agli onori della cronaca nazionale, sia per le spinte della politica (nell’uno e nell’altro senso) sia per le mutazioni della società italiana che rendono ormai ineludibile il problema.

Ma cos’è la Seconda Generazione (G2)? La G2 è una categoria che racchiude i giovani figli di migranti nati e scolarizzati nel Paese di immigrazione, oppure nati nel Paese di origine dei genitori ma che li hanno raggiunti o sono emigrati con loro in tenera età o comunque nei primi anni della scolarizzazione. In Italia questi ragazzi non hanno automatica cittadinanza e possono ottenerla solo al compimento dei 18 anni, previa richiesta.

Questa disposizione ad un lettura superficiale potrebbe sembrare un semplice arcano burocratico, tipico del nostro Paese. Tuttavia essa spesso rappresenta l’innesco di tutta una serie di problematiche che portano a ciò che  Baumann definisce “Sospensione tra due culture”.

figli di immigrati nati in Italia

Un giovane, specie nel periodo della preadolescenza e adolescenza, forgia la sua personalità e l’immagine di sé anche attraverso fattori che derivano e risiedono nella società in cui vive.I ragazzi G2, anche se nati sul territorio italiano, in realtà spesso non si sentono italiani “in toto”, identificandosi così in un prodotto ibrido che non ha una posizione definita rispetto all’immaginario confine che separa le comunità, le culture,  le “identità”.

L'identità del G2 si colloca al confine tra due mondi, quello di origine e quello di accoglienza, e sentirsi parte di un mondo piuttosto che dell'altro diventa problematico. In parole povere questi ragazzi si troveranno ad un certo punto della loro esistenza a dover scegliere tra due bandiere, due nazionali di calcio, due festività; abbracciarne una potrebbe comportare facilmente un senso di tradimento nei confronti dell’altra, nella misura in cui esse altro non sono che estensioni della dicotomia famiglia-società.

I ragazzi G2 non hanno partecipato alla scelta migratoria dei genitori e tuttavia devono prendere una posizione tra l'adesione alla cultura presente e maggioritaria o l'ancoraggio ad un passato che neanche hanno vissuto. Questo passaggio, già di per sé difficile e tortuoso, diviene ancor più complicato allorché la società che questi ragazzi vivono, respirano, contribuiscono a migliorare, li respinge bollandoli come “cittadini di serie B”.

La confusione che deriva da una tale situazione non di rado arriva a danneggiare pesantemente il giovane G2, tanto da “azzoppare” il suo processo di crescita e sfociare in forme più o meno patologiche.

Un esempio è il caso di M., un adolescente G2 con famiglia di origine nordafricana, arrivato all’attenzione del servizio sanitario perché a suo dire era “perseguitato da persone misteriose” e dunque si era rinchiuso in casa. Dopo alcuni incontri emerse fuori una particolare coincidenza; tutte le ideazioni persecutorie avvenivano in contesti che i genitori in casa bollavano come “pericolosi” o “corrotti” o “immorali” ma che comunque lasciavano frequentare al figlio, fiduciosi di una “corazza” che evidentemente egli non possedeva.

E così la scuola, la canonica, il centro commerciale, si riempivano di nemici che attendevano soltanto il momento buono (che non arrivava mai) per assalirlo. La semplice presa di coscienza di questo meccanismo portò notevole giovamento a M., che pur dovendo ancora lavorare su alcuni aspetti di fragilità, è riuscito ad uscire da una notevole situazione di impasse  che alla lunga avrebbe compromesso irrimediabilmente  il suo processo evolutivo.

Se sei un genitore immigrato in Italia con figli o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

 

 

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