Sesso e dipendenza

by Marzia Benvenuti 10. ottobre 2012 12.18

Pensare al sesso può essere una particolarità, ma quando la messa in atto di determinati comportamenti porta conseguenze negative per sè e per gli altri allora si può sfociare nella patologia e quindi diventa necessario capire se esiste un legame tra sesso e dipendenza.

 

 

 

La sex addicition o dipendenza dal sesso è una necessità patologica e ossessiva di avere rapporti sessuali, infatti chi ne soffre generalmente trasforma in una vera e propria fobia quello che normalmente dovrebbe essere vissuto come il piacere di fare l'amore. E' da sottolineare che coloro che soffrono di questo disturbo non sono gli amanti del sesso in generale, ma sono coloro che manifestano un desiderio generico, indirizzato a soggetti di età variabile, e con la totale assenza di alcun coinvolgimento sentimentale. Il sesso diventa così un'esigenza primaria.

Colui che è dipendente dal sesso, mette in atto una serie di comportamenti totalmente disfunzionali come: masturbazione eccessiva, rapporti con prostitute o con persone anonime, eccessive fantasie sessuali, materiale pornografico e atti sessuali in luogo pubblico.

Alla base di questi comportamenti c'è un forte disagio, che la persona vive, la quale tenderà a rifugiarsi nella ricerca di un piacere fisico che possa alleviare ansiae stress, così da fuggire da sentimenti dolorosi o negativi come la vergogna, le sensazioni di fallimento e di bassa autostima, che ha nelle relazioni intime. In questo modo conquistando maggiore un numero maggiore di prede, maggiore è anche la stima che la persona ha di sè, trasformando il sesso in una droga.

Questo disturbo può riguardare sia le donne che gli uomini, anche se quest'ultimi in numero maggiore. Non è facile da riconoscere, ma se viene considerata come tale, può essere trattata e curata come le altre dipendenze, attraverso cicli di psicoterapia individuale e di gruppo, e ove necessario l'inserimento di psicofarmaci e l'astinenza. Il vero obiettivo è quello di tornare a vivere il sesso in maniera serena e consapevole godendo di ogni rapporto in un contesto emotivo soddisfacente.

Se pensi di soffrire di questa patologia o desideri avere una consulenza informativa entra in contatto ora con uno dei professionisti di psicologo360.

 

 

Bugie

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 17.15

L’atto di dire le bugie, ossia di comunicare attraverso il canale verbale un contenuto non vero,  non è indice di patologia psicologica, ma viene considerato una sorta di misura dal punto di vista sociale ed etico.

Di certo le bugie sono accomunate dall’intenzionalità di imbrogliare, di fare in modo che l’altro sappia o creda cose non vere oppure che non sappia la verità.

 

 

 

I bambini, non appena capiscono che il proprio pensiero è autonomo rispetto a quello degli altri, cominciano a usare la bugia quasi come una conquista cognitiva per “testare” le reazioni degli altri e metterli alla prova rispetto al proprio comportamento e alla propria indipendenza.

I bambini anche molto piccoli, dai due-tre anni, o i ragazzi, molto comunemente possono dire le bugie per evitare una punizione nascondendo così qualche malefatta e “farla franca” rispetto a un adulto. Qui la bugia è considerata al pari della disobbedienza che non è il comportamento che un genitore si aspetta dal proprio figlio. Anche da questa relazione si costruisce nel tempo il rapporto tra genitori e figli in una famiglia.

Oppure molti bambini mentono per timidezza. Addentrandoci nel discorso troviamo alla base della timidezza una scarsa autostima, una concezione di sé negativa che porta a raccontare il falso o nascondere il vero, evitando situazioni di giudizio riprovevole, risultando migliori e meno inadeguati.

Le bugie si raccontano anche per discolparsi da accuse fondate o infondate che nascondono comunque una personalità fragile e insicura nell’affrontare le proprie responsabilità.

Ci possono essere anche le bugie gratuite raccontate per esprimere un desiderio o comunicare un bisogno, per un fine da raggiungere, oppure anche per divertimento, per sfogare la fantasia.

Gli adulti mentono per apparire diversi da quello che sono realmente, per proteggere la loro privacy, per avere uno spazio proprio e scegliere di non raccontare qualcosa di sé e della propria vita. Poi ci sono le bugie dette per proteggere gli altri, o quelle di cortesia del vivere sociale adulto presto imparate anche dai bambini.

Per acquisire maggior prestigio, o evitare di perderne, si raccontano bugie che fungono da compensazione alla ricerca di un’immagine migliore di sè da presentare agli altri.

Oppure raccontiamo bugie per ottenere qualche vantaggio dagli altri o dalla situazione.

Poi ci sono le bugie alle quali crede anche chi le racconta, l’autoinganno, quello raccontato a se stessi per evitare la fatica di avere a che fare con la propria coscienza o il proprio sé profondo. Chi racconta una bugia a se stesso è contemporaneamente l’ingannatore e l’ingannato, raccontiamo a noi stessi qualcosa per autoconvincerci che le cose stanno andando come vorremmo e non come realmente sono, o che il comportamento di qualcuno, o il proprio, sia adeguato e che le motivazioni che lo mettono in atto siano corrette e oneste anche quando non è proprio così.

Dal punto di vista educativo l’adulto, genitore ed educatore, dovrebbe avere chiari i limiti e i principi propri e da trasmettere al bambino, mantenere il più possibile i valori e una posizione salda rispetto alle bugie raccontate dal bambino in modo che questi possa imparare ad essere socialmente accettato e diventi autonomo anche senza il ricorso a stratagemmi o inganni, dandogli spazio per esprimersi liberamente e sinceramente dopo aver “scoperto” la bugia.

L’adolescente che racconta bugie ha lo scopo di offuscare parti fragili di sé o proteggere la propria insicurezza della crescita, oppure per nascondere una difficoltà. L’atteggiamento dell’adulto da mantenere con l’adolescente è di fornire un sicuro spazio affettivo di protezione e rassicurazione per la sua crescita psicologica e fisica, compito mai semplice da realizzare!

Le bugie fanno parte della nostra vita, quasi come un adattamento dell’intelligenza sociale, sia se ne siamo autori, sia se ne siamo vittime. Dire bugie deliberatamente e spudoratamente, omettere, omettere in parte, simulare o dissimulare, fuorviare sono diventati comportamenti funzionali al nostro vivere e fanno parte del modo di agire umano, o anche animale a pensarci bene! Chi possiede un cane furbo come il mio sa che il cane è capace di simulare un comportamento per ottenere qualcosa che desidera da noi conoscendo bene la nostra reazione!

La finzione ci appartiene nella vita quotidiana e, rimanendo in campo psicologico, possiamo mentire anche sulle nostre emozioni: difficilmente riusciamo a nascondere a noi stessi, e a che ci conosce bene, le nostre emozioni. La tecnica usata in questo caso è ammettere di provare un sentimento ma dire una bugia sulla sua natura, cioè dire la verità in modo talmente spudorato tanto da far credere che sia una bugia, come il partner che torna a casa e sentendosi chiedere con sospetto “dove sei stato?” risponde platealmente “dall’amante!”

Se vuoi un supporto psicologico che ti possa servire ad affrontare il mondo dell’inganno contatta online un professionista di psicologo360.it, tutta verità, nessuna bugia!

Uomini di oggi

by Marzia Benvenuti 10. settembre 2012 15.11

Hanno pettorali e addominali scolpiti, tonificano il corpo con saune e massaggi, esibiscono una pelle liscia e idratata da fare invidia anche alle donne: ecco sono gli uomini di oggi.

 

 

 

 L'estrema attenzione al corpo per il maschio è diventata una preoccupazione assoluta e al tempo stesso il più ambito passatempo. Non è a caso che anche tra i maschi siano sempre più diffusi disturbi dell'alimentazione e dipendenza da sport, un tempo universo strettamente femminile. Alla base di tutto questo c'è la paura di invecchiare e un sentimento narcisistico.

Oggi gli uomini puntano tutto sul corpo, un corpo esteticamente bello e fisicamente sano, scaricando sul mezzo, ovvero un allenamento eccessivo e un controllo ossessivo sull'alimentazione. Molti iniziano con l'idea di farsi un fisico affascinante e perfetto, ma nella maggior parte dei casi, tenderanno a sviluppare una dipendenza che a seconda della vulnerabilità dell'individuo, può condurli verso patologie psichiatriche come i disturbi alimentari o dipendenza da steroidi.

Ad esempio la presenza di anoressia nervosa nell'uomo può risultare molto grave, in quanto non è visibile come quella femminile; questo perchè il maschio, nonostante questa continua ricerca di identità, si vergogna e tenderà così a non chiedere aiuto o lo farà in ritardo. Se una donna giunge in terapia dopo quattro anni dall'inizio del problema, mediamente ad uomo ci vogliono sette anni. Per fare diagnosi di anoressia maschile è necessario che ci sia una riduzione di testosterone con conseguente insufficienza erettile, fatto che scaturisce sentimenti di vergogna e bassa autostima. Inoltre, questi uomini sono maggiormente ipersensibili, hanno una tendenza alla depressione e al senso di colpa, timore della competizione e ansia nei rapporti sessuali.

Malgrado tutto la società, i mass media, non fanno altro che pubblicizzare icone maschili perfetti, uomini che sempre di più si avvicinano all'essere come una donna cercando di azzerare ove possibile le differenze di genere.

Se pensi di avere un disagio con il tuo corpo o un maggiore controllo per la tua forma fisica, anche se sei un uomo, puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360.

La percezione del corpo

by Dott.ssa Valeria Cani 23. agosto 2012 11.39

Qual è la percezione del corpo che abbiamo? Qual è il profondo significato che assume il proprio corpo per una persona obesa o una ragazza anoressica, per una fotomodella o un palestrato?

Quale posa assumiamo quando ci stanno per scattare una fotografia, che vestito e che profumo scegliamo di indossare al mattino?

In altre parole quanto siamo soddisfatti del nostro fisico, quale immagine vogliamo dare di noi stessi, del nostro volto, del nostro corpo?

 

 Abitare nel proprio corpo, odiarlo o amarlo, sentirsi bellissimi oppure orrendi, sono concetti che rientrano a far parte di tutta la dinamica di costruzione dell’autostima che dura per tutta la nostra vita, come vogliamo essere conosciuti e apprezzati.

È come abitare nella nostra casa: la riteniamo brutta, o almeno migliorabile. Sogniamo la casa perfetta, la casa dei nostri sogni, altalenando tra l’impulso di abbandonarla e dalla nostalgia di qualcosa che è nostro. Ci lamentiamo in continuazione di qualcosa che non ci piace, ma poi siamo rassicurati da qualcosa che ci appartiene e facciamo di tutto, anche negando, per rimandare o ritrattare i progetti di cambiamento. Possiamo essere inquilini che si sentono distaccati dallo spazio fisico che ci ospita, abitiamo in un posto reale, ma con l’immaginazione viviamo nell’idea di una casa perfetta.

“Per essere belli bisogna volersi bene”, si dice. “Ma come faccio a volermi bene se sono così brutto?” Se non è possibile amare un corpo che non merita di essere amato in quanto brutto, ecco che al primo posto il criterio di valutazione è quello estetico, e sovrasta in tutto quello etico, concetto abbondantemente alimentato in un sistema culturale angoscioso a angosciante nei confronti dell’immagine.

Sia nella patologia, come l’anoressia, l’obesità, la bulimia, ma anche nella normalità, ci troviamo a vivere tra spazio reale e spazio immaginario, tra il nostro vero aspetto fisico e l’immagine di sé, e questo spazio è spesso motivo di sofferenza. Cosa alimenta questo disagio e quale sia il confine tra normalità e patologia è una domanda che ci poniamo. Come si forma nella nostra mete l’immagine del nostro corpo? In che rapporto sono l’immagine e la realtà del nostro fisico?

Il nostro se stesso cambia in continuazione, a seconda dei contesti in cui ci troviamo, a seconda del ruolo che assumiamo in un determinato momento, a seconda delle persone con cui abbiamo a che fare, a seconda di ciò che vogliamo che gli altri notino di noi.

Ma quando ci guardiamo allo specchio ecco che tutti questi aspetti si fondono in un'unica immagine che noi percepiamo e rappresentiamo di noi stessi più o meno autentica e coerente, certi comunque che quello che noi vorremmo far vedere agli altri raramente coincide con l’immagine che gli altri hanno di noi, ma il pensiero che noi abbiamo di noi stessi dipende da questa doppia conferma: quello che vedo io di me, quello che gli altri vedono di me. Standoci dentro non possiamo vedere da fuori il nostro corpo!

Di fronte allo specchio costruiamo progetti e cambiamo il nostro corpo mantenendo a fatica, soprattutto per le persone disturbate, un equilibrio della nostra identità. Le persone obese deformano il proprio corpo negando con le parole chili e centimetri, ciò che si definisce non corrisponde alle misure fisiche. Il mondo intero ci espone all’identificazione con la bellezza e la perfezione, bastano qualche spot pubblicitario o la fotografia un attore che il meccanismo di identificazione si mette in moto con confronti tra la propria esperienza corporea e una nuova immagine, il tutto sortisce nuove rappresentazioni del proprio sé e nuovi modi di significarlo.

Se credi di avere un disagio legato al tuo corpo, alla tua forma fisica, sei a dieta da tempo ma senza ottenere i risultati che vorresti è sufficiente iniziare con un colloquio online con uno psicologo professionista di www.psicologo360.it per affrontare meglio la situazione e abitare bene nel tuo corpo.

 

Ansia da esame

by Marzia Benvenuti 24. luglio 2012 12.09

Sempre più giovani, in particolare n questo periodo dell’anno, si trovano nella condizione di soffrire di ansia da esame.

L’ansia da esame è correlata all’ansia da prestazione che è per definizione caratterizzata da una risposta di tipo disadattivo a situazioni in cui alla persona viene richiesto di produrre una prestazione che può essere di vario genere. Quando si parla di ansia da prestazione ci riferiamo o al superamento di un esame o all'ambito sessuale.

 

 

 

 L'individuo che vive questa situazione, nonostante sia in possesso di conoscenze e capacità psicologiche, tenderà a percepire anche il più piccolo elemento come segno di minaccia per il buon esito della prestazione aggravando ulteriormente la sua ansia. Colui che ne soffre è dominato da sentimenti perlopiù negativi e distruttivi che provocano un ulteriore convinzione di non riuscire a superare l'esame, quindi di essere bocciato e di conseguenza di poter fare una brutta figura davanti agli amici e alla famiglia. Lo studente che soffre di ansia da esame, ritiene che tutto sia vincolato dall'esito finale, e che se non effettuerà una prestazione brillante, potrà perdere l'autostima e il consenso all'interno della sua cerchia sociale.

L'ansia da esame tenderà a comparire, già durante la preparazione, facendo insorgere, problematiche a livello cognitvo, come la sensazione di non ricordarsi ciò che è stato studiato, i cosidetti vuoti di memoria o l'insorgenza di disturbi del sonno come l'insonnia, un aumento della quota ansiosa accompagnata da nervosismo, stress, irritabilità, aggravando ulteriormente sull'individuo. Nei casi più gravi il soggetto può veramente fare scena muta all'esame, comportando così un ulteriore frustrazione e perdita di autostima.

L'ansia da esame così detta anche ansia da prestazione, ha comunque esiti positivi se affrontata e curata, soprattutto con la terapia cognitivo-comportamentale, grazie a tecniche sia cognitive, che di esposizione alle situazioni ansiogene, in maniera del tutto progressiva.

Se ritieni di soffrire di questo problema, o vuoi anche semplicemente ricevere una consulenza puoi rivolgerti agli esperti di Psicologo360.

 

 

Il Bullismo

by Marzia Benvenuti 17. luglio 2012 11.35

Il bullismo è un fenomeno sempre di più in crescita e spesso questi atti sono stati oggetto di fatti di cronaca italiana.

Il bullismo sta indicare atti di violenza perlopiù in ambito scolastico, nel periodo pre-adolescenziale e adolescenziale. Spesso viene confuso con i normali conflitti tra coetanei, ma il bullismo è qualcosa di più di un normale litigio, si tratta di una vera e propria forma di prepotenza continuativa e ricorrente caratterizzata anche da violenza fisica, la cui vittima vive la situazione in modo angosciante, in quanto perseguitata da parte di uno o più compagni.

 

 

Alcune azioni possono essere perlopiù di natura offensiva, come il continuo sbeffeggiamento o minaccia, altre volte con veri e propri attachi di violenza fisica, come calci, pugni, con il solo e unico scopo di emarginazione e di esclusione dal gruppo.

Colui o colei che è vittima di questo fenomeno si sente oppresso, vive la situazione con estrema tensione, e questo va a influenzare la famiglia, la scuola e altre situazioni sociali. Infatti le conseguenze del bullismo se sottovalutate possono rivelarsi anche irreparabili, in quanto il danno per l'autostima della vittima tende a mantenersi nel tempo inducendo così la persona a perdere fiducia in se stessa e nelle proprie relazioni sociali, che con il tempo possono essere causa di depressione. Inizialmente la vittima può riportare conseguenze a breve termine caratterizzate perlopiù dalla presenza di sintomi fisici come: mal di stomaco, mal di testa o dalla presenza di sintomi psicologici come disturbi del sonno, incubi, ansia, o difficoltà di concetrazione, un calo nel rendimento scolastico e con conseguente riluttanza nel andare a scuola. D'altro canto ci sono anche conseguenze a lungo termine, esiste il rischio di una possibile insorgenza di depressione,ansia, fobie sociali, così come di un disturbo post traumatico da stress, e in casi gravi sfociare in atti suicidari.

Purtroppo il bambino o la bambina che subisce tale fenomeno spesso nasconde il tutto sia alla famiglia che alla scuola, sia per paura di possibile ritorsioni da parte del bullo, ma anche per vergogna per quello che sta vivendo.

Ciò che è importante fare, è intervenire subito a i primi segnali di prepotenza, supportare le famiglie e le vittime con tecniche di assertività e terapie dinamiche familiari.

Se sei un genitore e stai affrontando questo problema puoi rivolgiti per una consulenza agli esperti di psicologo360.it.

 

 

L'obesità infantile

by Marzia Benvenuti 25. giugno 2012 15.00

L'obesità infantile è uno dei problemi più frequenti in età pediatrica e da molto tempo sta suscitando maggiore preoccupazione, anche per la fase adulta, per l'aumentare dei potenziali rischi per la salute.

Un altro aspetto del problema è quello delle ripercussioni psicologiche: infatti, l’obesità infantile comporta spesso una diminuzione dell’autostima e persino sindromi depressive.

 

 

 

Spesso i genitori si preoccupano quando il bambino mangia poco, raramente quando mangia troppo. Una dieta insufficiente può essere causa di una scarsa carenza di proteine, calcio, ferro, vitamine ed altri nutrienti essenziali alla crescita, di contro, un introito calorico eccessivo determina, dapprima un sovrappeso del bambino e poi, nella maggioranza dei casi, una manifesta obesità.
Non dobbiamo dimenticare che un’iperalimentazione nei primi due anni di vita oltre a causare un aumento di volume delle cellule adipose, determina anche un aumento del loro numero; da adulti, pertanto, si avrà una maggiore predisposizione all'obesità ed una difficoltà a scendere di peso o a mantenerlo nei limiti, perché sarà possibile ridurre le dimensioni delle cellule, ma non sarà possibile eliminarle
. Un bambino può diventare obeso non solo perché mangia troppo, ma anche perché mangia male, preferendo cibi molto calorici, ricchi di zuccheri e grassi, associati a bevande dolci.

L'obesità infantile è comunque dovuta ad un insieme di concause: non solo la scarsa educazione alimentare, ma anche una predisposizione genetica, l’ambiente familiare, le condizioni socioeconomiche e, soprattutto, lo stile di vita sedentario. Infatti il fattore di rischio maggiore è proprio la ridotta attività fisica o sedentarietà. L’esercizio fisico è di fondamentale importanza per il bambino che cresce, in quanto, oltre a farlo dimagrire, lo rende più attivo, contribuendo a ridistribuire le proporzioni tra massa magra e massa grassa. L’esercizio fisico serve altresì a limitare le attività sedentarie come lo stazionamento davanti alla televisione e l’uso eccessivo del computer. Ma l'obesità infantile può portare anche a conseguenze precoci sia sul piano fisico, come problemi respiratori (affaticabilità, e rischio di apnee notturne), disturbi all'apparato digerente, e infine problemi sul piano psicologico. I bambini grassottelli possono sentirsi a disagio e a provare vergogna, fino ad arrivare ad un vero rifiuto del proprio aspetto fisico; spesso sono bambini derisi, vittime di scherzi da parte dei coetanei e a rischio di perdere lautostima e sviluppare un senso di insicurezza, che li può portare allisolamento: escono meno di casa, trascorrono più tempo davanti alla televisione, instaurando un circolo vizioso che li porta ad una iperalimentazione reattiva.

Intervenire durante l'età evolutiva è di fondamentale importanza, perché ci dà la garanzia di risultati migliori e duraturi.

Ciò che importante fare prima di tutto è una giusta prevenzione, se il bambino ingrassa troppo non aspettate. Inoltre e' necessario una giusta e corretta sensibilizzazione al cibo, sfatando alcuni miti e abitudini importanti: come "il grasso è bello", ma informare in modo adeguato che l'obesita' puo' arrecare danno alla salute del proprio figlio. Occorre puntare sul coinvolgimento e non sui divieti assoluti, concedendoli di cedere anche alle tentazioni.

Se sei un genitore e stai affrontando questo problema puoi rivolgiti per una consulenza agli esperti di  psicologo360.it.

 

 

La prova costume

by Marzia Benvenuti 15. maggio 2012 16.10

L’estate è alle porte e la prova costume può rappresentare una fonte di ansia per molte persone. Avere una buona opinione di noi stessi per quanto riguarda il nostro corpo non è cosa poi così scontata. Le donne spesso, sono ipercritiche a riguardo e si lamentano su come appaiono allo specchio. La bella stagione ci costringe a svelare quelli che sono i piccoli difetti: e proprio questi possono essere fonte di stress e di disagio se non si ha un buon rapporto con il proprio fisico.

E' importante sottolineare che l'aspetto fisico e l’immagine corporea non sono la stessa cosa: se l'aspetto fisico fa riferimento a come si è oggettivamente (la pelle, gli occhi, la statura ecc.), l'immagine corporea è la rappresentazione del corpo che si costruisce nella mente ed è il risultato di emozioni, pensieri, giudizi, sensazioni, percezioni e ricordi: e spesso non coincidono.

Le donne di solito tendono a vedersi più grasse di quelle che sono, concentrandosi sui propri difetti credendo in qualche modo che siano visibili anche agli altri.

La prova costume produce in molti casi ansiae anche depressione, in quanto i sentimenti più frequenti sono: il senso di inadeguatezza e di vergogna verso il proprio corpo. Per ricorrere ai ripari si intraprendono delle vere e proprie terapie d'urto, come diete particolarmente restrittive o eccessiva attività fisica, tutto con la speranza di perdere quei chili di troppo. Purtroppo, esse tenderanno a produrre solo un effetto "yo-yo" causato da un cattivo comportamento alimentare.

La cosa importante è avere una corretta alimentazione e una costante attività fisica fatta per le esigenze della singola persona, non dobbiamo prefissarci degli obiettivi il più delle volte del tutto inacessibili o troppo stressanti anche per il nostro fisico.

Innanzitutto dobbiamo imparare a ricercare un equilibrio psicologico, accompagnato da una buona autostima allontanandoci dagli stereotipi della vita di oggi, fornendo soluzioni diverse dal significato che magro e snello sono indice di perfezione.

Se è necessario chiedi aiuto rivolgendoti ad uno specialista. Se stai affrontando un malessere di questo tipo o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta gli specialisti di Psicologo360.it

  

Psicologia e chirurgia

by Dott.ssa Valeria Cani 30. aprile 2012 12.35

Quali sono i legami tra psicologia e chirurgia? Per esempio dietro ogni richiesta di modificare il proprio corpo c’è sempre un disagio psicologico? Gli psicologi facilmente risponderebbero a questa domanda in modo positivo. I chirurghi che si occupano di estetica hanno anche un ruolo un po’ psicologico nei confronti dei pazienti ed alcuni, trovandosi di fronte a richieste che possono sembrare stravaganti, richiedono l’intervento di uno psicologo per accompagnare il cliente attraverso il percorso di modificazione del proprio corpo.

Chirurgia e psicologia sono concordi nell’affermare quanto dietro una domanda di cambiamento del fisico ci siano un vissuto personale, una storia e un individuo diversi.

 

 

Cercando nella storia del paziente l’origine della sua domanda, lo psicologo può trovare ricordi d’infanzia, atteggiamenti o parole che hanno permesso il crearsi un’immagine del sé brutta. Il paziente chiede quindi di poter ottenere il suo riscatto e di potersi vedere come non si è mai visto.

Il tipo di richiesta e il tipo di modifica desiderata sono il punto di partenza. Facendo l’esempio di un seno abbondante, molte adolescenti lo vivono con un senso di vergogna, altre come un vanto. Le prime non sopporteranno gli sguardi dei ragazzi, le seconde li ricercheranno. L’intervento di riduzione del seno potrebbe avere alla base un senso di insicurezza.

Insicurezza meno radicata invece quando l’intervento richiesto è una correzione estetica che ad esempio può trasformare un viso evidentemente disarmonico in un viso più piacevole.

I chirurghi estetici si preoccupano di soddisfare il cliente ed eliminare un problema estetico, gli psicologi sono più attenti alle conseguenze post-intervento anche a medio e lungo termine. Intervenire sul corpo significa intervenire sulla persona, sulla sua storia, sui suoi vissuti e si riflette sulla personalità. Occorre farsi raccontare dal paziente perché ha deciso di sottoporsi a questo tipo di intervento, da quanto tempo aveva deciso di farlo, se ci sono state delle pressioni psicologiche da parte di qualcun altro della famiglia, ad esempio il coniuge. Molte donne decidono di ricorrere alla chirurgia plastica per salvare il loro matrimonio e molti mariti spingono le loro mogli all’intervento come se volessero che la loro donna rispondesse all’oggetto dei loro desideri. In questo caso è importante una riflessione supportata da uno psicologo sul significato dell’intervento e magari anche sul rapporto di coppia.

Occorre anche far attenzione a non oltrepassare i limiti: pazienti mai soddisfatti del loro aspetto che continuano a sottoporsi ad interventi di chirurgia estetica ma anche medici che vogliono raggiungere la “perfezione”. Il rischio in questo caso è oltrepassare il limite ed esagerare verso un eccesso che non tende più al “bello” come ad esempio le labbra inizialmente un po’ più carnose ma poi esageratamente gonfiate.

I pazienti spesso non riflettono fino in fondo sul vero significato del cambiamento e non sanno esattamente cosa vogliono da loro stessi pensando solo a un modello di ideale, come un personaggio famoso. L’intervento dello psicologo a questo punto è quasi indispensabile.

Arrivando a parlare dei risultati, quando questi si avvicinano di molto a quelli sperati dal paziente ecco che permettono un nuovo rapporto della persona con se stessa, un’acquisizione di fiducia in sé e un recupero di autostima che rende quasi possibile un cambiamento di carattere.

Un’ ultima attenzione all’analisi del rischio: il bisturi non può più tornare indietro!

 

Se hai intenzione di affrontare un intervento chirurgico e vuoi una consulenza psicologica on line personalizzata, contatta la dott.ssa Valeria Cani al seguente indirizzo https://www.psicologo360.it/elenco-psicologi/milano/17-valeria-cani.aspx

 

Malattie della pelle: cause ed effetti

by Dr. Massimiliano Paglione 26. marzo 2012 16.08

 

Le malattie della pelle o anche dermopatie hanno un’origine ed un decorso che si intrecciano, in modi e misure diverse, con il vissuto psichico di chi ne è affetto. Spesso è evidente come un evento stressante funga da innesco per queste patologie, fermo restando che sia presente nel soggetto un substrato biologico predisposto.  In questi casi la tensione interiore del soggetto non riesce a risolversi all’interno dei suoi confini psichici e si riversa sull’organo più sensibile e simbolico di tutto il corpo, la pelle. Tuttavia lo stress non esaurisce il suo effetto con l’esordio della patologia in quanto i problemi quotidiani vissuti dal malato diventano essi stessi fattori di tensione che accrescono la gravità del disturbo ed influenzano negativamente la qualità di vita del soggetto. Si arriva così alla creazione dello stigma, inteso come “un marchio biologico o sociale che divide una persona dalle altre discriminandola e spezzando le interazioni con gli altri”, ed il sentimento che ne deriva. Il sentimento di stigma non riguarda la percezione dell’altro rispetto al dermopatico, bensì ciò che quest’ultimo prova in relazione alla sua diversità. L’aspetto psicosociale è forse il più dirompente per questi soggetti, in quanto spesso sono pervasi da un profondo imbarazzo che interferisce, a volte fino ad inibire, con le proprie attività sociali giornaliere, di svago o professionali.

 

Secondo uno studio gli effetti più comuni delle dermopatie sono l’evitamento di luoghi pubblici (come piscine, palestre, spiagge etc.) e di alcuni tipi di abiti (nello specifico quelli che metterebbero a nudo la deturpazione), un diffuso senso di colpa e di vergogna, ma soprattutto un continuo turbamento emotivo condizionato da una accresciuta importanza verso le opinioni altrui, dal sentirsi continuamente fissati, da una sensazione continua e diffusa di sporcizia. Nel primo caso si assiste ad un fenomeno noto come “anticipazione del rifiuto”: il paziente tende ad auto-escludersi dalle situazioni sociali, intime e quotidiane che richiedono una buona capacità di relazione, poiché giudica insopportabile l’idea che altri potrebbero additarlo o emarginarlo o addirittura escluderlo. Nel secondo caso si genera una riduzione dell’autostima ed un abbassamento dell’Immagine Corporea ideale. Nell’ultima situazione vengono a crearsi una serie di percezioni negative di se stessi quali un generale senso di debolezza e di fragilità con un conseguente Senso di Sé deficitario. Il sentimento di stigmatizzazione fortunatamente non è un passaggio obbligatorio nei soggetti dermopatici ed esso stesso può avere un peso diverso a seconda dei periodi di vita di una stessa persona; infatti una stessa deturpazione assume connotazioni diverse in un periodo come l’adolescenza piuttosto che nell’età matura o nella senescenza, così come le implicazioni sono differenti tra la popolazione maschile e quella femminile. Tuttavia è sempre utile in queste situazioni chiedere un supporto psicologico ad uno specialista in grado di aiutare il soggetto ad accettarsi per quello che è, spezzando così il cerchio negativo che alimenta la patologia e creando un circolo positivo che giocoforza influirà positivamente sulla sintomatologia.

Un esempio è Maria, una donna di mezz’età  affetta da molti anni da una dermatite che le deturpava il viso. Con un percorso psicoterapeutico adeguato è riuscita a conquistare una propria serenità interiore che con il tempo si è riversata sulle escoriazioni alleviandole notevolmente.

Per maggiori informazioni o consulenze personalizzate tramite uno psicologo on line è possibile rivolgersi gli esperti di psicologo360.it

 

 

Commenti recenti

Comment RSS

Psicologia e Letteratura