Un legame sicuro

by Marzia Benvenuti 20. dicembre 2012 10.22

Diventare genitori è il lavoro più difficile al mondo, e per sostenerli nell'arrivo del figlio è necessario creare un rapporto con il bambino basato sull'amore e sulla fiducia: un legame sicuro.

 

 Un legame di questo tipo non ha effetti positivi solo sul rapporto tra genitori e bambino, è anche il fondamento di un sano sviluppo fisico, emotivo e sociale del neonato.

La priorità assoluta specialmente nella fase prenatale, è il bisogno di sicurezza nel rapporto tra neonato e genitori e quando questo bisogno viene appagato, si crea con la figura di attaccamento un legame sentito come punto di riferimento e di rifugio per le situazioni di pericolo.

Ma a volte, nonostante tutto non si riesce a costruire un legame sicuro con il bimbo sebbene sia molto amato dai genitori. Talvolta, per i più svariati motivi i genitori non sempre soddisfano i desideri e bisogni del figlio, così facendo il bambino tenderà a sviluppare nei confronti della figura di attaccamento sentimenti insicuri e ambivalenti. Questi sentimenti sono carattterizzati da una parte dalla ricerca di contatto e dall'altra da un distacco che deriva dalla paura di essere respinti.

Nei primi mesi di vita è importante che la figura di attaccamento sia sempre a disposizione del piccolo.

Ma ciò che conduce un bambino al disturbo dell'attaccamento sono le mancate compensazioni di esperienze negative, come particolari esperienze traumatiche, per non parlare delle violenze fisiche, sessuali o psicologiche, che possono essere causa del Disturbo dell'Attaccamento.

Un bambino con il disturbo dell'attaccamento cresce spesso più lentamente da un punto di vista emotivo e motorio e in alcuni casi questi ambiti sono compromessi. Inoltre fanno fatica ad allacciare rapporti basati sulla fiducia e in seguito sono più soggetti ai disturbi psichici.

Nel tempo si può venire a creare un circolo vizioso di esperienze traumatiche che viene trasmesso dai genitori ai figli.

Nella maggior parte dei casi i disturbi dell'attaccamento non trovano soluzione senza un intervento terapeutico. Così ciò che si può fare è modificare con una psicoterapia incentrata sulla rielaborazione del trauma il comportamento dei genitori.

Si consiglia una terapia individuale, e successivamente anche una di gruppo.

Se pensi di soffrire di questa patologia o desideri avere una consulenza informativa puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360.it.

 

 

 

 

Uso e abuso di videogiochi

by Marzia Benvenuti 20. settembre 2012 17.06

Sono tantissimi gli adolescenti e bambini che trascorrono ore ed ore davanti ai videogiochi, diventa quindi importante capire meglio il confine tra l’uso e abuso di videogiochi.

Oggi questa tendenza sembra stia diventando un vero e proprio problema.

Molti bambini e non solo loro, trascorrono la maggior parte del loro tempo su internet utilizzando i videogiochi, estraniandosi dal mondo esterno, non vivendo se non dentro una realtà riprodotta in modo virtuale.

 

 L'uso inappropriato, può essere considerato come una droga, una vera dipendenza che conduce il soggetto a non poterne fare a meno.

Il videogioco si trasforma come fonte di gratificazione del bisogno, di potere; nel videogioco è possibile abbandonarsi all’illusione, di un possibile controllo sul mondo e alla negazione del bisogno dell’altro. Il videogioco è un'attività che allontana dalle preoccupazioni o dalle frustrazioni quotidiane, crea emozioni induce uno stato modificato di coscienza, fa stare bene. Dopo un po' senza questo stato di benessere si sta male (dipendenza), e per ricrearlo occorrono dosi sempre maggiori di videogioco (assuefazione). Si ha quindi il bisogno di giocare sempre più a lungo, o con giochi sempre più emozionanti, o sempre più violenti, con effetti grafici sempre più accattivanti, con situazioni sempre più incredibili. Tutto questo a lungo termine può trasfomarsi in un gioco ossessivo, patologico, che può essere fattore di rischio di isolamento sociale, sintomi depressivi,ansia, fobie sociali aumento di peso (con rischio di obesità infantile), calo nel rendimento scolastico, irritabilità, cambiamento nelle normali attività quotidiane e infine possibile insorgenza di sintomi fisici, come mal di testa, dolori di schiena e problemi di vista. Inoltre una potenziale dipendenza da videogiochi, specialmente durante la pubertà può in qualche modo plasmare la personalità del giovane, causa del fatto che non si sia ancora del tutto formata.

A tale riguardo è necessaria per i più giovani e per le loro famiglie una psicoeducazione su i potenziali danni dei videogiochi, basata perlopiù su una prevenzione dei fattori di rischio elencati sopra. Porre delle regole sul tempo che il bambino dedica al pc e a internet, favorire attività che comprendono la presenza di altri bambini e ove possibile all'aperto.

Se pensi di avere un problema del genere o semplicemente vuoi saperne di più puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360. 

 

Bugie

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 17.15

L’atto di dire le bugie, ossia di comunicare attraverso il canale verbale un contenuto non vero,  non è indice di patologia psicologica, ma viene considerato una sorta di misura dal punto di vista sociale ed etico.

Di certo le bugie sono accomunate dall’intenzionalità di imbrogliare, di fare in modo che l’altro sappia o creda cose non vere oppure che non sappia la verità.

 

 

 

I bambini, non appena capiscono che il proprio pensiero è autonomo rispetto a quello degli altri, cominciano a usare la bugia quasi come una conquista cognitiva per “testare” le reazioni degli altri e metterli alla prova rispetto al proprio comportamento e alla propria indipendenza.

I bambini anche molto piccoli, dai due-tre anni, o i ragazzi, molto comunemente possono dire le bugie per evitare una punizione nascondendo così qualche malefatta e “farla franca” rispetto a un adulto. Qui la bugia è considerata al pari della disobbedienza che non è il comportamento che un genitore si aspetta dal proprio figlio. Anche da questa relazione si costruisce nel tempo il rapporto tra genitori e figli in una famiglia.

Oppure molti bambini mentono per timidezza. Addentrandoci nel discorso troviamo alla base della timidezza una scarsa autostima, una concezione di sé negativa che porta a raccontare il falso o nascondere il vero, evitando situazioni di giudizio riprovevole, risultando migliori e meno inadeguati.

Le bugie si raccontano anche per discolparsi da accuse fondate o infondate che nascondono comunque una personalità fragile e insicura nell’affrontare le proprie responsabilità.

Ci possono essere anche le bugie gratuite raccontate per esprimere un desiderio o comunicare un bisogno, per un fine da raggiungere, oppure anche per divertimento, per sfogare la fantasia.

Gli adulti mentono per apparire diversi da quello che sono realmente, per proteggere la loro privacy, per avere uno spazio proprio e scegliere di non raccontare qualcosa di sé e della propria vita. Poi ci sono le bugie dette per proteggere gli altri, o quelle di cortesia del vivere sociale adulto presto imparate anche dai bambini.

Per acquisire maggior prestigio, o evitare di perderne, si raccontano bugie che fungono da compensazione alla ricerca di un’immagine migliore di sè da presentare agli altri.

Oppure raccontiamo bugie per ottenere qualche vantaggio dagli altri o dalla situazione.

Poi ci sono le bugie alle quali crede anche chi le racconta, l’autoinganno, quello raccontato a se stessi per evitare la fatica di avere a che fare con la propria coscienza o il proprio sé profondo. Chi racconta una bugia a se stesso è contemporaneamente l’ingannatore e l’ingannato, raccontiamo a noi stessi qualcosa per autoconvincerci che le cose stanno andando come vorremmo e non come realmente sono, o che il comportamento di qualcuno, o il proprio, sia adeguato e che le motivazioni che lo mettono in atto siano corrette e oneste anche quando non è proprio così.

Dal punto di vista educativo l’adulto, genitore ed educatore, dovrebbe avere chiari i limiti e i principi propri e da trasmettere al bambino, mantenere il più possibile i valori e una posizione salda rispetto alle bugie raccontate dal bambino in modo che questi possa imparare ad essere socialmente accettato e diventi autonomo anche senza il ricorso a stratagemmi o inganni, dandogli spazio per esprimersi liberamente e sinceramente dopo aver “scoperto” la bugia.

L’adolescente che racconta bugie ha lo scopo di offuscare parti fragili di sé o proteggere la propria insicurezza della crescita, oppure per nascondere una difficoltà. L’atteggiamento dell’adulto da mantenere con l’adolescente è di fornire un sicuro spazio affettivo di protezione e rassicurazione per la sua crescita psicologica e fisica, compito mai semplice da realizzare!

Le bugie fanno parte della nostra vita, quasi come un adattamento dell’intelligenza sociale, sia se ne siamo autori, sia se ne siamo vittime. Dire bugie deliberatamente e spudoratamente, omettere, omettere in parte, simulare o dissimulare, fuorviare sono diventati comportamenti funzionali al nostro vivere e fanno parte del modo di agire umano, o anche animale a pensarci bene! Chi possiede un cane furbo come il mio sa che il cane è capace di simulare un comportamento per ottenere qualcosa che desidera da noi conoscendo bene la nostra reazione!

La finzione ci appartiene nella vita quotidiana e, rimanendo in campo psicologico, possiamo mentire anche sulle nostre emozioni: difficilmente riusciamo a nascondere a noi stessi, e a che ci conosce bene, le nostre emozioni. La tecnica usata in questo caso è ammettere di provare un sentimento ma dire una bugia sulla sua natura, cioè dire la verità in modo talmente spudorato tanto da far credere che sia una bugia, come il partner che torna a casa e sentendosi chiedere con sospetto “dove sei stato?” risponde platealmente “dall’amante!”

Se vuoi un supporto psicologico che ti possa servire ad affrontare il mondo dell’inganno contatta online un professionista di psicologo360.it, tutta verità, nessuna bugia!

Bambini che non crescono mai

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 14.44

Bambini che non crescono mai, adulti ma eterni bambini, individui che non vogliono o non possono maturare e restano in quel mondo d’infanzia dove ogni cosa è possibile, tutto è bello e il cosmo esiste solo per accondiscendere i propri desideri e i propri umori, senza chiedere per ottenere: chi di noi non ne conosce qualcuno? Sono persone vivaci, curiose, brillanti, molto simpatiche, spesso di sesso maschile, padri di famiglia con una posizione lavorativa a volte incerta, e a vari livelli della loro vita si comportano come bambini, non molto adattati socialmente, incapaci di fare i conti con la realtà, egocentrici e impazienti, un po’ sfuggenti, come Peter Pan, appunto.

 

Chi soffre della sindrome cosiddetta di Peter Pan vede il mondo con ansia e non si assume alcuna responsabilità, si può definire narcisista e insoddisfatto della vita col risultato di un disadattamento al mondo esterno. Queste persone hanno un unico scopo: essere felici, stare bene e non avere bisogno di nessuno e di nulla.

Innocentemente, ma anche incoscientemente, non accettano la mediocrità e la banalità della vita, e quindi, la vita stessa, immolando se stessi a individui unici, meravigliosi, forzatamente diversi e per questo molto soli.

L’eterno ragazzo non è disposto a scendere a compromessi tra le sue fantasie e il mondo concreto, a sacrificare il proprio ideale per vivere nel sociale, a rifiutare l’idealistica parte di sé a favore di un adattamento nel mondo materiale.

Non a caso Peter Pan vola, tiene il distacco dal mondo e dalla vita, non ha mai i piedi per terra, tutto spensieratezza, fantasia e immagini che vivono solo nella sua testa e mai nelle sue emozioni. Il mancato contatto con la propria emotività è il vero problema di questi individui: essi difendono loro stessi dal dolore e dalla paura, ne mantengono le distanze, non possiedono gli strumenti per sentire l’angoscia e la tristezza, ma così facendo non sentono nemmeno la vera emozione della gioia di vivere propria di ognuno di noi.

Queste persone non hanno la capacità di entrare in ascolto con se stessi e coi loro sentimenti, quindi non possono entrare in ascolto con gli altri riconoscendo se stessi negli altri, di conseguenza viene a mancare la relazione.

Abbandonare questo profondo autocentrismo, passare per le naturali trasformazioni psicologiche delle tappe adolescenziali fatte di profonde passioni ed esagerata tristezza, volere e cercare aiuto per massimizzare il proprio sviluppo emozionale aiuta gli eterni bambini, che non vogliono più essere tali, ad assumersi un’identità e un ruolo, a riconoscere l’altro, a vedere se stessi e sentire se stessi, a condividerlo, a sapere cosa si desidera veramente fare della propria vita, cosa fare da grandi.

Se ti sei rivisto in queste righe, ti senti un po’ bambino e hai voglia di vedere la tua vita da un’altra prospettiva, contatta online un professionista di psicologo360.it e chiedi una consulenza per te e la tua voglia di stare bene.

 

 

Mettiamo la Psicologa dott.ssa Marzia Benvenuti.... sul lettino!

by Redazione Psicologo360 14. maggio 2012 14.15

 Qual è la tua specializzazione? Mi occupo principalmente sia di giovani che di adulti. Il tipo di consulenza varia dalla psicoeducazione sia individuale che familiare, ad un lavoro psicoterapico basato sia sul sintomo sia sull'individuazione di obiettivi specifici per il paziente al fine di migliorarli la qualità di vita.

Meglio la vita di coppia o quella da single? Dipende da come una persona vive le relazioni. Quello che conta veramente è prima di tutto stare bene con noi stessi a quel punto staremo bene anche in coppia.

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...). Veri e propri fallimenti per il momento non ci sono stati, non posso dire la stessa cosa per quanto riguarda gli errori commessi. Invece il mio più grande successo è aver realizzato il mio desiderio ovvero fare questo lavoro.

Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? Dipende da quanto sono stanca e su questo posso scegliere tra un libro o un film.

 

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie?Posso dire che me la cavo abbastanza bene, lavoro spesso con il pc, tablet e altro sia per lavoro che per piacere.

Sei iscritto a facebook o a google+? Sono inscritta ad entrambi e a twitter, trovo che sia un'ottima invenzione per stare in contatto con il mondo e con persone lontane, la cosa importante è non esagerare.

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale? Dipende, anche se condivido i social Network come dicevo sopra, allo stesso tempo per creare un'amicizia prediligo le vecchie maniere fatte dal contatto fisico e dal parlare faccia a faccia.

Essere felici per te significa...? Ognuno di noi ha diversi modi per essere felici, per me è poter riuscire a raggiungere i propri obiettivi, ma anche accettarsi con i pregi e difetti che ognuno di noi ha.

Entra ora in contatto con la dott.ssa Marzia Benvenuti

 

Figli sotto pressione

by Dott.ssa Valeria Cani 30. aprile 2012 12.22

 

Sempre più spesso nella mia attività di psicoterapeuta, osservo famiglie stressate e soprattutto figli sotto pressione. I genitori tengono controllati gli studi dei propri figli verificando compiti e livello di apprendimento, vigilando sulla resa scolastica o peggio, confrontando i risultati del proprio figlio con quelli dei suoi coetanei. Forse alla base del comportamento del genitore c’è il desiderio che il proprio ragazzo sia il più bravo di tutti e arrivi meglio e prima degli altri a scuola e nel gruppo dei coetanei. La mia riflessione ovviamente cade sui figli ai quali non viene inconsapevolmente permesso di essere semplicemente se stessi, ma di essere “più bravo” e rispondere solo alle aspettative genitoriali. Il mito del “piccolo genio”, del bambino perfetto forse nasce dalle fantasie genitoriali che risalgono alla gravidanza, o ancora ai propri vissuti infantili che però poi si trasformano in pensieri quasi ossessivi e si finisce per investire il proprio figlio nella missione di riscattare gli insuccessi degli adulti e gli obiettivi da loro mai raggiunti. I genitori arrivano infatti a viversi successi e sconfitte dei loro figli come se fossero i loro successi e sconfitte!

 

Nella società della performance il tempo extrascolastico viene riempito da attività sportive e socio-culturali fin da quando i bambini sono piccoli, bambini che diventano l’unico baricentro della vita familiare attorno a cui ruotano genitori solitamente privi di interessi propri e di una normale vita di coppia e sociale. I genitori investono tutto sui figli, tempo, aspettative, interessi e invece che offrire ai figli opportunità e strumenti per crescere. I ragazzi si trovano così ingabbiati tra impegni, scuola e attività che poco spazio lasciano alla fantasia, alla libertà, all’immaginazione, alla scelta, fattori che contribuiscono alla formazione di un’identità vera e propria.

 

I piccoli pazienti arrivano in terapia stressati dall’iperattività, spesso ansiosi e influenzati eccessivamente dal giudizio dei genitori, incapaci di concentrarsi perché l’unica cosa che possono fare i figli, proprio in quanto “figli” è sostenete la prova e fare di tutto per diventare come si aspettano i genitori: perfetti. Ma il figlio perfetto non esiste!

 

Il rischio per questi bambini e ragazzi è l’impossibilità di viversi, vivere il proprio tempo interiore, i propri veri desideri e fantasie, capirsi e capire chi sono e cosa vogliono. Sono bambino e ragazzi attraverso cui traspare sofferenza, apatia e disagio. Sono ragazzi tristi.

 

Ai genitori che mi chiedono aiuto suggerisco di allentare un po’ i tempi e la supervisione, cercando di portarli a riflettere e pensare che i loro figli sono sì i loro figli, sono alunni e sono giocatori di pallacanestro, ballerine o suonatori di pianoforte, ma sono soprattutto bambini, e da tali si devono comportare.

 

Per una consulenza personalizzata on line potete contattare la dott. Valeria Cani al seguente link https://www.psicologo360.it/elenco-psicologi/milano/17-valeria-cani.aspx

 

 

 

 

Disturbi specifici dell’apprendimento e le sue ripercussioni

by Dr. Massimiliano Paglione 22. febbraio 2012 12.21

Un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) spesso ha delle ripercussioni che vanno aldilà delle competenze sulle quali incide, siano esse la lettura, la scrittura o il calcolo. La scoperta di questi disturbi, che purtroppo non sempre coincide con una corretta diagnosi, avviene solitamente durante i primi anni di scuola, quando il bambino inizia ad incontrare grosse difficoltà in attività e compiti che per i suoi coetanei sono naturali. Ciò comporta un senso di frustrazione, vissuto prevalentemente in ambiente scolastico, che può sfociare in due tipi di disturbi, esternalizzanti ed internalizzanti, a seconda della qualità dei legami di attaccamento con le figure di riferimento.

 

 

I disturbi internalizzanti sono il frutto di una “chiusura depressiva”; il bambino può arrivare a sviluppare attacchi di panico, fobie, disturbi somatoformi, disturbi dell’umore. Tutte queste condizioni comportano una conseguente avversione per l’ambiente scolastico che non di rado si traduce in assenze prolungate o ritiri temporanei, che a loro volta interferiscono pesantemente sulle possibilità di trattamento e recupero delle difficoltà nel settore didattico.

I disturbi specifici dell’apprendimento classificabili come disturbi esternalizzanti invece hanno come fonte la “oppositività” del bambino che viene classificato come iperattivo, con deficit di attenzione, provocatorio. In altre parole il bambino, di fronte alla frustrazione derivante dall’incapacità di eseguire un compito, reagisce in maniera scomposta evitando così di dover fare i conti con i propri insuccessi scolastici. I casi di disturbi esternalizzanti arrivano maggiormente all’attenzione dei servizi  poiché, a differenza di quelli internalizzanti, spesso penalizzano l’intera classe nel quale il bambino è inserito (a causa del suo comportamento indisciplinato durante le lezioni), e dunque drammatizzano il problema.

Di fronte ad aspetti oppositivi del bambino in classe i servizi, la famiglia e la scuola devono interrogarsi  e capire se tale atteggiamento non sia frutto di continue frustrazioni; in tal caso il più delle volte la semplice chiarificazione del problema, unitamente ad interventi di tipo dispensativo (esonero dalla lettura ad alta voce, dal dettato etc.) e compensativo (supporti informatici, ausili elettronici etc.) portano ad un sensibile miglioramento della situazione, così da permettere un intervento diretto sul problema reale del bambino (dislessia, disortografia, discalculia) e non su quello secondario (internalizzante o esternalizzante).

Un esempio di tutto ciò è il caso di Davide, un bambino di 8 anni al quale era stato affiancato un educatore durante l’orario scolastico, a causa del suo comportamento irrequieto durante le lezioni. Davide spesso interrompeva le lezioni con atteggiamenti provocatori, per la disperazione delle maestre, si mostrava aggressivo nei confronti dei compagni ed in più di un’occasione era addirittura fuggito da scuola. Il contatto prolungato con l’operatore ha portato alla luce le vere difficoltà di Davide e così sono state messe in atto tutte le strategie necessarie affinché il bambino affrontasse con i giusti strumenti il percorso didattico; conseguentemente la scuola si è presto trasformata per lui  in un ambiente gratificante dove può svolgere le attività in maniera appagante, e di fronte agli ostacoli non reagisce più con la fuga o l’evitamento bensì segnala serenamente le sue difficoltà, consapevole dei suoi limiti ma anche di quanto sia apprezzato da tutti il suo atteggiamento positivo.

Se pensi di avere un figlio o un parente che manifesta dei sintomi di questo tipo o vuoi dei consigli, contatta gli i professionisti di Psicologo360.it

 

 

 

 

Inappetenza nei bambini: consigli per bimbi inappetenti

by Dr.ssa Angela Oreggia 17. gennaio 2012 22.49

Come nasce l’inappetenza nei bambini? Fin dalla nascita, il pasto assume un grande significato di scambio emotivo-affettivo tra il piccolo e la sua figura di accudimento. E’ un momento dove si realizza una vicinanza fisica significativa, un contatto fatto di coccole e carezze e di sguardi congiunti che veicolano sentimenti, emozioni e credenze.


Non sempre, però, questa esperienza si realizza in modo gratificante sia per il piccolo che per la madre. Ci sono neonati che per una naturale predisposizione temperamentale si distinguono per essere dei”piccoli mangiatori”, quelli che una madre potrebbe definire: “un osso duro quando si tratta di mangiare”.


Questo atteggiamento è in grado di generare ansia nella neo-mamma e pensieri negativi circa la propria capacità di accudire, nutrire e più in generale di prendersi cura della propria creatura.
Conseguenti vissuti di natura depressiva ,sentimenti di colpa e irrequietezza inevitabilmente vengono trasmessi al piccolo che inizierà a vivere un momento fondamentale della sua esistenza psico-fisica come occasione di sperimentare tensione e disagio.

inappetenza nei bambini

 

E’ naturale che il bambino cerchi di sottrarsi ad una esperienza diventata poco piacevole e gratificante, iniziando a rifiutare il latte e successivamente l’alimentazione in generale. Questa reazione innesca un circolo vizioso senza interruzione nel quale il cibo diventa ossessivamente il pensiero dominante della giornata e unico canale di comunicazione affettiva tra il bambino e la sua mamma.


Intorno al tema “cibo” si intrecciano punizioni, minacce, preghiere, strategie ludiche di distrazione messe in atto da genitori disperati nell’unico, ingenuo, tentativo di far mangiare il figlio. Naturalmente l’obiettivo sperato e atteso di far mangiare il bambino non si realizza anzi, l’effetto di tanta attenzione e preoccupazione intorno al piccolo non fa altro che rinforzare il suo comportamento di rifiuto del cibo e di sfida nei confronti dei genitori. Quale bambino rinuncerebbe a tutte quelle attenzioni e al “godimento” di tenere in pugno mamma e papà?


Per uscire da questo circolo vizioso è necessario modificare il contesto, un contesto fatto di comportamenti, emozioni, sentimenti e pensieri. In cibo non deve essere protagonista tiranno della scena ma piacevole elemento che accompagna esperienze emotivamente gratificanti. Il pranzo e la cena devono trasformarsi in momenti di condivisione, di confronto, di scambio di parole, affetti e reciproche attenzioni tra i membri di una famiglia. All’interno di questo nuovo contesto il cibo assumerà un significato diverso, libero da vissuti negativi e persecutori.
 
Se pensi che il tuo bambino abbia tale problema o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

Mettiamo lo Psicologo Franco Criscuolo sul... lettino!

by Redazione Psicologo360 27. ottobre 2011 10.35

 

Conosciamo un pò di più il dott. Franco Criscuolo

Qual è la tua specializzazione?

Mi occupo in particolare di età evolutiva e di diversabilità. Provengo, comunque, da formazioni dell'area psicodinamica

 

Meglio la vita di coppia o quella da single? Ritengo che la vita di coppia sia più completa ed arricchente per l'essere umano mentre da single si rischia di non saper più uscir fuori da se stessi

 

Il più grande successo e il più grande fallimento della tua vita (fino ad ora...).  Il più grande successo è  aver capito la preziosità del clinico e dell'essere umano, il più grande fallimento è aver tardato nel capirlo.

 

Per rilassarsi, meglio un film, un romanzo o otto ore filate di sonno? Otto ore filate di sonno, anche un bel film ed infine fare qualcosa per cui valga la pena spendere il proprio tempo, senza affaticarsi troppo! 

 

Che rapporto hai con internet e con le nuove tecnologie? Di tipo didattico-scientifico 

 

Sei iscritto a Facebook o a Google+? Solo formalmente a Facebook. Non ho mai realmente iniziato. 
 

Sui Social Network l’amicizia è reale o virtuale?  Sui social network credo che si costruiscono nuovi legami sociali, non credo si possano equiparare a legami di amicizia (così come li intendiamo solitamente); sono comunque forme di relazione.

 

Essere felici per te significa...? Essere felici significa essere autentici e ogni tanto dimenticarsi di se stessi.

 

 

 

Entra ora in contatto con il dott. Franco Criscuolo

 

 

Adottare un bambino: aspetti e riflessioni psicologiche

by Dott.ssa Valeria Cani 29. settembre 2011 10.01

Adottare un bambino è un percorso lungo e complesso fatto di carte, colloqui, timbri, persone, firme, paure, parole, emozioni. C’è il dolore per primo che due persone affrontano, il dolore forte e tremendo di non poter concepire un bambino, un senso di colpa, di inutilità, di aridità che si fa largo all’interno di una dinamica di coppia nella storia vissuta da una donna e un uomo. C’è la voglia e la forza di voler essere genitori, di voler trasmettere a qualcuno tutto ciò che si ha dentro, il bene, l’amore, la vita. C’è la burocrazia che fa sospirare, attese, incontri, il timore di essere considerati non idonei da qualcuno che giudica.

Ma da qualche parte c’è un bambino che già vive e aspetta. Aspetta con la sua sofferenza di un rifiuto per mille motivi di persone che non hanno potuto accoglierlo nella loro vita, col suo vissuto di senso di colpa per non essere stato voluto, con l’ansia di non avere “ancora” un papà e una mamma, aspetta e sogna di essere figlio. Chissà come se l’immagina una famiglia spesso mai avuta, due persone che lo vogliono davvero, e quanta forza nel fare di tutto per essere benvoluto, accettato, per essere “bravo abbastanza” per meritare due genitori. Aspetta e intanto vive, passa il suo

adottare un bambino

tempo con adulti che si occupano di lui e con altri bambini, allaccia legami e relazioni, costruisce la sua storia e cresce un po’.

Con l’adozione nasce una famiglia. Nasce dall’incontro di queste due storie così diverse, storie che hanno bisogno di essere rispettate, legami che hanno bisogno di essere accolti per creare un nuovo legame, nasce da persone con bagagli pesanti, da esperienze così lontane, ma nasce da persone ugualmente così affamate d’amore da dare e da avere, l’amore che c’è quando nasce una famiglia.

Per approfondimenti contatta subito i nostri consulenti di Psicologo360!

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