Disturbo post traumatico da stress

by Marzia Benvenuti 2. novembre 2012 15.10

Il disturbo post traumatico da stress insorge a seguito di un trauma molto forte. L'evento traumatico che subisce la persona può essere vissuto sia indirettamente che direttamente, causando l'insorgenza di una sintomatologia riscontrabile all'interno dei disturbi di ansia.

Gli eventi che possono causare tale disturbo possono essere fatti che hanno implicato morte o minaccia, lesioni, violenze sessuali, o essere sopravvissuti a catastrofi naturali come un terremoto o altro.

Altri problemi che si associano spesso a questo disturbo sono ansia,depressione, rabbia, senso di colpa, abuso di sostanze, problemi coniugali e sul lavoro, irritabilità, difficoltà ad addormentarsi, ipervigilanza ad ogni ed eventuale situazione di pericolo.

Questo disturbo e le reazioni sintomatologiche che ne provoca possono diventare invalidanti per una persona, in quanto possono compromettere la propria vita quotidiana.

L’insorgenza del Disturbo Post Traumatico da Stress può intervenire anche a distanza di mesi dall’evento traumatico e la sua durata può variare da un mese alla cronicità; per questo si rende necessario trattare immediatamente e profondamente il disturbo.

Ciò che viene consigliato per chi soffre di tale sintomatologia, è la psicoterapia cognitivo comportamentale, che agisce sia strettamente su ciò che è stato il trauma nella sua complessità, associato inoltre a tecniche di rilassamento muscolare, e ad una vera esposizione guidata del trauma con il terapeuta, con il preciso scopo di far rivivere l'evento in modo controllato.

Se ritieni di soffrire di questo problema, o vuoi anche semplicemente ricevere una consulenza puoi rivolgerti agli esperti di Psicologo360.

 

Voglia di Nutella?

by Dott.ssa Valeria Cani 11. ottobre 2012 13.42

Hai voglia di Nutella? Capita a tutti di avvertire una irresistibile voglia di zucchero o comunque di qualcosa dolce o cioccolata. Molti consumano dolci come rimedio alla malinconia. Quasi come una vera e propria crisi di astinenza il nostro comportamento si modifica e il nostro fisico richiede l’introduzione di una sostanza ricca di zucchero, in particolare se si trova in una situazione stressante. Assumere dolci e anche carboidrati innalza in fretta l’insulina nel sangue e aumenta l’azione della serotonina che induce una sensazione di appagamento, calma e gratificazione fisica e psicologica.

Lo zucchero attenua ansia e depressione e può arrivare a dare una vera e propria dipendenza. Lo zucchero molto rapidamente entra nella nostra circolazione, satura il sangue e stimola le stesse aree del cervello che recepiscono gli effetti ad esempio della nicotina o alcuni tipi di droga. Può essere dunque che il bisogno e la dipendenza da zuccheri siano di natura fisica, come l’iperglicemia, ma anche psicologica.

Non è solo “colpa” di tutti coloro che sentono il bisogno di zucchero: negli ultimi decenni l’intera industria dolciaria si è accorta di quanto il dolce crei dipendenza e si è adoperata per migliorare gusto e qualità di alimenti dolci in modo da incrementare il consumo di prodotti a base di zucchero. La chimica e soprattutto la psicologia applicata al marketing sembra siano imbattibili sulla volontà umana! Le modificazioni apportate agli alimenti sono a base di prodotti chimici, questi vanno automaticamente ad agire sul nostro sistema nervoso ed ecco creata una sorta di dipendenza da zucchero, merendine, caramelle, cioccolata.

I prodotti dolci sono oltremodo appetibili, ma saziano davvero molto poco. Il meccanismo fame-appetito viene sregolato dal gusto del dolce e sembra che, dopo aver mangiato un alimento zuccherino, abbiamo ancora fame. Questo spiega come mai l’ingestione di dolci sembra non arrivare mai al limite.

Il meccanismo psicologico che ne deriva è deleterio: le persone che soffrono di questo tipo di disturbo considerano se stesse in modo negativo “oggi ho mangiano troppi dolci, quindi mi sono comportato male, per cui non sono una buona persona e per tirarmi su di morale mi gratifico ancora con dei dolci”! E il circolo vizioso continua con conseguenze devastanti sulla salute fisica e psichica.

Ma il gusto si può educare: è fondamentale capire, attraverso un supporto medico e psicologico, che non è la quantità di zuccheri che introduciamo nell’organismo a dare dipendenza, bensì il gusto del dolce. La stessa quantità di alimento con o senza zucchero aggiunto ne è l’esempio. Questa importante differenza ci porterà a scegliere alimenti gustosi al punto giusto e non esagerare nella quantità di zuccheri aggiunti. La capacità di scelta è strettamente collegata con l’opinione che abbiamo di noi stessi e da qui ilo passo verso il benessere è breve.

Avere un equilibrio sano sulla propria dieta e sul proprio umore è sicuramente la soluzione migliore: un controllo sulle sostanze chimiche che sappiamo agire nel nostro cervello e sul nostro comportamento alimentare diminuisce la sensazione di sazietà e contribuisce ad avere una sana autostima.

Se hai provato molte volte una dieta senza successo ti serve un supporto psicologico che puoi trovare online su Psicologo360. Mai più limitazioni nel cibo, ma più consapevolezza di te stesso!

 

Depressione post parto

by Marzia Benvenuti 10. ottobre 2012 12.32

Oggi parliamo di depressione post parto nel padre. Il processo di acquisizione dell'identità paterna, rispetto a quella materna è molto più lento e faticoso, in quanto il "divenire uomo" non include il "divenire padre".

 

 All'arrivo del figlio, la coppia deve riorganizzare i tempi e gli spazi fisici della propria vita, e a livello mentale deve rendersi in grado di accogliere il nuovo nato. Il diventare padre può essere considerato un possibile punto di rottura, tale da far insorgere disordini psichici e manifestazioni psicopatologiche, analoghe a quelle ampiamente conosciute nelle donne con la nascita di un figlio.

Di fronte a i cambiamenti in atto, diversi padri tendono ad identificarsi con il modello femminile e materno della famiglia di origine cercando di conformarsi agli stessi stili di comportamento. Alcuni uomini reagiscono incrementando l'attività lavorativa che può rappresentare una fuga di fronte ai nuovi inusuali e difficili impegni, di essere padre.

In questo difficile lavoro del diventare genitore si possono identificare diverse condizioni psicologiche, dal disorientamento, all'ansia, fino  all'insorgere di sintomi depressivi.

La coppia vive un momento molto intenso sotto tutti i punti di vista, e in alcuni soggetti l'intreccio di emozioni molto intense può inquinare l'equilibrio di un padre, provocando gelosia nei confronti del  nascituro. Questi sentimenti possono essere talmente disturbanti tali da determinare la disattesa del fondamentale compito della funzione paterna di sostegno alla coppia. A tale riguardo nel neo padre si possono riscontrare anche aspetti comportamentali disfunzionali come, comportamenti aggressivi verso la propria famiglia o verso quella della moglie, allontanamenti da casa legati perlopiù ad un aumento degli impegni lavorativi, che in qualche modo lo conduca più lontano possibile, e/o la ricerca di relazioni extraconiugali.

L'esistenza di una sindrome depressiva postpartum del padre è oggi un dato ampiamente riconosciuto, ciò che è importare fare è fornire le adeguate informazioni e sostegno a coloro che si stanno preparando ad avere un figlio. Gli interventi più indicati a riguardo sono la terapia di coppia, terapie psicoeducative e terapie di gruppo.

Se state affrontando un periodo di grande sconvolgimento come l'arrivo di un figlio e vi sentite che avete bisogno di un supporto o semplicemente una consulenza informativa, rivolgetevi allo ai professionisti di Psicologo360.

 

 

Il Bullismo

by Marzia Benvenuti 17. luglio 2012 11.35

Il bullismo è un fenomeno sempre di più in crescita e spesso questi atti sono stati oggetto di fatti di cronaca italiana.

Il bullismo sta indicare atti di violenza perlopiù in ambito scolastico, nel periodo pre-adolescenziale e adolescenziale. Spesso viene confuso con i normali conflitti tra coetanei, ma il bullismo è qualcosa di più di un normale litigio, si tratta di una vera e propria forma di prepotenza continuativa e ricorrente caratterizzata anche da violenza fisica, la cui vittima vive la situazione in modo angosciante, in quanto perseguitata da parte di uno o più compagni.

 

 

Alcune azioni possono essere perlopiù di natura offensiva, come il continuo sbeffeggiamento o minaccia, altre volte con veri e propri attachi di violenza fisica, come calci, pugni, con il solo e unico scopo di emarginazione e di esclusione dal gruppo.

Colui o colei che è vittima di questo fenomeno si sente oppresso, vive la situazione con estrema tensione, e questo va a influenzare la famiglia, la scuola e altre situazioni sociali. Infatti le conseguenze del bullismo se sottovalutate possono rivelarsi anche irreparabili, in quanto il danno per l'autostima della vittima tende a mantenersi nel tempo inducendo così la persona a perdere fiducia in se stessa e nelle proprie relazioni sociali, che con il tempo possono essere causa di depressione. Inizialmente la vittima può riportare conseguenze a breve termine caratterizzate perlopiù dalla presenza di sintomi fisici come: mal di stomaco, mal di testa o dalla presenza di sintomi psicologici come disturbi del sonno, incubi, ansia, o difficoltà di concetrazione, un calo nel rendimento scolastico e con conseguente riluttanza nel andare a scuola. D'altro canto ci sono anche conseguenze a lungo termine, esiste il rischio di una possibile insorgenza di depressione,ansia, fobie sociali, così come di un disturbo post traumatico da stress, e in casi gravi sfociare in atti suicidari.

Purtroppo il bambino o la bambina che subisce tale fenomeno spesso nasconde il tutto sia alla famiglia che alla scuola, sia per paura di possibile ritorsioni da parte del bullo, ma anche per vergogna per quello che sta vivendo.

Ciò che è importante fare, è intervenire subito a i primi segnali di prepotenza, supportare le famiglie e le vittime con tecniche di assertività e terapie dinamiche familiari.

Se sei un genitore e stai affrontando questo problema puoi rivolgiti per una consulenza agli esperti di psicologo360.it.

 

 

Suicidio e crisi economica

by Marzia Benvenuti 24. maggio 2012 11.00

Ultimamente sempre più spesso si sta affrontando il legame tra suicidio e crisi economica, come se fosse diventato un rapporto inscindibile.

 

La perdita del lavoro specialmente in tarda età può essere fonte di una forte vergogna e senso di emarginazione all'interno della società, in quanto il soggetto si sente abbandonato a se stesso e incapace di contare sulle proprie forze, ma soprattutto si sente privo di ogni speranza per il futuro. Questa condizione può essere un potenziale fattore di rischio per il suicidio.

La perdita del lavoro da sempre rappresenta implicazioni negative sull'uomo, in quanto lavorare è avere dignità e sentirsi parte di un sistema, in cui l'individuo si sente necessario e ha il concetto di possedere un certo "ruolo".

Per definizione il suicidio è un dialogo interiore, che il soggetto si fa per risolvere determinati problemi che gli causano sofferenza estrema. Nella maggior parte dei casi la nostra mente produce soluzioni alternative, ma in altre situazioni il soggetto non riesce a vedere nessuna via di uscita e ritiene il suicidio come l'unica soluzione possibile.

E' necessario sottolineare però, che coloro che compiono questi gesti nella maggior parte dei casi sono soggetti con patologie psichiatriche, perlopiù di tipo depressiva, che da tempo stanno vivendo momenti di grande angoscia e intensa sofferenza psichica; incorrendo in un specifico evento dal quale non vedono nessuna via di uscita la decisione suicida diventa quella più opportuna e plausibile. L'atto suicidario può essere considerato la complicazione estrema di una patologia mentale non trattata in modo adeguato. In prima istanza è importante dire che questi gesti non sono necessariamente legati alla crisi economica, in quanto è vero sì che questa condizione di precarietà e la perdita di lavoro conducono l'uomo sull'orlo di un deragliamento emozionale, dominato perlopiù dalla vergogna di non riuscire a mantenere la famiglia in modo adeguato, ma allo stesso tempo anche situazioni come la fine di un matrimonio, o una malattia o altro, che possa essere significativo per quell'individuo può condurre nel tempo a prendere la decisione suicida.

Ciò che importante fare è rivolgersi ad uno specialista fin dai primi segnali di difficoltà, e di cedimento psicologico, chiedendo aiuto, in quanto proprio la richiesta e una terapia adeguata sono la migliore prevenzione di fronte agli atti suicidari.

Per maggiori informazioni e consulenze online personalizzate rivolgiti agli esperti di di Psicologo360.

 

I sintomi della depressione

by Marzia Benvenuti 7. maggio 2012 18.33

La depressione fa parte dei disturbi dell'umore in quanto è caratterizzata da oscillazioni del nostro stato d'animo essenzialmente in tono negativo.

La depressione è accompagnata da una serie di sintomi vegetativi-somatici e cognitvi che non si riscontrano nel normale vivere quotidiano. La memoria e la capacità di concentrazione sono parzialmente alterate, il sonno è gravemente compromesso, c'è un evidente riduzione dei livelli energetici, rallentamento motorio e perdita di interesse.

Da un punto di vista cognitivo colui che ha la depressione è accompagnato da tutta una serie di pensieri per lo più automatici e prevalentemente negativi, come ad esempio: l'idea costante di fallimento, di perdita, forte autocritica e ingiustizia. Spesso sono rivolti a sé: "sono un perdente" o "nessuno mi ama", o rivolti al mondo relazionale (la vita è ingiusta con me), ed infine rivolti al futuro (non cambierà mai niente). L'individuo depresso ha la tendenza a interpretare in maniera selettiva e autodenigratoria i fatti della vita. Sottovaluta le sue capacità e le sue risorse considerandosi inutile e indegno.

I depressi tendono inoltre a fare errori di significato sull'importanza di un evento minimizzandolo o ingigantendelo fino alla totale distorsione.

A una persona che sta scivolando nella depressione può accadere di isolarsi ed evitare altre persone per lei importanti attivando negli altri un rifiuto o una critica aggravando le percezioni negative del soggetto.

L'insieme di questi elementi conduce il soggetto in una condizione di "tunnel oscuro" ritenendo che non ci sia via di uscita. Ma da anni i professionisti si stanno occupando della depressione sia con adeguate cure farmacologiche per riequilibrare il tono dell'umore sia con cure psicoterapiche finalizzate a condurre il paziente alla ripresa delle normali attività quotidiane.

Se ritieni di vivere un momento difficile che incide sul normale svolgimento delle tue attività, contatta lo staff di Psicologo360.it  troverai dei validi professionisti che possono aiutarti a risolvere il tuo problema.

 

 

 

 

 

 

Sintomi post parto: depressione e sindrome "Baby Blues"

by Dr.ssa Angela Oreggia 26. gennaio 2012 12.25

Sempre più donne manisfestano sintomi post parto con ricadute psicologiche. E' opinione diffusa che accudire e crescere un bambino appena nato “ è e deve essere” l’esperienza e il periodo più bello  della vita di una donna.

Questo è uno dei principali messaggi che la società e la nostra cultura rimanda alle neomamme. Si tratta in verità di un mito, una falsa credenza, una visione idealizzata ed edulcorata della realtà, ossia del quotidiano che ogni donna affronta dal momento in cui porta a casa la sua piccola creatura.

La maternità è sicuramente un’esperienza unica, intensa e ineguagliabile ma è allo stesso tempo  una sfida complessa, intensa e ricca di ambivalenze, che va affrontata in un momento molto particolare della donna. 

Lo stress psico-fisico legato al momento del travaglio e del parto, le complicanze fisiche del post-partum, la stanchezza e il drastico riassetto ormonale si accompagnano ad inevitabili e “sane”  preoccupazioni della neo mamma circa le proprie capacità materne (saprò curarlo, accudirlo, amarlo, nutrirlo,) e  le responsabilità che il nuovo ruolo porta con sé sul duplice versante personale e sociale.

La mente si può affollare di paure di inadeguatezza e pensieri negativi.

depressione port partum

Il complesso contesto così descritto giustifica o per lo meno attribuisce un senso al breve periodo di malinconia, facilità al pianto, ansia, mancanza di concentrazione e sbalzi di umore che circa il 70% delle mamme sperimenta nei giorni successivi al parto e che prende il nome di “Baby Blues”.
Questi vissuti negativi ma non di per sé indici di patologia tendono a scomparire nel giro di tre settimane.

In una minoranza dei casi ( 10-15%) il disagio tende a perdurare e ad assumere intensità maggiore assumendo la forma di un vero e proprio disturbo dell’umore definito “depressione post-partum”.

Come nel caso di Rossana, le neo-mamme provano una eccessiva preoccupazione o ansia, sono estremamente irritabili, si sentono sovraccariche e sotto pressione. Possono avvertire il proprio bambino come un peso, possono sentirsi altresì inadeguate nella cura del piccolo e nella gestione dell’interazione con lui e, sperimentare  emozioni ambivalenti di amore e odio che aumentano i  sentimenti di colpa, vergogna e inidoneità al ruolo materno. 

Questa condizione depressiva necessita di un intervento specialistico mirato e tempestivo perché può compromettere la qualità della relazione madre- bambino e interferire con il sano sviluppo psicofisico del piccolo.

Il processo di guarigione non può naturalmente prescindere dall’intervento del sistema familiare e amicale che dovrebbe stringersi a rete intorno alla neo-mamma al fine di sostenerla e aiutarla nella gestione della casa e del piccolo. E’ di fondamentale importanza che ogni mamma accetti, senza sentirsi in colpa o sminuita nel proprio ruolo materno, il sostegno che altri possono offrire e si conceda del tempo libero dal ruolo di mamma per riacquistare una dimensione di sé più completa e sfaccettata.

In ultimo, la possibilità di poter condividere paure, disagio e sofferenza con altre mamme nella medesima condizione e potersi confrontare con loro è sicuramente un fattore terapeutico importante che  permette di uscire dall’isolamento e aiuta a vedere la propria situazione da un’altra prospettiva.

Se ritieni di soffrire di tale problema o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it


La depressione senile

by Dr. Massimiliano Paglione 4. gennaio 2012 17.18

Che cos'è la depressione senile? Prima di tutto chiariamo che la depressione è un’alterazione del tono dell’umore che si manifesta solitamente con malinconia, pianto immotivato, tendenza all’isolamento, perdita di interesse verso attività quotidiane e/o solitamente coinvolgenti.

 

La fascia d’età più colpita è quella degli anziani. Si stima che almeno il 30% delle persone sopra i 65 anni sia in qualche misura affetto da uno stato depressivo; un numero tre volte superiore rispetto al resto della popolazione, e ancor più ragguardevole se si tiene conto del basso indice di riconoscimento (10%) da parte delle istituzioni ospedaliere

 

La depressione senile è solitamente generata da fattori quali un inadeguato adattamento alle malattie tipiche dell’invecchiamento, l’isolamento sociale, il restringersi delle autonomie o l’invalidità, la diminuzione delle risorse economiche, la perdita del lavoro e del proprio status sociale, ripetute esperienze di lutto, l’incapacità di individuare obiettivi nuovi e funzionali alla propria condizione, la  cattiva o mancata accettazione della morte come evento naturale e prossimo.

depressione senile

I sintomi spesso lamentati sono senso di debolezza, cefalee, palpitazioni, dolori, vertigini, dispnea, difficoltà respiratorie; manifestazioni tipiche degli stati depressivi di tutte le fasce d’età, ma purtroppo in questo caso trascurate o ignorate  in quanto collegate ad un normale deperimento legato all’età oppure a patologie organiche.

Quest’ultime poi, laddove presenti, creano un rapporto di causa-effetto-causa con la depressione tale da peggiorare la prognosi di entrambi. La aspecificità dei sintomi rende necessario, come strumento di valutazione, un colloquio  focalizzato sul problema,  che sia in grado di valutare la presenza della cosiddetta triade di Beck: pessimismo e visione negativa del mondo, di se stesso, del futuro.

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Che cos'è l'ansia

by Dott.ssa Monica Dellupi 6. dicembre 2011 19.18

 

L’ansia è un’emozione, è il timore per qualcosa che si ritiene possa accadere in futuro. L’ansia sarà tanto più intensa quanto più grande si immaginerà il pericolo.

 

Il nostro organismo entra in uno stato di allerta, derivante dall’emozione primordiale della paura, per prepararsi quindi ad affrontare il pericolo oppure a fuggire. L’ansia si manifesta attraverso svariati sintomi fisici: il cuore aumenta il ritmo, il respiro si fa affannoso, a volte le mani sudano, la nostra muscolatura si tende, tutti i nostri sensi sono in uno stato di allerta.

 

L’ansia e le emozioni di allarme ad essa simili, quali panico, angoscia e paura hanno degli aspetti adattivi, ma anche disfunzionali. Prendiamo in considerazione la paura: quando proviamo paura il respiro diventa più rapido e così anche il nostro battito cardiaco, questa emozione ci segnala un pericolo e ci consente di prepararci per metterci in salvo. Di solito la reazione di paura è intensa e diminuisce per poi cessare quando il pericolo  si allontana, nell’ansia invece il pericolo è percepito come meno intenso e più vago, ma l’emozione è più prolungata.

 

La persona ansiosa fa di continuo ipotesi negative su eventi che gli possono capitare da ora fino alla fine della sua vita e questo genera un continuo e logorante rimuginio. Preoccuparsi per il futuro inoltre non diminuisce la probabilità che un evento negativo si verifichi.

 

Come sosteneva George Kelly, (1955) è minaccioso ciò che appare imprevedibile, quindi ci spaventa ciò che non conosciamo, che non possiamo prevedere e di conseguenza controllare.

 

L’ansia è presente in tutti i disturbi, in una fase del loro decorso compare una componente ansiosa, ad esempio le fasi profonde di depressione o i disturbi correlati all’uso di sostanze.

 

Ma si può guarire dall’ansia? Si può imparare a gestirla, prendendo consapevolezza di come si funziona. Ad esempio l’intervento cognitivista è consigliato da tutte le più recenti ricerche della “Evidence Based Medicine”.

 

Se ritieni di essere speso preda dell'ansia o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

 

Quando si può parlare di depressione

by Dott.ssa Monica Dellupi 6. dicembre 2011 14.45

La parola depressione è di facile comprensione, infatti ad ognuno di noi è capitato di avere un momento o una giornata durante i quali ci si è sentiti tristi  ed abbattuti e si ha la sensazione di “vedere tutto nero”.  Il problema sorge quando l’emozione della tristezza e della malinconia sono sproporzionate agli avvenimenti che li hanno provocati  e si ha una condizione stabile e patologica di abbattimento dell’umore,  in questo caso si può parlare di depressione.

E’ importante differenziare la depressione dal dolore: il dolore si prova come risposta ad una perdita oggettiva come ad esempio la morte di una persona cara o un fallimento di fronte ad un importante prova. Si entra nella patologia quando questa emozione diventa troppo prolungata nel tempo e sproporzionata rispetto all’evento scatenante, causando nell’individuo difficoltà nella gestione della propria vita sociale e lavorativa.

La depressione è tra i disturbi psicologici più diffusi ed è più frequente nel genere femminile.

La depressione può essere presente anche nell’infanzia e nell’adolescenza e non va assolutamente trascurata. Nella prima infanzia si manifesta spesso con disturbi dell’alimentazione e del sonno, in seguito con regressioni e reazioni di fuga, quando invece il bambino è più grande cominciano ad emergere sentimenti depressivi quali disobbedienza, eccessi d’ira, scarso impegno o motivazione.

depressione femminile

L’individuo depresso si vede inadeguato, inutile e non desiderabile e ritiene che i suoi fallimenti siano attribuibili esclusivamente a se stesso e mai spiegabili anche attraverso eventi esterni,  si critica ed è convinto di non meritarsi la serenità. Chi è depresso ha inoltre la tendenza ad interpretare in modo negativo ciò che gli accade e a fare previsioni negative sul proprio futuro.

La depressione può essere collegata ad una perdita, al rimpianto per qualcosa che non c’è più:una condizione precedente, un oggetto d’amore o uno stato ideale.

Attraverso la psicoterapia è possibile curarsi dalla depressione, il primo passo è ammettere di aver bisogno di un sostegno, in seguito attraverso l’utilizzo di alcune tecniche ad esempio la ristrutturazione cognitiva dei pensieri negativi automatici in pensieri più funzionali , c’è la possibilità di riuscire a pensare al proprio futuro in modo più positivo. Pensieri positivi generano emozioni positive e sono di supporto per avere comportamenti diversi.

 

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