Voglia di Nutella?

by Dott.ssa Valeria Cani 11. ottobre 2012 13.42

Hai voglia di Nutella? Capita a tutti di avvertire una irresistibile voglia di zucchero o comunque di qualcosa dolce o cioccolata. Molti consumano dolci come rimedio alla malinconia. Quasi come una vera e propria crisi di astinenza il nostro comportamento si modifica e il nostro fisico richiede l’introduzione di una sostanza ricca di zucchero, in particolare se si trova in una situazione stressante. Assumere dolci e anche carboidrati innalza in fretta l’insulina nel sangue e aumenta l’azione della serotonina che induce una sensazione di appagamento, calma e gratificazione fisica e psicologica.

Lo zucchero attenua ansia e depressione e può arrivare a dare una vera e propria dipendenza. Lo zucchero molto rapidamente entra nella nostra circolazione, satura il sangue e stimola le stesse aree del cervello che recepiscono gli effetti ad esempio della nicotina o alcuni tipi di droga. Può essere dunque che il bisogno e la dipendenza da zuccheri siano di natura fisica, come l’iperglicemia, ma anche psicologica.

Non è solo “colpa” di tutti coloro che sentono il bisogno di zucchero: negli ultimi decenni l’intera industria dolciaria si è accorta di quanto il dolce crei dipendenza e si è adoperata per migliorare gusto e qualità di alimenti dolci in modo da incrementare il consumo di prodotti a base di zucchero. La chimica e soprattutto la psicologia applicata al marketing sembra siano imbattibili sulla volontà umana! Le modificazioni apportate agli alimenti sono a base di prodotti chimici, questi vanno automaticamente ad agire sul nostro sistema nervoso ed ecco creata una sorta di dipendenza da zucchero, merendine, caramelle, cioccolata.

I prodotti dolci sono oltremodo appetibili, ma saziano davvero molto poco. Il meccanismo fame-appetito viene sregolato dal gusto del dolce e sembra che, dopo aver mangiato un alimento zuccherino, abbiamo ancora fame. Questo spiega come mai l’ingestione di dolci sembra non arrivare mai al limite.

Il meccanismo psicologico che ne deriva è deleterio: le persone che soffrono di questo tipo di disturbo considerano se stesse in modo negativo “oggi ho mangiano troppi dolci, quindi mi sono comportato male, per cui non sono una buona persona e per tirarmi su di morale mi gratifico ancora con dei dolci”! E il circolo vizioso continua con conseguenze devastanti sulla salute fisica e psichica.

Ma il gusto si può educare: è fondamentale capire, attraverso un supporto medico e psicologico, che non è la quantità di zuccheri che introduciamo nell’organismo a dare dipendenza, bensì il gusto del dolce. La stessa quantità di alimento con o senza zucchero aggiunto ne è l’esempio. Questa importante differenza ci porterà a scegliere alimenti gustosi al punto giusto e non esagerare nella quantità di zuccheri aggiunti. La capacità di scelta è strettamente collegata con l’opinione che abbiamo di noi stessi e da qui ilo passo verso il benessere è breve.

Avere un equilibrio sano sulla propria dieta e sul proprio umore è sicuramente la soluzione migliore: un controllo sulle sostanze chimiche che sappiamo agire nel nostro cervello e sul nostro comportamento alimentare diminuisce la sensazione di sazietà e contribuisce ad avere una sana autostima.

Se hai provato molte volte una dieta senza successo ti serve un supporto psicologico che puoi trovare online su Psicologo360. Mai più limitazioni nel cibo, ma più consapevolezza di te stesso!

 

Sesso e dipendenza

by Marzia Benvenuti 10. ottobre 2012 12.18

Pensare al sesso può essere una particolarità, ma quando la messa in atto di determinati comportamenti porta conseguenze negative per sè e per gli altri allora si può sfociare nella patologia e quindi diventa necessario capire se esiste un legame tra sesso e dipendenza.

 

 

 

La sex addicition o dipendenza dal sesso è una necessità patologica e ossessiva di avere rapporti sessuali, infatti chi ne soffre generalmente trasforma in una vera e propria fobia quello che normalmente dovrebbe essere vissuto come il piacere di fare l'amore. E' da sottolineare che coloro che soffrono di questo disturbo non sono gli amanti del sesso in generale, ma sono coloro che manifestano un desiderio generico, indirizzato a soggetti di età variabile, e con la totale assenza di alcun coinvolgimento sentimentale. Il sesso diventa così un'esigenza primaria.

Colui che è dipendente dal sesso, mette in atto una serie di comportamenti totalmente disfunzionali come: masturbazione eccessiva, rapporti con prostitute o con persone anonime, eccessive fantasie sessuali, materiale pornografico e atti sessuali in luogo pubblico.

Alla base di questi comportamenti c'è un forte disagio, che la persona vive, la quale tenderà a rifugiarsi nella ricerca di un piacere fisico che possa alleviare ansiae stress, così da fuggire da sentimenti dolorosi o negativi come la vergogna, le sensazioni di fallimento e di bassa autostima, che ha nelle relazioni intime. In questo modo conquistando maggiore un numero maggiore di prede, maggiore è anche la stima che la persona ha di sè, trasformando il sesso in una droga.

Questo disturbo può riguardare sia le donne che gli uomini, anche se quest'ultimi in numero maggiore. Non è facile da riconoscere, ma se viene considerata come tale, può essere trattata e curata come le altre dipendenze, attraverso cicli di psicoterapia individuale e di gruppo, e ove necessario l'inserimento di psicofarmaci e l'astinenza. Il vero obiettivo è quello di tornare a vivere il sesso in maniera serena e consapevole godendo di ogni rapporto in un contesto emotivo soddisfacente.

Se pensi di soffrire di questa patologia o desideri avere una consulenza informativa entra in contatto ora con uno dei professionisti di psicologo360.

 

 

Cellulare e dipendenza

by Dott.ssa Valeria Cani 7. ottobre 2012 14.31

Il telefono cellulare è diventato il nostro nuovo organo sensoriale, quello che ci permette di stare in contatto col mondo, in alcuni casi esiste però anche un legame tra cellulare e dipendenza.

 

La confluenza multimediale, vedersi, scriversi, parlare, guardare filmati, musica, scambiarsi messaggi, trovare informazioni di ogni genere, conservare, archiviare, dà alla nostra nuova mente la possibilità di integrazione in questo universo il cui unico parametro sembra essere la globalizzazione. 

Il nostro modo di comportarci, di pensare, di percepire il mondo superando distanze temporali e spaziali, passa attraverso il nostro cellulare che oramai non è più solo un telefonino: è tutto, è il nostro io. 

Questo strumento fa sì che “qualcosa” diventi “tutto”, “ovunque” diventi “qui” e fa in modo che “quando” diventi “adesso”. Ma questa vicinanza dà dipendenza? Non è più possibile fare a meno di tutto-qui-ora? Il telefonino è diventato a far parte integrante del nostro sistema nervoso? Gli adolescenti, ma anche molti adulti, hanno sviluppato un legame psicologico col proprio telefonino, attrezzo che permette di essere nel mondo e di tenere tutta la realtà sotto controllo. Si può notare come queste persone hanno un legame con lo strumento fine a se stesso piuttosto che utilizzarlo allo scopo per cui è stato inventato, cioè comunicare “con” gli altri. La concentrazione sui tasti e sullo schermo è tale da far passare in secondo piano lo scopo della comunicazione o conoscenza.

L’esagerato bisogno di essere in contatto con gli altri e col mondo porta a uno scambio quantitativamente esagerato, ma si impoverisce inesorabilmente la qualità dello scambio. Ci sembra di essere più vicini, ma in realtà lo siamo solo attraverso suoni, immagini, parole. Si impoveriscono cioè le relazioni, mancano il calore umano, l’intimità, il dialogo vero, e le emozioni non sono più condivise, dunque viene a mancare il riconoscimento dell’altro.

L’importante è mantenere con l’altro il canale aperto, il contatto, la vicinanza paradossale ed eccessiva con udito, vista, tatto ma dove manca “soltanto” la presenza fisica, e la distanza, notoriamente, è una buona difesa.

Ci mancano le parole per un sms? Inviamo un’immagine. Non sappiamo come dire una certa cosa? Mandiamo una canzone. E spedire una fotografia appena scattata coinvolge due persone nello stesso contesto pur a chilometri di distanza.

La barriera multimediale per qualcuno è una via facilitante, chi ha difficoltà e non riesce ad interagire di persona utilizza canali indiretti allo scopo, ci auguriamo, di aprire poi la strada alla relazione di persona!

Chi possiede un cellulare è sempre reperibile, dà il permesso a chiunque di intromettersi nella sua intimità dell’avere a che fare solo con se stesso in qualsiasi momento della giornata e della notte. Se abbiamo il cellulare con noi chiunque può sapere sempre dove siamo e cosa stiamo facendo, cosa stiamo provando. Questa intrusione nella nostra vita può essere vissuta negativamente dalla nostra autonomia e dalla nostra identità.

È sufficiente trovare il coraggio di trascorrere qualche ora lontani, anzi, lontanissimi dal nostro cellulare e provare ad ascoltarci cosa ci succede dentro. In poco tempo ci renderemo conto quanto dipendiamo da questa tecnologia!

Se vuoi fare questa prova e ti accorgi proprio di non vivere senza cellulare, ma hai voglia di vivere anche la tua vita e non solo una vita multimediale c’è psicologo360, lo psicologo online che quando non siete più online ti fa sentire bene anche offline! Entra in contatto ora con uno dei professionisti di psicologo360.

Uso e abuso di videogiochi

by Marzia Benvenuti 20. settembre 2012 17.06

Sono tantissimi gli adolescenti e bambini che trascorrono ore ed ore davanti ai videogiochi, diventa quindi importante capire meglio il confine tra l’uso e abuso di videogiochi.

Oggi questa tendenza sembra stia diventando un vero e proprio problema.

Molti bambini e non solo loro, trascorrono la maggior parte del loro tempo su internet utilizzando i videogiochi, estraniandosi dal mondo esterno, non vivendo se non dentro una realtà riprodotta in modo virtuale.

 

 L'uso inappropriato, può essere considerato come una droga, una vera dipendenza che conduce il soggetto a non poterne fare a meno.

Il videogioco si trasforma come fonte di gratificazione del bisogno, di potere; nel videogioco è possibile abbandonarsi all’illusione, di un possibile controllo sul mondo e alla negazione del bisogno dell’altro. Il videogioco è un'attività che allontana dalle preoccupazioni o dalle frustrazioni quotidiane, crea emozioni induce uno stato modificato di coscienza, fa stare bene. Dopo un po' senza questo stato di benessere si sta male (dipendenza), e per ricrearlo occorrono dosi sempre maggiori di videogioco (assuefazione). Si ha quindi il bisogno di giocare sempre più a lungo, o con giochi sempre più emozionanti, o sempre più violenti, con effetti grafici sempre più accattivanti, con situazioni sempre più incredibili. Tutto questo a lungo termine può trasfomarsi in un gioco ossessivo, patologico, che può essere fattore di rischio di isolamento sociale, sintomi depressivi,ansia, fobie sociali aumento di peso (con rischio di obesità infantile), calo nel rendimento scolastico, irritabilità, cambiamento nelle normali attività quotidiane e infine possibile insorgenza di sintomi fisici, come mal di testa, dolori di schiena e problemi di vista. Inoltre una potenziale dipendenza da videogiochi, specialmente durante la pubertà può in qualche modo plasmare la personalità del giovane, causa del fatto che non si sia ancora del tutto formata.

A tale riguardo è necessaria per i più giovani e per le loro famiglie una psicoeducazione su i potenziali danni dei videogiochi, basata perlopiù su una prevenzione dei fattori di rischio elencati sopra. Porre delle regole sul tempo che il bambino dedica al pc e a internet, favorire attività che comprendono la presenza di altri bambini e ove possibile all'aperto.

Se pensi di avere un problema del genere o semplicemente vuoi saperne di più puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360. 

 

Dare se stessi agli altri

by Dott.ssa Valeria Cani 20. giugno 2012 16.07

Ci sono persone che dedicano la loro esistenza solo al fine di dare e dare, dare se stessi agli altri, le proprie attenzioni, il proprio tempo, anima e corpo agli altri dimenticandosi di se stessi e delle proprie necessità. Molte persone sono state educate per dedicarsi agli altri, proteggere, amare, impegnarsi solo per il prossimo, come una mamma costantemente dedita ai figli capacissima di rinunciare a se stessa addirittura negando i propri diritti, negando se stessa.

 

 Le persone esageratamente generose spesso hanno un’autostima altrettanto esageratamente scarsa e cercano relazioni dove sentirsi indispensabili ed essere protagonisti, alla ricerca dell’approvazione dell’altro per poi pensare che l’altro sia in debito con lui.

Essere generosi e manipolatori significa che queste persone offrono qualcosa agli altri, ma in cambio vogliono un riconoscimento o una ricompensa, pensano che poi gli altri siano in debito con loro, si aspettano sempre un tornaconto, restano delusi e fanno la vittima nel caso in cui non ricevano nulla.

La generosità autentica invece è come l’amore incondizionato: il vero generoso, donando, si sente moralmente ricompensato. Il dare è un’azione volontaria dell’offrire come regalo qualcosa di materiale o di spirituale che si possiede, senza chiedere nulla in cambio.

L’individuo che agisce solo rinunciando senza limiti solo a favore degli altri si sente vittima, crede che gli altri non siano riconoscenti, è ossessionato dai problemi altrui, si sente sempre offeso e risentito.

Occuparsi degli altri in modo eccessivo e dimenticarsi di se stessi è tipico delle persone codipendenti. In questo caso le persone credono che avere una relazione significhi essere necessari, dare tutto, dividere tutto e non pretendere nulla.

La paura che domina le emozioni delle persone che si comportano in questo modo è il terrore di essere rifiutati, ma questo potrebbe portare ad essere visti come poco sinceri o comunque poco autentici.

Occorre quindi essere assertivi, riflettere sulla capacità di chiedere in modo semplice e chiaro ciò che si desidera imparando prima a riconoscerlo dentro di sé. Essere chiaramente coscienti dei propri diritti aiuta ad apprezzare se stessi e porta al sentirsi meritevole di ciò che si riceve. È necessario imparare a rispettare se stessi, i propri bisogni, i propri desideri e i propri limiti, imparare a conciliare i propri interessi insieme a quelli degli altri, cercare l’equilibrio tra offrire e ricevere. Quando si riesce a dare e ricevere ci si arricchisce a vicenda.

Ricevere invece è importante tanto quanto il dare: amore, rispetto, appoggio, stima, sorrisi, ascolto, parole e gesti affettuosi sono elementi di reciproco scambio in una relazione sana. Occorre saper dare e altrettanto ricevere, avere ben chiari i limiti ed essere in grado di smettere di occuparsi dei bisogni degli altri quando è giusto occuparsi di se stessi, della propria vita e non solo della vita degli altri. Questa è la vera libertà: senza dipendenze o vincoli relazionali, l’affetto autentico deve essere libero e fondato sul rispetto di sé e dell’altro.

Entra ora in contatto con gli esperti di dipendenza di Psicologo360.it.

 

 

ALCOLISMO: dipendenza e soluzioni

by Dr. Massimiliano Paglione 26. marzo 2012 15.50

 

L’alcolismo è una dipendenza dall’alcol. L'alcol è una sostanza psicoattiva che generalmente provoca per un determinato periodo appagamento, sedazione, euforia; per contro può portare l’individuo ad una dipendenza fisica che genera conseguentemente  danni alle strutture cerebrali e ad altri organi primari quali cuore e fegato. La dipendenza dall’alcol è il discrimine tra ciò che attualmente viene considerato patologico (per l’appunto la dipendenza da alcol) da ciò che è un precursore della patologia (l’abuso di alcol).
 

 

L’alcolismo, una volta divenuto cronico, porta ad una serie di problematiche non solo di carattere organico; i riflessi di questa condizione ricadono anche sullo stato psicologico dell’individuo, con una crescente alterazione della propria personalità verso una accentuazione e “drammatizzazione” dei propri tratti temperamentali. A volte il decorso della dipendenza può spingersi fino alla comparsa di psicosi alcoliche di tipo paranoideo come i deliri di gelosia e di persecuzione, oppure di disturbi della percezione e allucinazioni; un’ultima e tragica possibile deriva è la demenza alcolica. L’alcolismo inoltre, pur essendo una patologia individuale, quasi sempre rivolge il suo potere distruttivo sui legami dell’individuo, ed in primis sulla sua famiglia, compromettendoli seriamente. Come è vero che il gruppo subisce le conseguenze dell’alcolismo di un individuo, è anche vero che può sostenerlo ed incoraggiarlo a risolvere i suoi problemi di dipendenza; spesso è proprio la famiglia a prendere l’iniziativa esponendo il problema ad uno specialista. Il primo passo è accettare l’idea di avere un problema di dipendenza; una volta superato questo scoglio, si potrà instaurare un clima collaborativo con l’individuazione di un nemico comune, l’alcol. Il secondo passo sarà il tentativo di un’astinenza controllata con l’utilizzo di “tutor” esterni quali ad esempio la famiglia, oppure un'astinenza concordata con l'utilizzo di strumenti di controllo intermedi di tipo psicoterapeutico. Infine il terzo ed ultimo passo, ovvero l’astinenza completa monitorata  dal paziente stesso.

I trattamenti psicoterapeutici adatti nel fronteggiare l’alcolismo sono vari.  Si può optare per un trattamento di gruppo, che si basa sull'ascolto e la condivisione dei problemi del soggetto che viene contemporaneamente sostenuto e incoraggiato da persone che possiedono le medesime problematiche. C’è la psicoterapia familiare, dove vengono discusse le problematiche familiari che condizionano il soggetto e lo ostacolano nel raggiungimento di un equilibrio interiore, fattore indispensabile per il mantenimento della sobrietà. Infine c’è la possibilità di un trattamento individuale, in cui diventa indispensabile l’alleanza tra paziente e psicoterapeuta con quest’ultimo in grado di consigliare, controllare, creare condizioni e motivare senza sconfinare nel “giudizio morale” che riporterebbe il trattamento al punto di partenza. È questo il caso di Antonio, un uomo di 35 anni che dopo anni “turbolenti” ha deciso di affidarsi ad uno specialista (in questo caso di orientamento cognitivo-comportamentale) ed ha così intrapreso un percorso che lo sta portando a ricoprire di nuovo quel ruolo nella società che l’alcol gli aveva ormai precluso.

Uno psicologo online può essere il primo passo per una consulenza personalizzata.  Per maggiori informazioni o consulenze personalizzate tramite uno psicologo on line è possibile rivolgersi gli esperti di psicologo360.it

 

La pornodipendenza come si manifesta?

by Dr. Massimiliano Paglione 6. marzo 2012 17.24

 

La pornodipendenza è una patologia che negli ultimi anni ha avuto un incremento esponenziale dovuto soprattutto alla maggior fruibilità di materiale pornografico, causato dalle nuove tecnologie come internet che ne ha reso praticamente illimitato l’accesso sia in termini di quantità che di tempo. Solitamente essa si riscontra negli uomini (anche se la popolazione femminile che ne risulta affetta è in rapida ascesa, con un rapporto stimato di 1:4), e colpisce indistintamente soggetti di ogni età, livello culturale, credo religioso, orientamento sessuale. La pornodipendenza si manifesta come una “ricerca compulsiva di emozioni piacevoli”: queste emozioni si concretizzano per lo più nella visione di materiale porno o l’utilizzo di chat erotiche. Durante queste contemplazioni il soggetto mette in atto una sorta di “masturbazione controllata” con la quale mantiene il livello di eccitazione il più a lungo possibile trascinando l’attività per ore. La masturbazione compulsiva termina quando sopraggiunge un malessere fisico oppure il disagio per la propria azione sovrasta finalmente il piacere e si attua l’unica via d’uscita possibile, ossia l'eiaculazione. Con il successivo calo immediato della tensione, sopraggiunge il disprezzo per le immagini fino a quel momento contemplate e lo sconforto sia per ciò che si è fatto e per il tempo perduto, tempo sottratto alle altre attività quotidiane. I problemi che comporta la pornodipendenza sono vari ed investono in primis la sfera sessuale. Sopraggiunge un calo quasi assoluto del desiderio sessuale che coinvolge sia la ricerca  che la voglia di un partner reale, il quale non può “soddisfare” le fantasie sempre più perverse del soggetto; si scivola in una impotenza parziale o totale con possibilità di erezione ed eiaculazione (per gli uomini) solo attraverso la visione di materiale pornografico; infine si giunge all’emarginazione dell’altro sesso come semplice oggetto di piacere sessuale. Sotto il profilo psicologico e sociale la pornodipendenza si ripercuote su molti aspetti della vita: la masturbazione compulsiva e continuata produce una progressiva sfiducia in se stessi che travolge i rapporti sociali e di amicizia, e indebolisce le capacità di applicazione ed attenzione nel proprio lavoro o studio poiché si è continuamente assorbiti dall’atto masturbatorio o dal suo pensiero.

 

Emblematico è il caso di Franco, un libero professionista che per lavoro era continuamente in rete e si era via via fatto trascinare dalla pornodipendenza in un turbinio di perversioni per le quali aveva accantonato lavoro, affari e famiglia. Più di una volta Franco aveva provato a smettere in maniera drastica definitiva ma ad ogni tentativo si era lasciato sopraffare dalla tentazione ed aveva ricominciato. Nel frattempo le sue perversioni si erano fatte sempre più oscene e contemporaneamente non riusciva ad avere più un sano rapporto con la moglie, verso la quale addirittura sentiva repulsione. La dipendenza lo stava inesorabilmente portando a perdere il suo lavoro, i suoi soldi e soprattutto i suoi affetti, che tra l’altro erano totalmente all’oscuro del problema. Solo dopo aver realizzato la gravità della propria condotta Franco ha chiesto aiuto ad uno specialista ed è  riuscito a focalizzare i perché della sua compulsione, che risiedevano nella bassa autostima e non nella ricerca sfrenata di piacere; pian piano è stato capace di venirne fuori riallacciando una sana e reale vita sessuale con la propria partner e riappropriandosi della sua vita.

 

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Dipendenza dalla droga: tossicodipendenza e cause della dipendenza

by Dr.ssa Angela Oreggia 24. gennaio 2012 17.01

Qual'è il fine che porta l'uomo alla dipendenza dalla droga? Esiste uno vuoto, un buco profondo nell’anima di molti ragazzi.


Esiste una fragilità emotiva  che li spinge a cercare figure di riferimento (anche negative) che diano l’idea di forza e potenza e successivamente il bisogno di seguirle e tentare di imitarle.


Esiste il bisogno di rafforzare la propria autostima, di risollevare un senso di sfiducia nelle proprie capacità di affrontare i problemi, anche quelli quotidiani.


Esiste l’incapacità a tollerare l’attesa, la frustrazione, il dolore e da qui il bisogno di fuggire dalla realtà, di cercre uno stato di euforia e di eccitazione che prenda il posto alla depressione , alla paura e alla noia. E' opinione diffusa insomma che esista in “sostanza” uno spazio da dover riempire: “uno spazio per la droga”.


Queste sono solo alcune delle possibili motivazioni che spingono un giovane ad avvicinarsi alla droga e a continuare in seguito ad abusarne, spiegazioni che vanno ben oltre la semplice giustificazione del “ero curioso di provare, volevo sperimentare qualcosa di nuovo, nuove sensazioni”, frase che nella sua banalità già la dice lunga sul disagio che l’ha creata!.

dipendenza droga

Probabilmente se alcuni di loro leggessero queste frasi riderebbero, le considererebbero stupidaggini e direbbero: “vogliamo divertirci, sentirci bene”!
Hanno ragione. Farsi una striscia di coca in circa 10 minuti li fa sentire “da Dio”, da un senso di ebrezza, di euforia, di insolita energia.

L’umore è esaltato, le sensazioni accentuate e la stanchezza sparisce. Si vola in alto, molto in alto ma, quanto dura? Questo lo sanno? Si, lo sanno benissimo, e quando l’effetto cala si rifanno di qualcos’altro e poi ancora e ancora.

Quello che forse non riconoscono è la caduta che li attende dopo tanto volare a mille miglia di altezza. Non si ricade al punto di partenza, al punto zero ma si scende mille miglia al di sotto.

Non sanno che loro si “sentono invincibili” ma il loro corpo NO; le sostanze psicostimolanti come cocaina e anfetamine provocano tachicardia, battito del cuore irregolare, ipertensione, aumento della temperatura corporea, danni ai polmoni, al fegato, ai reni e naturalmente al cervello. Troppo di tutto e tutto in una volta o alla lunga può uccidere, come ha ucciso Nicoletta.

Forse, invece, tutte queste cose loro le sanno benissimo e l’uso di droghe non è altro che un ennesimo “attacco al corpo “ di cui tanto si sente parlare in adolescenza.


Allora cosa fare?

E’ sufficiente rimanere disorientati e addolorati di fronte alla morte di tanti ragazzini o è necessario anche che gli adulti, in quanto tali, e in quanto ancora responsabili della vita fisica e psichica dei propri figli, inizino a cercare un “senso” e a cercarlo nel cuore dei loro ragazzi e soprattutto nel loro? Se c’è un vuoto…qualcosa è venuto a mancare!

 

Se sei vittima di tale dipendenza o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

 

Gioco d'azzardo online e dipendenza patologica

by Dr.ssa Angela Oreggia 22. gennaio 2012 19.41

Il gioco d'azzardo, inteso come gioco in cui il risultato finale è determinato unicamente dal caso e nel quale la persona investe una quota di denaro, rappresenta un fenomeno molto diffuso che coinvolge il 70-80% della popolazione adulta.

Unisce in sé divertimento, forti emozioni ed uno stato di eccitazione legato  al fatto che si sta cercando di sfidare il “caso” e avere la meglio su di esso; al brivido per l'incertezza del risultato e alla possibilità di raggiungere una vincita che può cambiare la vita.
Può accadere, purtroppo, che questa tipologia di gioco perda la qualità di passatempo sano, divertente e sporadico per diventare una vera e propria malattia.

Mi riferisco al gioco d'azzardo patologico, una forma di “dipendenza senza sostanza” che colpisce l'1,3% circa della popolazione dedita al gioco, e che è in grado nel tempo di stravolgere i rapporti familiari, sociali e finanziari della persona colpita.

La patologia in quanto tale va ben oltre il “vizio” in quanto il giocatore perde più o meno rapidamente il controllo e la libertà sul proprio comportamento di gioco, sul proprio investimento in termine di tempo e denaro; l'impulso diventa irrefrenabile, il gioco diventa il pensiero e l'attività principale della giornata e, nonostante le conseguenza negative che comporta, non si riesce a smettere.

dipedenza gioco d'azzardo online

Come ha inizio la spirale che porta alla dipendenza?
Nella maggior parte dei casi, specialmente all'interno della popolazione femminile, ci si avvicinata al gioco per caso salvo scoprire ben presto che il gioco può rappresentare una via di fuga dalla noia e dalla monotonia della vita quotidiana, sollievo da spiacevoli sensazioni di ansia, rabbia, depressione e solitudine e la via d'accesso ad un mondo libero da obblighi, responsabilità e fattori di controllo.
L’ evoluzione da gioco d’azzardo a gioco d'azzardo patologico è stata ben descritta da Custer (1982), come una successione di fasi che, dalla primitiva fase vincente, passando attraverso la fase perdente, culminano nella fase della disperazione. A questo punto vi può essere il recupero, passando attraverso una fase critica, di ricostruzione e di crescita.

Solitamente la persona viene colpita dalla febbre del gioco a partire dalla “fortunata” vincita iniziale, che non è in alcun modo determinata dal ricorso a sue abilità personali oppure da un particolare “fiuto” , tanto meno dal ricorso ad un numero magicamente considerato fortunato: ma solo dal caso!
L'eccitazione per la somma di denaro vinto e per il nuovo mondo scoperto rappresenta la via d’accesso al “circolo vizioso” fatto di ulteriori puntate per ottenere nuove vincite e successive giocate per inseguire le perdite.

“Giocare d’azzardo” è diventata rapidamente l'attività principale non solo durante la notte ma anche durante il giorno con conseguenze estremamente negative sul piano economico (significativa perdita di denaro, richieste di prestiti, azioni illegali per raccimolare denaro), lavorativo (perdita del posto di lavoro per assenteismo), sociale (isolamento, irrequietezza, ansia) e sulle dinamiche familiari.

Solo la presa di coscienza della disastrosa situazione nella quale si è giunti permette di passare alle fasi successive di ricostruzione e crescita.
E’ di fondamentale importanza sottolineare che tale percorso di “rinascita” richiede il ricorso ad una rete di professionisti specializzati e non può essere affrontato da soli.


Se ritieni di soffrire di tale problema o più semplicemente desideri approfondire questa tematica contatta lo staff di Psicologo360.it

Gelosia patologica e gelosia ossessiva: come guarire

by Dr.ssa Angela Oreggia 20. gennaio 2012 10.44

Quando si può parlare di gelosia patologica o ossessiva? La gelosia è un sentimento che noi tutti ben conosciamo, che abbiamo provato con differenti livelli di intensità fin da quando eravamo bambini nei confronti di oggetti o persone che avevano per noi un significato particolare, che erano per noi importanti.

All’interno di una relazione di coppia la gelosia nei confronti del partner è uno stato naturale e fisiologico e, se manifestata in modo non eccessivo, è un ingrediente fondamentale. Rappresenta una ulteriore dimostrazione del sentimento affettivo verso il partner,  serve a far sentire l’amato veramente amato, protetto e  importante, e può portare solo ad un rafforzamento dell’unione. E’ un modo per dire: “sei importante per me e quindi ho paura di perderti!”. 

Può accadere, però, che questo pizzico di sale, questo “stato passionale” si trasformi proprio in ciò che danneggia e distrugge quell’amore e quel rapporto che lo avevano alimentato.

Mi riferisco alla gelosia per così dire “malata” o “patologica”, quella gelosia morbosa che eccede e sconfina dagli argini  provocando sofferenza in se stessi, nell’amato e all’interno della coppia.

gelosia patologica

Il passaggio dalla gelosia “sana” a quella “patologia”si rileva quando la normale e controllata paura di perdere l’amato si trasforma in un pensiero costante, ossessivo, irrazionale,  delirante che domina la mente del “geloso” e porta ad interpretare la realtà solo in un certo modo, generando solo conclusioni irrazionali e inconcepibili. I pensieri e i sentimenti negativi non vengono più tenuti sotto controllo e  si trasformano in comportamenti violenti  sul piano sia verbale sia fisico: il “geloso” fa vivere sotto pressione il proprio partner  attraverso un’aggressività che diventa persecutoria e mortifera.

Le cause di una gelosia malata sono per lo più riconducibili ad una scarsa autostima, ad una visione di se stessi come “poco amabili e degni di essere amati”. In questi casi la gelosia si associa al concetto di possessività che pretende “l’altro” in modo esclusivo e personale e al conseguente timore di perdere qualcosa che si ritiene proprio.

E’ frequente, in questi casi, che la gelosia travolga non solo il proprio partner ma prenda di mira anche una “terza persona”, il possibile “intruso”, il “rivale”, colui che possiede o si pensa possegga le qualità e le caratteristiche assenti nel “geloso” e per questo motivo in grado di portargli via “l’oggetto d’amore”.

 

 

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