Differenza tra psicologo, psicoterapeuta, psicanalista e psichiatra

by Redazione Psicologo360 12. luglio 2011 11.40

Spesso non è chiara a tutti quale differenza ci sia tra i professionisti che lavorano in ambito psicologico.
Per una buona scelta è opportuno esserne a conoscenza.
Per questo di seguito puoi trovare una distinzione che speriamo possa esserti di aiuto.

Chi è lo psicologo?

Lo psicologo è un professionista che dopo aver conseguito la Laurea in Psicologia ha svolto un tirocinio di un anno, ha superato l'esame di stato e si è così potuto iscrivere all'Albo degli psicologi. Lo psicologo può somministrare test, effettuare diagnosi e svolgere colloqui di sostegno, fornisce un aiuto non farmacologico. Nella prestazione è quindi tenuto ad attenersi al codice deontologico del proprio Albo professionale

 

Chi è lo psicoterapeuta?

Lo psicoterapeuta è un laureato in Psicologia o Medicina che successivamente all'esame di stato ha maturato una specifica formazione di 4 o 5 anni presso una scuola universitaria od una privata riconosciuta dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (MIUR). Solo lo psicoterapeuta è autorizzato a condurre sedute psicoterapeutiche. Lo psicoterapeuta non può prescrivere farmaci, non è esperto nella psicofarmacologia e non può dare consigli in merito. Lo psicoterapeuta, a differenza dello psicologo, possiede degli strumenti e delle tecniche di colloquio che gli consentono di aiutare il paziente facendo un intervento che va più in profondità e permette di agire direttamente sui disagi della persona. Normalmente in caso di pazienti che assumo farmaci, lo Psicoterapeuta si raccorda con il medico curante del paziente per avere sotto controllo l'andamento della terapia farmacologica. Gli psicoterapeuti possono avere tecniche differenti a seconda della tipologia di scuola di specializzazione di provenienza.

Chi è lo psicanalista

Lo psicanalista è uno psicoterapeuta specializzato nella psicanalisi di Freud e dei suoi successori. Lo psicanalista può essere laureato in medicina o in psicologia con successiva iscrizione all'ordine dei medici o a quello degli Psicologi e ha frequentato la scuola di formazione in Psicoanalisi.

Chi è lo psichiatra?

Lo psichiatra è un laureato in medicina che in seguito si è specializzato in psichiatria. Egli cura i disturbi e la malattia mentali con un metodo di diagnosi/cura cioè, come il medico, si focalizza sul problema cercando di risolvere quello. Può prescrivere farmaci. Uno psichiatra potrebbe anche essere psicoterapeuta ma per questo deve aver maturato una specifica formazione di 4 o 5 anni presso una scuola universitaria od una privata riconosciuta dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (MIUR).

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IL TEST DI PSICOLOGO360 SULLA DIPENDENZA DA FACEBOOK

by Redazione Psicologo360 8. luglio 2011 15.54

E' stato pubblicato il nuovo TEST di Psicologo360

 


Sei dipendente da facebook? 

Facebook occupa un posto importante nella tua giornata? Ci passi molto tempo e senti spesso l'esigenza di connetterti? Può essere che tu stia sviluppando una dipendenza da questo social network, cerca di capirlo facendo il seguente test. E' importante esserne consapevoli come per tutte le dipendenze per non farci condizionare la vita e per cercare di eliminarle. 


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IL TEST DI PSICOLOGO360 SULLA DIPENDENZA DA INTERNET

by Redazione Psicologo360 8. luglio 2011 15.48

E' stato pubblicato il nuovo TEST di Psicologo360


Sei dipendente da internet?

 

Ti capita di desiderare di collegarti a internet molte volte durante la giornata e di sentirti preoccupato o in ansia quando questo non è possibile? 
Cerchi riscontro su internet per ogni attività che devi iniziare o per ogni scelta che devi prendere? Valuta, con il seguente test, quanto il mondo internet è importante per te e quanto è diventato ormai uno strumento indispensabile. 

 

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IL TEST SUL RAPPORTO DI COPPIA DI PSICOLOGO360

by Redazione Psicologo360 8. luglio 2011 11.27

 

E' stato pubblicato il nuovo TEST di Psicologo360

Il tuo rapporto di coppia funziona? Spesso rivolgiamo a noi stessi questa domanda e cerchiamo di colmare le incertezze cercando risposte alle questioni che ci poniamo. Le domande che compongono il test sono uno spunto di riflessione allo scopo di stimolare considerazioni e valutazioni della tua vita di coppia.

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LE NEVROSI

by Redazione Psicologo360 7. luglio 2011 16.47

 

Molto spesso si sente dire che siamo circondati da nevrotici, in casa o a lavoro è possibile essere a stretto contatto con persone che manifesta “atteggiamenti nevrotici”.

Da dove abbia origine questa generalizzazione, questa scappatoia linguistica che usiamo quando ci appare più semplice definire un comportamento che non si riesce a tradurre?

 

Sostanzialmente si potrebbe pensare che l'incomunicabilità fra di noi, la riduzione delle relazioni alla dimensione puramente pragmatica, la precipitosa caduta di valori ritenuti intangibili, la profonda solitudine dell'uomo moderno e la crisi nei modelli di riferimento che hanno come comune denominatore la messa in discussione del significato dell'esistenza.

 

Questo stato di cose coinvolgono un certo dissesto emotivo all’interno delle relazioni familiari, considerato finora da molti come il nucleo primario da cui scaturiscono tutta una serie di comportamenti anche disfunzionali come, ad esempio, il fenomeno delle tossicomanie, la delinquenza, la spregiudicatezza morale, il suicidio di tanti adolescenti e giovani.

 

Sarebbe utile approcciarsi a questo argomento mediante una lettura nosografica, seppure semplicistica ma indispensabile per un primo approccio conoscitivo alla problematica.

Per lungo tempo il concetto di nevrosi è andato incontro a varie interpretazioni. Per gli antichi greci era il sinonimo di malattia mentale. Per il chimico G. E. Stahl (XVIII secolo) denotava l'insieme dei disturbi psichici derivanti alcuni da malattie organiche, altri da funzionali. W Cullen nel 1769 fu il primo a descrivere con questa parola l'insieme degli atteggiamenti nervosi che si attivano in determinate situazioni di vita. Janet, seguendo Mesmer e Charcot, riscontrò che sotto ipnosi alcune forme di nevrosi erano da collegarsi con fatti vissuti nel passato, ma dimenticati.

Tuttavia in questo secolo si sono sviluppate quattro modelli di interpretazione della nevrosi:

 

1) quello di W. Reich, secondo il quale la nevrosi si sviluppa quando c'è repressione e si esprime sotto forma di tensioni muscolari;

2) quello di S. Sullivan, per il quale la nevrosi non sarebbe altro che un disturbo quando in una relazione importante si crea un'incongruenza o difficoltà comunicativa;

3) quello comportamentista, in base al quale le nevrosi sarebbero la conseguenza di contemporanee situazioni-stimolo producenti l'effetto di forti ma incompatibili tendenze all'azione;

4) quello psicoanalitico, infine, secondo il quale la nevrosi si instaura, quando lo sviluppo della pulsione si ferma e si fissa in un determinato periodo dell'evoluzione dell'individuo (fase orale, fallica o di latenza) e unitamente a questi blocchi si formano anche i meccanismi di difesa.

 

I primi tre modelli (cioè quello reichiano, quello relazionale di Sullivan e quello comportamentista) hanno in comune il fatto che determinate situazioni comunicative possono essere rivissute dal soggetto con conflittualità, determinando così forme nevrotiche di natura reattiva, ma non spiegano l'intero quadro delle nevrosi, che non si riduce solo a quelle reattive, anche se un conflitto nella comunicazione è quasi sempre riscontrabile in tutte le nevrosi. Lo schema psicoanalitico è il più completo, anche se, in qualche parte, è da integrare con alcune altre osservazioni.

 

La nevrosi è un blocco nello sviluppo dell'energia vitale, dovuto allo scompenso tra quadro ereditario (che è una precondizione), sistema di stimoli o di modelli intrafamiliari (specie nei primi 5 anni di vita) e condizioni della vita presente. Quando questo equilibrio cade si crea un conflitto fra l'Io dell'intero organismo e l'ambiente circostante. L'oscillazione della personalità si manifesta prima sotto forma di ansia generica, che servendosi di vettori clinici come l'adrenalina e la nora-drenalina provoca una forte sofferenza nell'individuo, poi, se non risolta, una vera e propria nevrosi, che si esprimerà con un insieme di sintomi particolari e un'accentuata attività difensiva. I tempi di questo processo in alcuni è lineare, nel senso che l'una (la nevrosi) segue all'altro (lo stato ansioso), in altri i tempi quasi s'identificano e ciò vuol dire che lo stato ansioso latente era allo stadio massimo di saturazione, per cui è bastato un semplice evento negativo presente e scompensante a evidenziare la conflittualità interna. L'Io (coscienza lucida, mediatrice fra l'inconscio e il mondo dei valori del Super Io) è sofferente, perché da una parte è pressato dalla forza espansiva dell'inconscio (rimozioni negative e istinti positivi), dall'altra è condizionato dal sistema di valori al quale è stato educato. L'Io soffre, perché non riesce più a trovare equilibrio fra queste due istanze della persona. Per difendersi e per conservare qualche spazio d'azione attiva meccanismi di difesa, aventi lo scopo di farlo in qualche maniera sopravvivere dallo schiacciamento di queste due forze contrapposte e si esprime sotto forma di comportamento sintomatico. Il conflitto e la sofferenza interna sono questi, perciò le nevrosi sono un fatto eminentemente umano (gli animali esprimono solo nevrosi indotte e sperimentali). La nevrosi non compromette la vita, né è alienante, non produce una forte distorsione della realtà né una grave disorganizzazione nella personalità, anche se ad essa sono associati prima il dolore morale, poi quello fisico (tramite sintomi), oltre che un non-adattamento all'ambiente. A differenza della psicosi, la nevrosi conserva e non distrugge l'Io. A livello cerebrale giocano qui i grandi sistemi di proiezione talamo-corticale e reticolare ascendente, oltre che i sistemi nervosi di inibizione. Il linguaggio del nevrotico è ricco di simbolismi, anche se ancora molto legato ai sintomi. Questo è evidenziabile soprattutto nelle libere associazioni e nell'analisi dei sogni. La soluzione del quadro nevrotico si avrà solo quando l'inconscio si espande, liberandosi da una parte dei contenuti negativi (e quindi sbloccandosi) e attivando dall'altra interessi vitali rimasti fissi a un determinato periodo della vita (non sempre tali interessi sono di natura libidica, come voleva Freud), e quando il Super-Io viene sottoposto ad analisi critica da un Io meglio protetto dall'ansia. Sul piano nervoso ciò significa riorganizzazione dei circuiti e attivazioni delle strutture bipolari e indipendenti del piacere e del dolore. La persona così si sviluppa equilibrata, creativa, originale, in pace con se stessa, libera e costruttiva nei confronti dell'ambiente circostante, che viene visto come una realtà in evoluzione, da inventare continuamente. Da qui nasce anche la gioia di vivere, il gusto della ricerca, la dialettica creativa e mai conformista. È il grande balzo di qualità, rimasto bloccato a un gradino dello sviluppo con la nevrosi.

 

Questa disamina del problema porta a considerare anche l’esistenza di principali forme di nevrosi:

 

l'isteria - Essa si evidenzia con l'attivazione di un sintomo che richiama ed è legato all'esperienza traumatica originaria con la cosiddetta conversione. Ricordo qui due casi: l'esperienza del terremoto del '79 che in una paziente è rivissuta sotto forma di peso alla testa e di vertigini; un fatto di violenza rivissuto nella crisi con parole indecifrabili in un'altra paziente. Secondo Freud l'isteria è legata alla prima fase genitale;

 

la nevrosi ossessiva - Ha due componenti fondamentali: un'idea che si impone con forza e uno stato emotivo concomitante (la qualità dell'emozione, in questo caso è il dubbio, il rimorso o l'ira). Essa consiste nell'attaccamento affettivo penoso a un'idea fissa, ma della stessa qualità di quella punitiva anche se incompatibile con essa. Si attivano qui i meccanismi della trasposizione o della sostituzione. Ricordo una paziente che prima di mangiare doveva lavarsi 10 volte le mani; questo fatto fu associato a un'infezione avuta nel passato (10 anni) alle vie genitali. Per Freud la nevrosi ossessiva è da collegare con la tarda fase anale;

 

la nevrosi d'angoscia - Essa presenta come sintomo un'irritabilità generale e diffusa, un senso di attesa angosciosa, il risveglio notturno (o "pavor nocturnus"), vertigini con ... ..., parestesie, costrizione toracica e palpitazioni cardiache, riduzione della libido. C'è una forte componente di psicosomatizzazione (il disturbo organico è rivissuto come un male organico). Di questo quadro fanno parte la nevrastenia, l'ipocondria, le manie del dubbio, l'ansietà prolungata nel tempo. La nevrosi d'angoscia è intimamente legata all'atteggiamento che si ha verso l'esistenza (senso di vuoto, perdita di significato, problemi d'identità). Per Freud questa forma di nevrosi è da riferire alla tarda fase orale, in cui l'angoscia primaria è quella di essere inghiottiti e così dissolversi nel nulla;

 

la nevrosi fobica - Essa è una modalità della precedente nevrosi, quella d'angoscia; talora precede quella ossessiva. La paura si esprime o verso cose specifiche (agorafobia, claustrofobia, eritrofobia, antropofobia, nosofobia, paura della notte, del buio, della solitudine, della morte, del vuoto) o verso sensazioni interne (come in quella impulsiva: paura di atti nocivi a sé e agli altri, che, però, non si compiono). Anche qui, come, per l'angoscia, la fissazione è alla tarda fase orale e implica spesso problemi d'insoddisfazione sessuale;

 

la nevrosi reattiva e da stress - Essa è una particolare forma di reazione a una situazione percepita e vissuta come ansiogena. Varia con le situazioni di vita (professione, matrimonio, stato celibe o nubile, scuola, società ...) e con l'età. Di questo genere sono spesso quelle di natura sessuale (disturbi eiaculativi, impotenza psicogena ...: dove il piacere è visto più come fine che come effetto del rapporto; uno stato d'ansia può inibire il vago, causando impotenza, e eccitare il simpatico, provocando eiaculazione precoce), e quelle cosiddette iatrogene (di origine medica).

 

la nevrosi caratteriale - E' stata così definita da Freud; oggi si chiamano "turbe caratteriali". In questa nevrosi i sintomi dolorosi sono tali più per gli altri che non per il soggetto interessato.

 

le nevrosi collettive - Sono associate a particolari eventi ritenuti pericolosi per la sopravvivenza del genere umano. Si ha questa durante periodi di emergenza: guerre, epidemie, contro mali particolari (cancro, AIDS), in momenti di disastri con danni collettivi (terremoti, diffusione radioattive ...).

Queste nevrosi, anche se tendono a somatizzarsi, non vanno confuse con le affezioni psicosomatiche, perché queste ultime non sono causate dalla psiche (come è nelle nevrosi), ma solo sostenute da essa. In altre parole non sottendono sempre un conflitto o una frustrazione interna. Da notare, inoltre, è anche il fatto che queste forme di nevrosi non sono categorie a se stesse o a se stanti, ma spesso i quadri si attraversano, per cui si possono presentare più sintomi di vari quadri nevrotici. Solo che, in genere, c'è la prevalenza di uno sull'altro. Questa diversità dipende dallo stadio di sviluppo in cui è nata la nevrosi e a cui si è bloccata l'evoluzione della persona. Lo stato di sofferenza del soggetto è la premessa per il suo coinvolgimento nell'intervento terapeutico, nel quale, almeno nelle prime fasi, è utile associare anche un trattamento farmacologico. Con la disponibilità del soggetto e con un buon iter psicoterapeutico (che dovrebbe prevedere strumenti anti-ansia, liberazione delle forze inconsce, attivazione degli interessi e riprogettazione della vita), la prognosi è quasi sempre positiva. Lasciar correre però significa preparare la strada alla depressione, una grande attenzione bisognerebbe infine dare anche ai cambi stagionali e alle norme di igiene mentale da osservare.

 

Ovviamente conoscere le sfumature che distinguono questi particolari tipi di nevrosi permette di indirizzare meglio in tipo di intervento sulla persona o sui gruppi che portatori del disagio in maniera efficace. Innanzitutto occorre saper stabilire subito un contesto di empatia, consistente nell'accettazione del paziente e della sua sofferenza. Un buon terapeuta deve porre, inoltre, molta attenzione nell'analisi dei sintomi e del processo di simbolizzazione, che ne è alla base. Già lo stesso linguaggio adottato dal paziente si presenta come veicolo di questi processi di simbolizzazione interna. Un'accurata attenzione va data anche all'analisi e all'interpretazione dei sogni, che sono l'elaborazione, anche se in maniera mascherata, dei bisogni inconsci della persona. La medesima attenzione va prestata anche alle difese che il soggetto pone in atto, e che spesse volte sottendono o una sofferenza che ha difficoltà a venir fuori a causa della propria fragilità interna o che potrebbero anche far pensare a un'incipiente formazione di una struttura psicotica; la persona si difende, insomma, o per debolezza o per sfida nei confronti del terapeuta o perché sceglie lo status di malato, per trarre da esso i vantaggi della realtà circostante.

Il trattamento delle nevrosi troverebbe un grande giovamento dalla psicoterapia individuale e anche quella di gruppo, specialmente quando la nevrosi ha contorni relazionali o reattivi all'ambiente.

Un buon terapeuta non dovrebbe mai promettere guarigioni facili o a cuor leggero ma deve far presenti le difficoltà del cammino e incoraggiare costantemente e pazientemente il paziente a intraprenderlo con fiducia; i tempi variano a seconda della reattività del soggetto. Alla fine il quadro si sblocca e i benefici della scomparsa del sintomo sono tangibili.

 

Autore: dott. Vito Ruggiero

 

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COMUNICARE: COSA?

by Redazione Psicologo360 7. luglio 2011 16.36

 

Molto spesso avvertiamo dentro di noi un certo sentimento di ribellione al quale non sappiamo dare una forma definita e definibile. Un bisogno quasi nevrotico di comunicare ci mette nella condizione di non perdere quell’occasione per esternare qualcosa, per proporsi senza un pensiero costruito in prima persona, un voler dire anche quando la prudenza consiglierebbe il silenzio.

Certamente se si avvertisse una tale necessità un motivo deve pur esserci e questo spesso è dato dalla presenza di una immensa solitudine interiore dalla quale lo spirito, per non annegare, sembra volersi liberare comunque e ad ogni costo. Purtroppo, caduti o fatti cadere i punti cardini di riferimento, quella illusoria chiarezza che a fatica abbiamo conquistato tutto sembrerebbe poi spiegarsi: non si è in pace con se stessi, si è smarrita l'armonia del vivere, si cerca spasmodicamente altrove, magari nelle sensazioni anche più pericolose, quanto invece occorrerebbe trovare e costruirsi all'interno della propria coscienza. Allora è inutile nascondersi o magari tentare di fuggire.

La realtà è che l'uomo di oggi è permeato da un sentimento di infelicità, bussa alla porta delle altrui solitudini per socializzarne la propria, crede di "essere" e di "esistere" inseguendo il successo a ogni prezzo per ritrovarsi alla fine ancora più spoglio di prima.

Questo "male di vivere" descritto da MONTALE è percepito come una condanna e una via di non ritorno. Non meravigliano, allora, lo sviluppo e il diffondersi della "personalità multipla" (una in privato, un'altra in pubblico), il trionfo della maschera dell'immagine ("Sembro, dunque sono"), la pratica dell'insulso, dell'egoismo e della menzogna approvata e codificata come fatto normale, la corsa senza scrupolo al palcoscenico delle finzioni e delle vanità: e questo in politica, nelle varie professioni, in economia e nel mercato, in TV, nei rapporti sociali, nella vita quotidiana. Cosa si comunica? Il niente, l'impalpabile, il fumo dell' "apparire", cioè l'esatto contrario di quello che si desidera.

Riteniamo che bisognerebbe riappropriarsi dei personali spazi di riflessione, di libertà e di decisione, non soggiacendo più alla narcosi della stupidità proposta allo scopo di non far pensare più l'individuo e la collettività. C'è una troppo diffusa rassegnata passività nei confronti dei manipolatori della parola: ci vorrebbe una forte e coraggiosa reazione che ridia alla persona il gusto di autoprogettarsi, di ri-crearsi la propria "vera" identità, di scegliere senza farsi condizionare più di tanto, di vivere e non solo di sopravvivere.

A queste condizioni il dialogo interpersonale potrebbe riacquistare una propria dignità, il sapore di uno scambio sincero di emozioni, di affetti, di pensieri significativi. La nostra è paradossalmente, al di là del conclamato rumore propagandato come sostanza, la società della negazione della comunicazione, della morte del gesto autentico e quindi dell'Io.

 

Autore: dott. Vito Ruggiero

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ADNKronos: Internet, arriva Psicologo360 per consulenze virtuali via web

by Redazione Psicologo360 7. luglio 2011 10.44

 

Roma, 4 lug. - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Web alleato del benessere mentale, dalle problematiche sul lavoro al coaching a distanza. Debutta infatti in questi giorni 'Psicologo360' una piattaforma online popolata da esperti contattabili in un click, "in grado di assicurare servizi che vanno dalla consulenza clinica sul benessere mentale, alle problematiche sul lavoro, fino allo sviluppo professionale". A illustrare il progetto all'Adnkronos Salute e' Silvio Giovine, ideatore dell'iniziativa.

"Attraverso Psicologo360 - spiega - si svolgono delle consulenze e non psicoterapia a distanza. Il servizio si basa su una piattaforma di comunicazione e condivisione sviluppata appositamente per questo specifico utilizzo, che assicura a operatori e utenti tutte le garanzie del caso. Tanto che ogni 'conversazione' tra utente e professionista puo' avvenire anche preservando l'anonimato. La piattaforma consente, infatti, di comunicare a piu' livelli: con messaggi scritti, in videoconferenza, in chat o con uno scambio di file". Il tutto senza dover scaricare e installare sul proprio computer programmi aggiuntivi, e con la massima attenzione a privacy e sicurezza dei dati. Da momento che si tratta di consulenze mirate, "questo significa che un singolo utente - prosegue Giovine - normalmente in pochissimi contatti puo' arrivare a comprendere la propria situazione".

"Nella maggior parte dei casi - assicura - gia' questo consente una soluzione al disagio, mentre laddove si rivelasse necessaria una vera e propria terapia, il professionista indirizzera' il soggetto verso un proseguimento piu' approfondito e una vera e propria psicoterapia in studio".

Alle aziende, inoltre, 'Psicologo360' offre la possibilita' "di attivare una consulenza di lungo periodo che puo' prevedere il sostegno in vari ambiti: dalla selezione del personale alla motivazione dei team di lavoro, dalla risoluzione di problematiche relazionali al coaching. La piattaforma - conclude Giovine - e' gia' funzionante e operativa, e finora sono stati coinvolti circa venti professionisti".

 

IL SOGNO E LA SUA INTERPRETAZIONE

by Redazione Psicologo360 7. luglio 2011 10.16

Il sogno ha sempre interessato, in ogni tempo, le varie culture del mondo: dalla Grecia, all'Egitto, al mondo orientale e occidentale. Tutti ricordano ancora i sogni di alcuni noti personaggi biblici intorno ai quali si sono costruite storie e narrazioni.

Non con minore importanza si è sempre cercato di dare al sogno un significato, che variava dal simbolico al premonitore, passando attraverso la credenza popolare della predizione del futuro. È stato grazie a S. Freud, però, che si è iniziato a studiarlo in maniera “scientifica”, come forma cioè di rielaborazione a livello onirico del vissuto passato di ognuno, specialmente di quello relativo ad alcuni traumi infantili rimossi o desideri insoddisfatti.

In realtà rimane aperto ancora oggi il dibattito e ci chiediamo come stanno realmente le cose. Da un punto di vista fisiologico durante il comune riposo notturno (sonno), si susseguono alla distanza di circa due ore e mezza un quattro o cinque quarti d'ora di sogno, durante il quale si notano fenomeni come, per esempio, stati erettivi o il rapido movimento degli occhi (sonno REM). E' in questa fase particolare che il cervello produce immagini, situazioni, esperienze che "sembrano" reali, in continuità.

Quale valore conferire a questa attività del cervello? Alcuni considerano il sogno come una sorta di liberazione di quel materiale ingombrante e inutile che si è accumulato fra le cellule nervose e che trova nell'attività onirica una via di uscita.

In parte questo è vero, ma non spiega tante cose. Secondo altri studiosi, e sono la maggioranza, esiste un inconscio individuale (anche se su questo la scienza a ispirazione organicistica non si pronuncia), che trova nel sogno il momento più propizio, essendo minima la vigilanza dell'Io, per esternare quanto di più nascosto e sconosciuto si muove in noi.

La pratica clinica, le esperienze di molti confermano che è che durante il sogno che si attiva un processo creativo straordinario, che usa un sistema comunicativo seguendone alcune leggi particolari: la "condensazione" (= fatti, luoghi e tempi diversi legati in un "unicum" esperienziale), lo "spostamento" (=pulsioni e desideri personali proiettati in altre figure presenti nello scenario onirico), la "assoluta libertà" (=volare, correre non secondo le regole comuni, continui cambiamenti e accostamenti di ambienti ecc.), "sensazioni paralizzanti" (=incapacità di reazione di fronte a un pericolo, imbarazzo per la propria nudità, fuga "lentissima" se inseguiti da agenti insidiosi), "presenze inattese" (=dialogo con defunti percepiti come "fossero" vivi, situazioni riguardanti il futuro non visto come tale, funerali propri e altrui ecc.), la "simbolizzazione" (=oggetti vari, persone strane...).

Quale significato dare al sogno? Le ipotesi sono tante. Le principali vedrebbero, ad esempio, il sogno rappresentato dal linguaggio dell'inconscio che, tramite esso, realizzerebbe desideri più o meno antichi (FREUD).

Nella maggioranza dei casi si tratterebbe di una semplice rielaborazione di fatti ed eventi vissuti con intensità emotiva il giorno prima.

Per Robert McCaley, invece, l'impressione di volare e di correre potrebbe essere una forma di esaltazione di sensazioni particolari che hanno eccitato in maniera singolare alcune reti nervose.

Per Siegel l'esperienza di paralisi notturna sarebbe una espressione di stasi del cervello.

Cosa pensare, allora, e cosa concludere? Il sogno resta una delle attività più enigmatiche dell'uomo. Tutte le forme di interpretazioni sopra esposte, non esclusa l'ultima, presentano una loro parte di verità. Pretendere di assolutizzare una negandone un'altra potrebbe essere un grave errore di valutazione. Occorre, dunque, essere sempre prudenti ma anche "aperti" a considerare questa affascinante manifestazione che ci appartiene come la possibilità per pensare e dare senso a quanto avviene nella quotidianità.

 

Autore: Dott. Vito L. Ruggiero 

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