Voglia di Nutella?

by Dott.ssa Valeria Cani 11. ottobre 2012 13.42

Hai voglia di Nutella? Capita a tutti di avvertire una irresistibile voglia di zucchero o comunque di qualcosa dolce o cioccolata. Molti consumano dolci come rimedio alla malinconia. Quasi come una vera e propria crisi di astinenza il nostro comportamento si modifica e il nostro fisico richiede l’introduzione di una sostanza ricca di zucchero, in particolare se si trova in una situazione stressante. Assumere dolci e anche carboidrati innalza in fretta l’insulina nel sangue e aumenta l’azione della serotonina che induce una sensazione di appagamento, calma e gratificazione fisica e psicologica.

Lo zucchero attenua ansia e depressione e può arrivare a dare una vera e propria dipendenza. Lo zucchero molto rapidamente entra nella nostra circolazione, satura il sangue e stimola le stesse aree del cervello che recepiscono gli effetti ad esempio della nicotina o alcuni tipi di droga. Può essere dunque che il bisogno e la dipendenza da zuccheri siano di natura fisica, come l’iperglicemia, ma anche psicologica.

Non è solo “colpa” di tutti coloro che sentono il bisogno di zucchero: negli ultimi decenni l’intera industria dolciaria si è accorta di quanto il dolce crei dipendenza e si è adoperata per migliorare gusto e qualità di alimenti dolci in modo da incrementare il consumo di prodotti a base di zucchero. La chimica e soprattutto la psicologia applicata al marketing sembra siano imbattibili sulla volontà umana! Le modificazioni apportate agli alimenti sono a base di prodotti chimici, questi vanno automaticamente ad agire sul nostro sistema nervoso ed ecco creata una sorta di dipendenza da zucchero, merendine, caramelle, cioccolata.

I prodotti dolci sono oltremodo appetibili, ma saziano davvero molto poco. Il meccanismo fame-appetito viene sregolato dal gusto del dolce e sembra che, dopo aver mangiato un alimento zuccherino, abbiamo ancora fame. Questo spiega come mai l’ingestione di dolci sembra non arrivare mai al limite.

Il meccanismo psicologico che ne deriva è deleterio: le persone che soffrono di questo tipo di disturbo considerano se stesse in modo negativo “oggi ho mangiano troppi dolci, quindi mi sono comportato male, per cui non sono una buona persona e per tirarmi su di morale mi gratifico ancora con dei dolci”! E il circolo vizioso continua con conseguenze devastanti sulla salute fisica e psichica.

Ma il gusto si può educare: è fondamentale capire, attraverso un supporto medico e psicologico, che non è la quantità di zuccheri che introduciamo nell’organismo a dare dipendenza, bensì il gusto del dolce. La stessa quantità di alimento con o senza zucchero aggiunto ne è l’esempio. Questa importante differenza ci porterà a scegliere alimenti gustosi al punto giusto e non esagerare nella quantità di zuccheri aggiunti. La capacità di scelta è strettamente collegata con l’opinione che abbiamo di noi stessi e da qui ilo passo verso il benessere è breve.

Avere un equilibrio sano sulla propria dieta e sul proprio umore è sicuramente la soluzione migliore: un controllo sulle sostanze chimiche che sappiamo agire nel nostro cervello e sul nostro comportamento alimentare diminuisce la sensazione di sazietà e contribuisce ad avere una sana autostima.

Se hai provato molte volte una dieta senza successo ti serve un supporto psicologico che puoi trovare online su Psicologo360. Mai più limitazioni nel cibo, ma più consapevolezza di te stesso!

 

Cellulare e dipendenza

by Dott.ssa Valeria Cani 7. ottobre 2012 14.31

Il telefono cellulare è diventato il nostro nuovo organo sensoriale, quello che ci permette di stare in contatto col mondo, in alcuni casi esiste però anche un legame tra cellulare e dipendenza.

 

La confluenza multimediale, vedersi, scriversi, parlare, guardare filmati, musica, scambiarsi messaggi, trovare informazioni di ogni genere, conservare, archiviare, dà alla nostra nuova mente la possibilità di integrazione in questo universo il cui unico parametro sembra essere la globalizzazione. 

Il nostro modo di comportarci, di pensare, di percepire il mondo superando distanze temporali e spaziali, passa attraverso il nostro cellulare che oramai non è più solo un telefonino: è tutto, è il nostro io. 

Questo strumento fa sì che “qualcosa” diventi “tutto”, “ovunque” diventi “qui” e fa in modo che “quando” diventi “adesso”. Ma questa vicinanza dà dipendenza? Non è più possibile fare a meno di tutto-qui-ora? Il telefonino è diventato a far parte integrante del nostro sistema nervoso? Gli adolescenti, ma anche molti adulti, hanno sviluppato un legame psicologico col proprio telefonino, attrezzo che permette di essere nel mondo e di tenere tutta la realtà sotto controllo. Si può notare come queste persone hanno un legame con lo strumento fine a se stesso piuttosto che utilizzarlo allo scopo per cui è stato inventato, cioè comunicare “con” gli altri. La concentrazione sui tasti e sullo schermo è tale da far passare in secondo piano lo scopo della comunicazione o conoscenza.

L’esagerato bisogno di essere in contatto con gli altri e col mondo porta a uno scambio quantitativamente esagerato, ma si impoverisce inesorabilmente la qualità dello scambio. Ci sembra di essere più vicini, ma in realtà lo siamo solo attraverso suoni, immagini, parole. Si impoveriscono cioè le relazioni, mancano il calore umano, l’intimità, il dialogo vero, e le emozioni non sono più condivise, dunque viene a mancare il riconoscimento dell’altro.

L’importante è mantenere con l’altro il canale aperto, il contatto, la vicinanza paradossale ed eccessiva con udito, vista, tatto ma dove manca “soltanto” la presenza fisica, e la distanza, notoriamente, è una buona difesa.

Ci mancano le parole per un sms? Inviamo un’immagine. Non sappiamo come dire una certa cosa? Mandiamo una canzone. E spedire una fotografia appena scattata coinvolge due persone nello stesso contesto pur a chilometri di distanza.

La barriera multimediale per qualcuno è una via facilitante, chi ha difficoltà e non riesce ad interagire di persona utilizza canali indiretti allo scopo, ci auguriamo, di aprire poi la strada alla relazione di persona!

Chi possiede un cellulare è sempre reperibile, dà il permesso a chiunque di intromettersi nella sua intimità dell’avere a che fare solo con se stesso in qualsiasi momento della giornata e della notte. Se abbiamo il cellulare con noi chiunque può sapere sempre dove siamo e cosa stiamo facendo, cosa stiamo provando. Questa intrusione nella nostra vita può essere vissuta negativamente dalla nostra autonomia e dalla nostra identità.

È sufficiente trovare il coraggio di trascorrere qualche ora lontani, anzi, lontanissimi dal nostro cellulare e provare ad ascoltarci cosa ci succede dentro. In poco tempo ci renderemo conto quanto dipendiamo da questa tecnologia!

Se vuoi fare questa prova e ti accorgi proprio di non vivere senza cellulare, ma hai voglia di vivere anche la tua vita e non solo una vita multimediale c’è psicologo360, lo psicologo online che quando non siete più online ti fa sentire bene anche offline! Entra in contatto ora con uno dei professionisti di psicologo360.

Bugie

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 17.15

L’atto di dire le bugie, ossia di comunicare attraverso il canale verbale un contenuto non vero,  non è indice di patologia psicologica, ma viene considerato una sorta di misura dal punto di vista sociale ed etico.

Di certo le bugie sono accomunate dall’intenzionalità di imbrogliare, di fare in modo che l’altro sappia o creda cose non vere oppure che non sappia la verità.

 

 

 

I bambini, non appena capiscono che il proprio pensiero è autonomo rispetto a quello degli altri, cominciano a usare la bugia quasi come una conquista cognitiva per “testare” le reazioni degli altri e metterli alla prova rispetto al proprio comportamento e alla propria indipendenza.

I bambini anche molto piccoli, dai due-tre anni, o i ragazzi, molto comunemente possono dire le bugie per evitare una punizione nascondendo così qualche malefatta e “farla franca” rispetto a un adulto. Qui la bugia è considerata al pari della disobbedienza che non è il comportamento che un genitore si aspetta dal proprio figlio. Anche da questa relazione si costruisce nel tempo il rapporto tra genitori e figli in una famiglia.

Oppure molti bambini mentono per timidezza. Addentrandoci nel discorso troviamo alla base della timidezza una scarsa autostima, una concezione di sé negativa che porta a raccontare il falso o nascondere il vero, evitando situazioni di giudizio riprovevole, risultando migliori e meno inadeguati.

Le bugie si raccontano anche per discolparsi da accuse fondate o infondate che nascondono comunque una personalità fragile e insicura nell’affrontare le proprie responsabilità.

Ci possono essere anche le bugie gratuite raccontate per esprimere un desiderio o comunicare un bisogno, per un fine da raggiungere, oppure anche per divertimento, per sfogare la fantasia.

Gli adulti mentono per apparire diversi da quello che sono realmente, per proteggere la loro privacy, per avere uno spazio proprio e scegliere di non raccontare qualcosa di sé e della propria vita. Poi ci sono le bugie dette per proteggere gli altri, o quelle di cortesia del vivere sociale adulto presto imparate anche dai bambini.

Per acquisire maggior prestigio, o evitare di perderne, si raccontano bugie che fungono da compensazione alla ricerca di un’immagine migliore di sè da presentare agli altri.

Oppure raccontiamo bugie per ottenere qualche vantaggio dagli altri o dalla situazione.

Poi ci sono le bugie alle quali crede anche chi le racconta, l’autoinganno, quello raccontato a se stessi per evitare la fatica di avere a che fare con la propria coscienza o il proprio sé profondo. Chi racconta una bugia a se stesso è contemporaneamente l’ingannatore e l’ingannato, raccontiamo a noi stessi qualcosa per autoconvincerci che le cose stanno andando come vorremmo e non come realmente sono, o che il comportamento di qualcuno, o il proprio, sia adeguato e che le motivazioni che lo mettono in atto siano corrette e oneste anche quando non è proprio così.

Dal punto di vista educativo l’adulto, genitore ed educatore, dovrebbe avere chiari i limiti e i principi propri e da trasmettere al bambino, mantenere il più possibile i valori e una posizione salda rispetto alle bugie raccontate dal bambino in modo che questi possa imparare ad essere socialmente accettato e diventi autonomo anche senza il ricorso a stratagemmi o inganni, dandogli spazio per esprimersi liberamente e sinceramente dopo aver “scoperto” la bugia.

L’adolescente che racconta bugie ha lo scopo di offuscare parti fragili di sé o proteggere la propria insicurezza della crescita, oppure per nascondere una difficoltà. L’atteggiamento dell’adulto da mantenere con l’adolescente è di fornire un sicuro spazio affettivo di protezione e rassicurazione per la sua crescita psicologica e fisica, compito mai semplice da realizzare!

Le bugie fanno parte della nostra vita, quasi come un adattamento dell’intelligenza sociale, sia se ne siamo autori, sia se ne siamo vittime. Dire bugie deliberatamente e spudoratamente, omettere, omettere in parte, simulare o dissimulare, fuorviare sono diventati comportamenti funzionali al nostro vivere e fanno parte del modo di agire umano, o anche animale a pensarci bene! Chi possiede un cane furbo come il mio sa che il cane è capace di simulare un comportamento per ottenere qualcosa che desidera da noi conoscendo bene la nostra reazione!

La finzione ci appartiene nella vita quotidiana e, rimanendo in campo psicologico, possiamo mentire anche sulle nostre emozioni: difficilmente riusciamo a nascondere a noi stessi, e a che ci conosce bene, le nostre emozioni. La tecnica usata in questo caso è ammettere di provare un sentimento ma dire una bugia sulla sua natura, cioè dire la verità in modo talmente spudorato tanto da far credere che sia una bugia, come il partner che torna a casa e sentendosi chiedere con sospetto “dove sei stato?” risponde platealmente “dall’amante!”

Se vuoi un supporto psicologico che ti possa servire ad affrontare il mondo dell’inganno contatta online un professionista di psicologo360.it, tutta verità, nessuna bugia!

Bambini che non crescono mai

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 14.44

Bambini che non crescono mai, adulti ma eterni bambini, individui che non vogliono o non possono maturare e restano in quel mondo d’infanzia dove ogni cosa è possibile, tutto è bello e il cosmo esiste solo per accondiscendere i propri desideri e i propri umori, senza chiedere per ottenere: chi di noi non ne conosce qualcuno? Sono persone vivaci, curiose, brillanti, molto simpatiche, spesso di sesso maschile, padri di famiglia con una posizione lavorativa a volte incerta, e a vari livelli della loro vita si comportano come bambini, non molto adattati socialmente, incapaci di fare i conti con la realtà, egocentrici e impazienti, un po’ sfuggenti, come Peter Pan, appunto.

 

Chi soffre della sindrome cosiddetta di Peter Pan vede il mondo con ansia e non si assume alcuna responsabilità, si può definire narcisista e insoddisfatto della vita col risultato di un disadattamento al mondo esterno. Queste persone hanno un unico scopo: essere felici, stare bene e non avere bisogno di nessuno e di nulla.

Innocentemente, ma anche incoscientemente, non accettano la mediocrità e la banalità della vita, e quindi, la vita stessa, immolando se stessi a individui unici, meravigliosi, forzatamente diversi e per questo molto soli.

L’eterno ragazzo non è disposto a scendere a compromessi tra le sue fantasie e il mondo concreto, a sacrificare il proprio ideale per vivere nel sociale, a rifiutare l’idealistica parte di sé a favore di un adattamento nel mondo materiale.

Non a caso Peter Pan vola, tiene il distacco dal mondo e dalla vita, non ha mai i piedi per terra, tutto spensieratezza, fantasia e immagini che vivono solo nella sua testa e mai nelle sue emozioni. Il mancato contatto con la propria emotività è il vero problema di questi individui: essi difendono loro stessi dal dolore e dalla paura, ne mantengono le distanze, non possiedono gli strumenti per sentire l’angoscia e la tristezza, ma così facendo non sentono nemmeno la vera emozione della gioia di vivere propria di ognuno di noi.

Queste persone non hanno la capacità di entrare in ascolto con se stessi e coi loro sentimenti, quindi non possono entrare in ascolto con gli altri riconoscendo se stessi negli altri, di conseguenza viene a mancare la relazione.

Abbandonare questo profondo autocentrismo, passare per le naturali trasformazioni psicologiche delle tappe adolescenziali fatte di profonde passioni ed esagerata tristezza, volere e cercare aiuto per massimizzare il proprio sviluppo emozionale aiuta gli eterni bambini, che non vogliono più essere tali, ad assumersi un’identità e un ruolo, a riconoscere l’altro, a vedere se stessi e sentire se stessi, a condividerlo, a sapere cosa si desidera veramente fare della propria vita, cosa fare da grandi.

Se ti sei rivisto in queste righe, ti senti un po’ bambino e hai voglia di vedere la tua vita da un’altra prospettiva, contatta online un professionista di psicologo360.it e chiedi una consulenza per te e la tua voglia di stare bene.

 

 

La percezione del corpo

by Dott.ssa Valeria Cani 23. agosto 2012 11.39

Qual è la percezione del corpo che abbiamo? Qual è il profondo significato che assume il proprio corpo per una persona obesa o una ragazza anoressica, per una fotomodella o un palestrato?

Quale posa assumiamo quando ci stanno per scattare una fotografia, che vestito e che profumo scegliamo di indossare al mattino?

In altre parole quanto siamo soddisfatti del nostro fisico, quale immagine vogliamo dare di noi stessi, del nostro volto, del nostro corpo?

 

 Abitare nel proprio corpo, odiarlo o amarlo, sentirsi bellissimi oppure orrendi, sono concetti che rientrano a far parte di tutta la dinamica di costruzione dell’autostima che dura per tutta la nostra vita, come vogliamo essere conosciuti e apprezzati.

È come abitare nella nostra casa: la riteniamo brutta, o almeno migliorabile. Sogniamo la casa perfetta, la casa dei nostri sogni, altalenando tra l’impulso di abbandonarla e dalla nostalgia di qualcosa che è nostro. Ci lamentiamo in continuazione di qualcosa che non ci piace, ma poi siamo rassicurati da qualcosa che ci appartiene e facciamo di tutto, anche negando, per rimandare o ritrattare i progetti di cambiamento. Possiamo essere inquilini che si sentono distaccati dallo spazio fisico che ci ospita, abitiamo in un posto reale, ma con l’immaginazione viviamo nell’idea di una casa perfetta.

“Per essere belli bisogna volersi bene”, si dice. “Ma come faccio a volermi bene se sono così brutto?” Se non è possibile amare un corpo che non merita di essere amato in quanto brutto, ecco che al primo posto il criterio di valutazione è quello estetico, e sovrasta in tutto quello etico, concetto abbondantemente alimentato in un sistema culturale angoscioso a angosciante nei confronti dell’immagine.

Sia nella patologia, come l’anoressia, l’obesità, la bulimia, ma anche nella normalità, ci troviamo a vivere tra spazio reale e spazio immaginario, tra il nostro vero aspetto fisico e l’immagine di sé, e questo spazio è spesso motivo di sofferenza. Cosa alimenta questo disagio e quale sia il confine tra normalità e patologia è una domanda che ci poniamo. Come si forma nella nostra mete l’immagine del nostro corpo? In che rapporto sono l’immagine e la realtà del nostro fisico?

Il nostro se stesso cambia in continuazione, a seconda dei contesti in cui ci troviamo, a seconda del ruolo che assumiamo in un determinato momento, a seconda delle persone con cui abbiamo a che fare, a seconda di ciò che vogliamo che gli altri notino di noi.

Ma quando ci guardiamo allo specchio ecco che tutti questi aspetti si fondono in un'unica immagine che noi percepiamo e rappresentiamo di noi stessi più o meno autentica e coerente, certi comunque che quello che noi vorremmo far vedere agli altri raramente coincide con l’immagine che gli altri hanno di noi, ma il pensiero che noi abbiamo di noi stessi dipende da questa doppia conferma: quello che vedo io di me, quello che gli altri vedono di me. Standoci dentro non possiamo vedere da fuori il nostro corpo!

Di fronte allo specchio costruiamo progetti e cambiamo il nostro corpo mantenendo a fatica, soprattutto per le persone disturbate, un equilibrio della nostra identità. Le persone obese deformano il proprio corpo negando con le parole chili e centimetri, ciò che si definisce non corrisponde alle misure fisiche. Il mondo intero ci espone all’identificazione con la bellezza e la perfezione, bastano qualche spot pubblicitario o la fotografia un attore che il meccanismo di identificazione si mette in moto con confronti tra la propria esperienza corporea e una nuova immagine, il tutto sortisce nuove rappresentazioni del proprio sé e nuovi modi di significarlo.

Se credi di avere un disagio legato al tuo corpo, alla tua forma fisica, sei a dieta da tempo ma senza ottenere i risultati che vorresti è sufficiente iniziare con un colloquio online con uno psicologo professionista di www.psicologo360.it per affrontare meglio la situazione e abitare bene nel tuo corpo.

 

L'identità Virtuale

by Dott.ssa Valeria Cani 26. luglio 2012 19.13

Parliamo oggi del sé reale e dell’identità virtuale un argomento molto discusso in rete.

Tutto ciò che accade nella nostra vita, tutte le esperienze significative della nostra storia coinvolgono necessariamente la nostra identità personale, il nostro essere. La nostra identità personale ci permette di sapere che “io sono così” ed affermarci con noi stessi e con gli altri. Gli studi sulla personalità sono davvero molto numerosi e tutto ciò che la scienza psicologica ha potuto scoprire al riguardo è molto soddisfacente.

 

Lo sviluppo di tutte le tecnologie, quelle che ci permettono di stare in stretto contatto in tempo reale con persone a grande distanza geografica, di comunicare, quelle di interscambio soprattutto di internet coi suoi social network, fa nascere una nuova forma di identità: l’identità virtuale. È la messinscena di un sé non reale? È solo far credere di essere quello che non si è?

I chatter attribuiscono a se stessi caratteristiche della propria persona, del proprio carattere, delle proprie qualità fisiche non sempre corrispondenti a realtà. Come possiamo capire il nesso tra identità reale e identità virtuale che la persona attribuisce a se stessa? Quali sono i processi psicologici che ci fanno scegliere un nickname o un’immagine di noi stessi così lontani da chi siamo e da ciò che siamo?

L’anonimato del sé, la cui realtà non è verificabile, ci permette di avere un ridottissimo senso di responsabilità, e soprattutto permette di non avere paura del giudizio altrui. Questo porta ad un abbassamento delle nostre difese inibitorie per cui, essendo molto meno inibiti, ci sentiamo più liberi di esprimere le nostre pulsioni, i nostri desideri e i nostri pensieri più profondi. Siamo sicuri di non apparire come noi stessi autentici, ma come vorremmo che gli altri ci vedessero. Questo nuovo nostro sé, costruito da noi, molte volte è corrispondente al nostro sé ideale, a ciò che vorremmo essere, e ci permette di giocare ad essere non più noi stessi, ma qualcun altro, non in una pura finzione, ma in una interpretazione di qualcun’altro.

Essere in internet con un’altra identità è come poter vivere uno spazio psicologico in cui prendono corpo le fantasie e i desideri mai espressi e poterci permettere di essere come vorremmo.

Essere in chat con un’identità inventata è il canale in cui è possibile dare luce anche ad aspetti profondi e molto nascosti della propria personalità.

Potrebbe essere terapeutico potersi permettere di essere in internet molto più sicuri di noi stessi, brillanti e spigliati di quanto non lo siamo nella realtà, perché questo ci permette di riconoscere che le qualità mostrate in chat in realtà ci appartengono, e abbiamo trovato qui un canale per poterle esprimere senza paura, come se il chatter potesse avere qui la possibilità di conoscere e mostrare una parte di sé che fino ad allora era rimasta inespressa. Interpretare differenti ruoli e giocare al sé può dare vita a caratteristiche che erano rimaste un po’ nascoste nella vita reale.

Assumere in chat un’identità sessuale diversa dalla propria facilita il processo di conoscenza dell’altro sesso: molti si dichiarano di sesso opposto rispetto al proprio per poter entrare in contatto ed avere più confidenza con persone dell’altro sesso. Si tratta qui di viversi una certa forma di libertà rispetto a rigide schematizzazioni sociali legate al sesso e non necessariamente viverli come disturbi sessuali.

Anche la scelta dello pseudonimo è significativa perché possiamo qui scegliere quello che altri hanno scelto per noi alla nostra nascita, un nome legato ai nostri desideri, alla nostra percezione e all’immagine che solo noi stessi abbiamo di noi che rispecchia un nostro elemento distintivo.

È molto riduttivo attribuire solo proprietà di finzione all’identità virtuale e solo requisiti di realtà all’identità vera: questo gli psicologi professionisti di psicologo360.itlo sanno bene, e sanno che è possibile trasformare quelli che sembrano limiti della chat con i pazienti in preziose risorse psicologiche per andare incontro a tutti coloro che chiedono una consulenza in anonimato con totale garanzia e sicurezza professionale.

  

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Gli stalker

by Dott.ssa Valeria Cani 19. luglio 2012 14.42

Gli stalker e i casi di molestia denunciati da parte di una vittima di stalking sono, in questi ultimi anni, in netto aumento. Assistiamo con sempre maggior frequenza a donne, ma anche uomini, che sono terrorizzati dalle eccessive attenzioni da parte di ex partner o comunque persone non gradite, pedinamenti, regali, incessanti richieste di contatto, incontri e scontri fisici che degenerano anche in violenza. Sempre più spesso le vittime di stalking, riconoscendo il loro particolare stato emotivo e la propria condizione di bisogno si rivolgono a uno psicologo per avere supporto e sostegno, ma in che modo invece può essere spiegato il comportamento di uno stalker? Come può essere spiegato il comportamento così fortemente persecutorio di un individuo nei confronti della persona che dice di amare? Perché non può staccarsi da questa persona?

Si conoscono in letteratura diversi tipi di stalker: c’è la persona che, sentendosi molto sola, è in cerca di affetto e di intimità; c’è la persona che è incapace di relazionarsi adeguatamente con individui del sesso opposto; c’è la persona che porta molto rancore ed è alla ricerca di giustizia, anzi, vendetta per un torto che crede di aver subìto; c’è la persona che vuole solo ottenere del sesso; c’è infine chi è totalmente incapace di interrompere la relazione avuta e vuole ristabilire il legame a qualunque costo.

La scelta del partner affonda le proprie radici nelle relazioni che l’individuo ha avuto nella sua primissima e prima infanzia. Da queste relazioni, di solito è naturale che la più importante si abbia avuta con la propria madre, dipende il modo in cui si diventa capaci di amare e stabilire rapporti interpersonali a seconda della combinazione delle esperienze vissute.

L’adulto che mette in atto comportamenti persecutori ha avuto, nella propria infanzia, una persona che lo ha accudito in modo imprevedibile, un adulto che non ha potuto fornire al bambino (oggi adulto stalker) accudimento e protezione in sintonia coi suoi bisogni. Il bambino che si ritrova a ricevere cure da un adulto inaffidabile mette in atto strategie per ricevere attenzioni e percepisce se stesso come molto vulnerabile e incapace di affrontare le difficoltà. I bambini non accuditi in modo adeguato diventano collerici e paurosi e soprattutto utilizzano le proprie emozioni solo come mezzo per chiedere ciò di cui hanno bisogno.

Diventando adulte queste persone continuano ad esprimere le proprie emozioni in modo esagerato come canale di richiesta di soddisfazione dei propri bisogni, esprimere ad esempio la paura in modo eccessivo al posto del bisogno di conforto. Sono adulti collerici e gelosi per mantenere il controllo sull’altro e per la paura di essere abbandonati e si comportano in modo coercitivo a scapito di una relazione a due libera, paritetica e soddisfacente.

Quello che si vive da bambini si ripercuote ampliato nei nostri rapporti da adulti, soprattutto col nostro partner.

Lo stalker è quindi una persona particolarmente bisognosa di aiuto, aiuto per poter riconoscere i rifiuti che ha avuto da bambino e capire che non sono dipesi da lui, che non ne ha colpa per come era il suo carattere da piccolo o per qualcosa che ha detto o fatto. Da adulto è possibile capire come siano stati gli eventi a portare a quelle particolari condizioni, e che anche i propri genitori a loro volta probabilmente erano intrappolati in disagi mai affrontati e risolti.

Questo tipo di percorso psicologico è difficile, impegnativo e molto doloroso, richiede uno sforzo considerevole per poter avere accesso a una parte così profonda della propria coscienza per ottenere una ristrutturazione cognitiva ed emotiva allo scopo di andare al di fuori del modello mentale che si è creato negli anni. Con l’aiuto di un professionista che fornisce consulenze online su psicologo360.itsi può individuare lo psicoterapeuta a cui rivolgersi adatto a questo tipo di percorso personale.

 

 

Dare se stessi agli altri

by Dott.ssa Valeria Cani 20. giugno 2012 16.07

Ci sono persone che dedicano la loro esistenza solo al fine di dare e dare, dare se stessi agli altri, le proprie attenzioni, il proprio tempo, anima e corpo agli altri dimenticandosi di se stessi e delle proprie necessità. Molte persone sono state educate per dedicarsi agli altri, proteggere, amare, impegnarsi solo per il prossimo, come una mamma costantemente dedita ai figli capacissima di rinunciare a se stessa addirittura negando i propri diritti, negando se stessa.

 

 Le persone esageratamente generose spesso hanno un’autostima altrettanto esageratamente scarsa e cercano relazioni dove sentirsi indispensabili ed essere protagonisti, alla ricerca dell’approvazione dell’altro per poi pensare che l’altro sia in debito con lui.

Essere generosi e manipolatori significa che queste persone offrono qualcosa agli altri, ma in cambio vogliono un riconoscimento o una ricompensa, pensano che poi gli altri siano in debito con loro, si aspettano sempre un tornaconto, restano delusi e fanno la vittima nel caso in cui non ricevano nulla.

La generosità autentica invece è come l’amore incondizionato: il vero generoso, donando, si sente moralmente ricompensato. Il dare è un’azione volontaria dell’offrire come regalo qualcosa di materiale o di spirituale che si possiede, senza chiedere nulla in cambio.

L’individuo che agisce solo rinunciando senza limiti solo a favore degli altri si sente vittima, crede che gli altri non siano riconoscenti, è ossessionato dai problemi altrui, si sente sempre offeso e risentito.

Occuparsi degli altri in modo eccessivo e dimenticarsi di se stessi è tipico delle persone codipendenti. In questo caso le persone credono che avere una relazione significhi essere necessari, dare tutto, dividere tutto e non pretendere nulla.

La paura che domina le emozioni delle persone che si comportano in questo modo è il terrore di essere rifiutati, ma questo potrebbe portare ad essere visti come poco sinceri o comunque poco autentici.

Occorre quindi essere assertivi, riflettere sulla capacità di chiedere in modo semplice e chiaro ciò che si desidera imparando prima a riconoscerlo dentro di sé. Essere chiaramente coscienti dei propri diritti aiuta ad apprezzare se stessi e porta al sentirsi meritevole di ciò che si riceve. È necessario imparare a rispettare se stessi, i propri bisogni, i propri desideri e i propri limiti, imparare a conciliare i propri interessi insieme a quelli degli altri, cercare l’equilibrio tra offrire e ricevere. Quando si riesce a dare e ricevere ci si arricchisce a vicenda.

Ricevere invece è importante tanto quanto il dare: amore, rispetto, appoggio, stima, sorrisi, ascolto, parole e gesti affettuosi sono elementi di reciproco scambio in una relazione sana. Occorre saper dare e altrettanto ricevere, avere ben chiari i limiti ed essere in grado di smettere di occuparsi dei bisogni degli altri quando è giusto occuparsi di se stessi, della propria vita e non solo della vita degli altri. Questa è la vera libertà: senza dipendenze o vincoli relazionali, l’affetto autentico deve essere libero e fondato sul rispetto di sé e dell’altro.

Entra ora in contatto con gli esperti di dipendenza di Psicologo360.it.

 

 

La vergogna

by Dott.ssa Valeria Cani 20. giugno 2012 15.55

Il sentimento della vergogna, di fare qualcosa di sconveniente in presenza di altri o anche la paura di apparire ridicoli ed essere oggetto di scherno, sono tutte emozioni che generano ansia, un’ansia legata al sociale, al fatto di trovarsi in una certa situazione proprio quando si è in mezzo ad altre persone che ci guardano e ci giudicano.


L’ansia diventa poi costante, e cominciamo ad evitare alcune situazioni o a fare certe cose in presenza di altri, ad esempio mangiare. I sintomi che accompagnano l’ansia sono evidenti, rossore in volto, tremore e sudore. In casi estremi diventa incontrollabile e quindi può degenerare in panico. Gli altri vengono visti come inquisitori e abbiamo estremamente paura della loro disapprovazione. La conseguenza di ciò può essere la fobia sociale, un vero e proprio blocco delle nostre azioni in pubblico per paura di essere giudicati negativamente, oppure il disturbo evitante di personalità con una grande chiusura in se stessi, nel silenzio, nell’isolamento dalla vita sociale e da una grande dipendenza dalle poche persone vicine, famiglia e qualche amico.

La vergogna nasce quando non vengono rispettate le regole, più o meno esplicite, dell’apparire o del fare sociale ai quali ognuno di noi sceglie di aderire.

La vergogna è un sentimento abbastanza comune che appartiene a individui anche con personalità molto diverse accomunate di solito da un senso di inferiorità, possibile risultato dell’aver ricevuto un’educazione piuttosto soffocante intrappolato nelle regole del vivere nel sociale piuttosto che vivere nella libertà dell’essere se stesso. Essere più preoccupati dell’immagine che gli altri hanno di noi stessi o peggio dell’immagine che ognuno di noi ha di se stesso, ha un legame col vivere dei nostri tempi dove la nostra immagine vale molto più che il nostro essere!

Nelle persone che troppo spesso temono di richiamare l’attenzione su di sé, la paura diventa patologica e si trasforma in fobia sociale. L’individuo ha paura di diventare oggetto di scherno da parte degli altri, di essere disprezzato dagli altri, di non essere accettato e riconosciuto.

Il senso della vergogna può paralizzare e impedire di fare qualsiasi cosa, qualsiasi azione fino a bloccare addirittura i pensieri per la paura di essere diversi dagli altri.

Ci sono persone che, al fine di avviare il senso della loro vergogna, modellano così tanto il loro modo di vivere  alle regole sociali che modificano loro stessi e si adattano al contesto sia col loro comportamento che col loro pensiero, seguono le mode, si allineano, si controllano solo a seconda di cosa richiede la situazione. Incapaci di essere se stessi sono quello che il contesto richiede rispondendo esclusivamente alle aspettative altrui.

Dietro tutto ciò ci sono persone con scarsissima fiducia di se stessi, delle proprie capacità, che si sentono inferiori agli altri e si sentono in colpa per questo! Le radici di questo disagio sono da ricercare in una fase della propria infanzia, di certo con un buon supporto psicologico si potrà ottenere della consapevolezza rispetto a ciò. Ma come cominciare a modificare la paura di vergognarsi ad esempio dopo aver fatto una brutta figura? Sarebbe possibile cominciare a pensare, ad esempio, che il lato positivo della situazione è l’essersi reso protagonista, e in questo caso, un protagonista assolutamente normale che per una volta ha potuto permettere a se stesso di sbagliare, per cui, come tutti, non considerarsi infallibile e perfetto.

Cominciamo a pensare anche che, alcuni comportamenti, sono considerati sconvenienti solo in alcune culture e quindi il senso del ridicolo varia a seconda del paese in cui ci troviamo, ciò che non è apprezzabile in uno stato lo è in un altro.

Di certo imparare a ridere di noi stessi è l’aiuto migliore che possiamo darci, cercare il lato ironico e fare in modo di ridere insieme agli altri in modo che gli altri ridano “con noi” e non “di noi”!

Per un consulto personale gli esperti di Psicologo360.it sono a vostra disposizione.

 

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Ansia

Donne e lavoro

by Dott.ssa Valeria Cani 30. aprile 2012 12.49

Il rapporto tra donna e lavoro oggi è vissuto dalla donna stessa come necessità, ma anche come realizzazione di tutte le proprie potenzialità, come emancipazione dalla sfera domestica e arriva ad occupare un posto prioritario rispetto a famiglia, amicizie e vita sociale.

Ma si può vivere per il lavoro dedicandovi anima e corpo sacrificando così una parte della persona che c’è in ogni donna?

La vita affettiva ricopre un ruolo centrale nelle donne, per non parlare del loro duplice-triplice ruolo di casalinga-moglie-mamma. Il vero problema er le donne è conciliare il rispettabilissimo desiderio di carriera e realizzazione professionale con il vantaggio dell’autonomia, con quello di  realizzazione personale, con una vita propria di una Donna con famiglia, figli e casa.

A questo punto è inevitabile il pensiero sulle strutture adatte a ospitare bambini figli di donne lavoratrici, orari adattabili e un po’ di parità così come succede in alcuni paesi del nord Europa.

Ma le donne oggi danno al significato del lavoro una connotazione positiva propria del lavoro stesso: scelgono il part-time, lo vedono come risorsa per fare esperienza, come un modo per essere autonome, una buona fonte di relazioni, una soddisfazione che porta sicurezza e successo.

Trovare il giusto equilibrio tra ritmi personali, ritmi di vita e ritmi di lavoro è auspicabile da chiunque e oggi il mondo del lavoro offre prospettive di suddivisione del tempo più ampie rispetto al passato. Si può lavorare da casa, scegliendo i propri orari, riposarsi per un periodo della propria vita e buttarsi a pesce nella carriera quando è il momento per farlo. L’importante è che il lavoro sia qualcosa considerato importante e utile, ma soprattutto che faccia stare bene in modo gratificante.

In una società che valorizza maggiormente la prestazione e il guadagno occorre trovare qualcosa di adatto a se stessi e concedersi spazi e tempi per essere anche donna e non solo lavoratrice. Avere una buona autostima aiuta sicuramente a conciliare vita e lavoro, essere consapevoli delle scelte che si stanno per compiere facendo anche un bilancio della propria vita per capire meglio quali sono le risorse da utilizzare e le potenzialità da mettere in atto.

Ci sono donne che non riescono ad intraprendere la loro carriera lavorativa perché si sentono frenate psicologicamente. Un’analisi di ciò che impedisce il proprio agire potrebbe essere un valido aiuto all’inizio di una professione. Fissare obiettivi da raggiungere, affrontare i problemi per gradi, capire bene a cosa si sta rinunciando, saper prendere le distanze e non lasciarsi coinvolgere troppo, sapere quanto si vale sono tutti aspetti che contribuiscono a trovare una serena conciliazione tra vita da donna-moglie-mamma e vita da lavoratrice.

 

 

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