Disturbo post traumatico da stress

by Marzia Benvenuti 2. novembre 2012 15.10

Il disturbo post traumatico da stress insorge a seguito di un trauma molto forte. L'evento traumatico che subisce la persona può essere vissuto sia indirettamente che direttamente, causando l'insorgenza di una sintomatologia riscontrabile all'interno dei disturbi di ansia.

Gli eventi che possono causare tale disturbo possono essere fatti che hanno implicato morte o minaccia, lesioni, violenze sessuali, o essere sopravvissuti a catastrofi naturali come un terremoto o altro.

Altri problemi che si associano spesso a questo disturbo sono ansia,depressione, rabbia, senso di colpa, abuso di sostanze, problemi coniugali e sul lavoro, irritabilità, difficoltà ad addormentarsi, ipervigilanza ad ogni ed eventuale situazione di pericolo.

Questo disturbo e le reazioni sintomatologiche che ne provoca possono diventare invalidanti per una persona, in quanto possono compromettere la propria vita quotidiana.

L’insorgenza del Disturbo Post Traumatico da Stress può intervenire anche a distanza di mesi dall’evento traumatico e la sua durata può variare da un mese alla cronicità; per questo si rende necessario trattare immediatamente e profondamente il disturbo.

Ciò che viene consigliato per chi soffre di tale sintomatologia, è la psicoterapia cognitivo comportamentale, che agisce sia strettamente su ciò che è stato il trauma nella sua complessità, associato inoltre a tecniche di rilassamento muscolare, e ad una vera esposizione guidata del trauma con il terapeuta, con il preciso scopo di far rivivere l'evento in modo controllato.

Se ritieni di soffrire di questo problema, o vuoi anche semplicemente ricevere una consulenza puoi rivolgerti agli esperti di Psicologo360.

 

Ipocondria

by Marzia Benvenuti 2. novembre 2012 14.56

L'ipocondria è la continua paura di ammalarsi, di una qualsiasi malattia. Questa condizione psicologica è riscontrabile nei disturbi di ansia.

Chi ne soffre vive nell'angoscia costante di avere una malattia non diagnosticata, che può arrivare a fargli avvertire sintomi inesistenti e sfociare in veri sintomi psicosomatici.

Alla base del disturbo ipocondriaco c'è una interpretazione erronea di segni e sintomi fisici considerati come indici di gravi malattie.

Si può pensare che esperienze precoci negative o eventi critici particolarmente stressanti, come la perdita di una persona cara o malattie di persone vicine o proprie, possa essere un fattore scatenante per l'insorgenza di questo disturbo psicologico.

Le preoccupazioni vertono su le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. "cuore affaticato"). La persona attribuisce questi sintomi o segni, alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. I soggetti con l'ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato. La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stressdella vita. Un comportamento specifico dell'ipocondriaco è la continua ricerca di rassicurazione, questo produce effetto immediato per ridurre il disagio e le sue preoccupazioni, ma ha anche effetto a breve termine, così facendo conduce il soggetto ad una ricerca costante di rassicurazione da parte di numerosi specialisti, ma non solo, contribuendo al mantenimento del disturbo stesso. Il soggetto ipocondriaco non accetta l'idea di essere in qualche modo malato, e così insiste nel tentativo di azzerare ogni potenziale rischio per la sua salute.

Un buon percorso psicoterapeutico cognitivo comportamentale può aiutare coloro che ne soffrono ad uscire dall'insieme di questi circoli viziosi.

Se ritieni di soffrire di questo problema, o vuoi anche semplicemente ricevere una consulenza puoi rivolgerti agli esperti di Psicologo360.

 

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Ansia

Sesso nei giovani

by Marzia Benvenuti 3. agosto 2012 12.52

 

Citando l'articolo da me pubblicato in precedenza l' ansia da esame, che tratta del concetto di ansia prestazionale, quello stato emotivo che entra in gioco in situazioni del tutto banali, possiamo inoltre riferirci anche ad un'altra sfera importante: quella del sesso, in particolare il sesso nei giovani.

 

Questo stato emotivo, caratterizzato dall'ansia, è spesso presente nei rapporti sessuali, e colpisce perlopiù i giovani uomini che hanno timore di fare la così detta: “brutta figura”.

Il pensiero dominante è quello di non essere all'altezza di quella ragazza, ma anche che è necessario dover fare una buona prestazione sessuale, altrimenti cosa potrà pensare di me.

Per tale motivo sempre di più esiste il fenomeno del Viagra tra i giovani.

Con l'uso delle “pillole blu”, il rapporto diventa più semplice e soprattutto, non subentra il pensiero di non fare una buona prestazione e di soddisfare a pieno la compagna.

Il sesso e la giusta prestazione anche erettile sono vissuti come una condizione sine qua non di come bisogna necessariamente essere, per un giusto amplesso: apparire come colui che è il maschio potente e non quello impotente.

 

Il Viagra, è un farmaco terapeutico, e viene usato per chi soffre di disfunzione erettile, ma se utilizzato in condizioni dove non esiste nessun problema fisico, ma solo un problema psicologico a lungo termine si possono avere effetti collaterali proprio a livello psichico, come ad esempio uno stato di dipendenza dal farmaco e un aumento della quota ansiosa ogni qualvolta che il soggetto si trova ad affrontare la situazione temuta. Quindi il Viagra sostituisce l'ansiolitico di sempre.

I giovani uomini, sono concentrati solo sul fare bene e la brutta figura non è minimamente contemplata. Stare in uno stato in cui tutto deve essere perfetto, dove non può esistere neanche un margine di errore, rende tutto più difficile, provocando un ulteriore incremento della quota ansiosa, attivando così un circolo vizioso senza fine.

Ciò che è essenziale è riflettere su quelle che sono le reali preoccupazioni, e pensare che una prestazione non al massimo non significa per forza essere degli incapaci o impotenti. Fare sesso deve essere una cosa piacevole e divertente per entrambi partner e non qualcosa che viene fatta a comando grazie all'azione di un farmaco.

 

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Ansia

Ansia da esame

by Marzia Benvenuti 24. luglio 2012 12.09

Sempre più giovani, in particolare n questo periodo dell’anno, si trovano nella condizione di soffrire di ansia da esame.

L’ansia da esame è correlata all’ansia da prestazione che è per definizione caratterizzata da una risposta di tipo disadattivo a situazioni in cui alla persona viene richiesto di produrre una prestazione che può essere di vario genere. Quando si parla di ansia da prestazione ci riferiamo o al superamento di un esame o all'ambito sessuale.

 

 

 

 L'individuo che vive questa situazione, nonostante sia in possesso di conoscenze e capacità psicologiche, tenderà a percepire anche il più piccolo elemento come segno di minaccia per il buon esito della prestazione aggravando ulteriormente la sua ansia. Colui che ne soffre è dominato da sentimenti perlopiù negativi e distruttivi che provocano un ulteriore convinzione di non riuscire a superare l'esame, quindi di essere bocciato e di conseguenza di poter fare una brutta figura davanti agli amici e alla famiglia. Lo studente che soffre di ansia da esame, ritiene che tutto sia vincolato dall'esito finale, e che se non effettuerà una prestazione brillante, potrà perdere l'autostima e il consenso all'interno della sua cerchia sociale.

L'ansia da esame tenderà a comparire, già durante la preparazione, facendo insorgere, problematiche a livello cognitvo, come la sensazione di non ricordarsi ciò che è stato studiato, i cosidetti vuoti di memoria o l'insorgenza di disturbi del sonno come l'insonnia, un aumento della quota ansiosa accompagnata da nervosismo, stress, irritabilità, aggravando ulteriormente sull'individuo. Nei casi più gravi il soggetto può veramente fare scena muta all'esame, comportando così un ulteriore frustrazione e perdita di autostima.

L'ansia da esame così detta anche ansia da prestazione, ha comunque esiti positivi se affrontata e curata, soprattutto con la terapia cognitivo-comportamentale, grazie a tecniche sia cognitive, che di esposizione alle situazioni ansiogene, in maniera del tutto progressiva.

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La vergogna

by Dott.ssa Valeria Cani 20. giugno 2012 15.55

Il sentimento della vergogna, di fare qualcosa di sconveniente in presenza di altri o anche la paura di apparire ridicoli ed essere oggetto di scherno, sono tutte emozioni che generano ansia, un’ansia legata al sociale, al fatto di trovarsi in una certa situazione proprio quando si è in mezzo ad altre persone che ci guardano e ci giudicano.


L’ansia diventa poi costante, e cominciamo ad evitare alcune situazioni o a fare certe cose in presenza di altri, ad esempio mangiare. I sintomi che accompagnano l’ansia sono evidenti, rossore in volto, tremore e sudore. In casi estremi diventa incontrollabile e quindi può degenerare in panico. Gli altri vengono visti come inquisitori e abbiamo estremamente paura della loro disapprovazione. La conseguenza di ciò può essere la fobia sociale, un vero e proprio blocco delle nostre azioni in pubblico per paura di essere giudicati negativamente, oppure il disturbo evitante di personalità con una grande chiusura in se stessi, nel silenzio, nell’isolamento dalla vita sociale e da una grande dipendenza dalle poche persone vicine, famiglia e qualche amico.

La vergogna nasce quando non vengono rispettate le regole, più o meno esplicite, dell’apparire o del fare sociale ai quali ognuno di noi sceglie di aderire.

La vergogna è un sentimento abbastanza comune che appartiene a individui anche con personalità molto diverse accomunate di solito da un senso di inferiorità, possibile risultato dell’aver ricevuto un’educazione piuttosto soffocante intrappolato nelle regole del vivere nel sociale piuttosto che vivere nella libertà dell’essere se stesso. Essere più preoccupati dell’immagine che gli altri hanno di noi stessi o peggio dell’immagine che ognuno di noi ha di se stesso, ha un legame col vivere dei nostri tempi dove la nostra immagine vale molto più che il nostro essere!

Nelle persone che troppo spesso temono di richiamare l’attenzione su di sé, la paura diventa patologica e si trasforma in fobia sociale. L’individuo ha paura di diventare oggetto di scherno da parte degli altri, di essere disprezzato dagli altri, di non essere accettato e riconosciuto.

Il senso della vergogna può paralizzare e impedire di fare qualsiasi cosa, qualsiasi azione fino a bloccare addirittura i pensieri per la paura di essere diversi dagli altri.

Ci sono persone che, al fine di avviare il senso della loro vergogna, modellano così tanto il loro modo di vivere  alle regole sociali che modificano loro stessi e si adattano al contesto sia col loro comportamento che col loro pensiero, seguono le mode, si allineano, si controllano solo a seconda di cosa richiede la situazione. Incapaci di essere se stessi sono quello che il contesto richiede rispondendo esclusivamente alle aspettative altrui.

Dietro tutto ciò ci sono persone con scarsissima fiducia di se stessi, delle proprie capacità, che si sentono inferiori agli altri e si sentono in colpa per questo! Le radici di questo disagio sono da ricercare in una fase della propria infanzia, di certo con un buon supporto psicologico si potrà ottenere della consapevolezza rispetto a ciò. Ma come cominciare a modificare la paura di vergognarsi ad esempio dopo aver fatto una brutta figura? Sarebbe possibile cominciare a pensare, ad esempio, che il lato positivo della situazione è l’essersi reso protagonista, e in questo caso, un protagonista assolutamente normale che per una volta ha potuto permettere a se stesso di sbagliare, per cui, come tutti, non considerarsi infallibile e perfetto.

Cominciamo a pensare anche che, alcuni comportamenti, sono considerati sconvenienti solo in alcune culture e quindi il senso del ridicolo varia a seconda del paese in cui ci troviamo, ciò che non è apprezzabile in uno stato lo è in un altro.

Di certo imparare a ridere di noi stessi è l’aiuto migliore che possiamo darci, cercare il lato ironico e fare in modo di ridere insieme agli altri in modo che gli altri ridano “con noi” e non “di noi”!

Per un consulto personale gli esperti di Psicologo360.it sono a vostra disposizione.

 

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Ansia

L'ansia negativa

by Marzia Benvenuti 11. aprile 2012 12.36

Tutti sono ansiosi in certe circostanze della vita. Ma per alcune persone l'ansia tende ad essere negativa perché eccessiva, poco controllabile e invalidante sul funzionamento globale.

 


L'ansia è una reazione utile soprattutto quando dobbiamo rispondere a situazioni di pericolo, ad esempio se stai attraversando sulle strisce pedonali e ti accorgi che un camion non rallenta improvvisamente reagisci al pericolo con la paura e lo scopo in questo caso è di salvarsi cercando di correre verso il marciapiede più vicino. La reazione che si prova e i sintomi che il nostro corpo produce sono proprio quelli tipici di una situazione di attacco e di fuga. Non dobbiamo meravigliarci e soprattutto spaventarci se difronte a situazioni di minaccia ci manca il respiro, il nostro cuore batte forte e se abbiamo tremori alle gambe o alle braccia, tutto questo è utile e importante per salvarci in situazione di reale pericolo.

Invece chi si sente ansioso tende ad interpretare in modo erroneo anche le situazioni più banali alimentando l'ansia e di conseguenza anche l'aspetto sintomatologico. Così facendo spesso si finisce col preoccuparsi delle possibili conseguenze dell'ansia stessa.

In questo caso il soggetto crederà che effettivamente è in corso una minaccia vedendo l'ansia come qualcosa di grave, scatenando un processo a catena o per così dire un circolo vizioso.

A tal proposito ci sono dei veri e propri pregiudizi sulle conseguenze dell'ansia come ad esempio il timore di impazzire, quando le sensazioni fisiche sono molto forti, che conducono i soggetti a pensare di avere malattie mentali gravi, o il timore di perdere il controllo inteso perlopiù nella paura di perdere la coscienza delle proprie azioni, ad esempio di poter fare cose fuori dall'ordinario, ed infine quello di poter aver un malattia fisica o nei casi di chi soffre di  panico di avere un attacco di cuore.

Anche se può apparire come irrisolvibile, dalla condizione di essere costantemente in ansia per tutto si può uscire, affrontando un percorso psicoterapico dove viene insegnato e mostrato come gestire la sintomatologia ansiosa e di conseguenza le situazioni di potenziale minaccia.

Se pensi di avere problemi di ansia e vuoi una consulenza tramite uno psicologo on line, puoi rivolgerti agli esperti di Psicologo360.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ipocondria: sintomi e cause

by Dr.ssa Angela Oreggia 22. gennaio 2012 19.52

L’ipocondria, o ansia connessa con lo stato di salute, è una malattia che si caratterizza principalmente per la costante preoccupazione o convinzione di avere una grave malattia e di essere in procinto di morire.

Questa paura nasce da errate e catastrofiche interpretazioni che la persona fa circa i sintomi fisici che lamenta. Un giramento di testa diventa inequivocabilmente il sintomo di un tumore cerebrale; il battito del cuore accelerato diventa il segnale di un infarto in atto; un banale formicolio alla mano il sintomo di un ictus. Inevitabili diventano per il soggetto ipocondriaco le corse al pronto soccorso, le visite ripetute dal medico di base e la richiesta di esami che confermino le auto-diagnosi.

ipocondria

Generalmente l’esito negativo degli accertamenti medici non serve a ridurre i timori del soggetto, anzi, molto spesso le parole di rassicurazione fornite dai medici generano rabbia ed irritazione perché considerate l’ espressione di mancanza di serietà, competenza e attenzione.
La preoccupazione riguardante le malattie, la paura di poter morire da un momento all’altro, spesso diventano per la persona affetta da ipocondria l’elemento centrale dell’immagine di sé, della propria vita privata e sociale, interferendo negativamente sulle qualità delle sue relazioni.

Come è perché si sviluppa un disturbo ipocondriaco?
Molto spesso focalizzare l’attenzione sul proprio corpo e su ogni sua più piccola manifestazione rappresenta per la persona un meccanismo di difesa. E’ una modalità per ancorare l’ansia su qualcosa considerato più facilmente controllabile e gestibile (il corpo) e per allontanarsi, in modo più o meno consapevole, dalla sua vera causa. Spesso l’origine del disagio è da ricercarsi nella storia e nelle esperienze passate della persona così come le convinzioni catastrofiche circa lo stato di salute, acquisite e modificate negli anni attraverso le esperienze personali.

Lo scopo dell’ipocondriaco può essere altresì quello di attirare ed intensificare le attenzioni delle persone che lo circondano.

Il disturbo ipocondriaco, se non adeguatamente trattato mediante un intervento psicoterapeutico ed eventualmente farmacologico, tende a mantenersi nel tempo, portando ad un deterioramento della qualità della vita del soggetto.

Per poter accettare e iniziare un percorso terapeutico è indispensabile  una profonda motivazione al cambiamento, che può trovare energia nella propria sofferenza ma anche (e soprattutto) nella presa di coscienza del dolore e del disagio che la propria condizione procura alle persone amate.

 

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Che cos'è l'ansia

by Dott.ssa Monica Dellupi 6. dicembre 2011 19.18

 

L’ansia è un’emozione, è il timore per qualcosa che si ritiene possa accadere in futuro. L’ansia sarà tanto più intensa quanto più grande si immaginerà il pericolo.

 

Il nostro organismo entra in uno stato di allerta, derivante dall’emozione primordiale della paura, per prepararsi quindi ad affrontare il pericolo oppure a fuggire. L’ansia si manifesta attraverso svariati sintomi fisici: il cuore aumenta il ritmo, il respiro si fa affannoso, a volte le mani sudano, la nostra muscolatura si tende, tutti i nostri sensi sono in uno stato di allerta.

 

L’ansia e le emozioni di allarme ad essa simili, quali panico, angoscia e paura hanno degli aspetti adattivi, ma anche disfunzionali. Prendiamo in considerazione la paura: quando proviamo paura il respiro diventa più rapido e così anche il nostro battito cardiaco, questa emozione ci segnala un pericolo e ci consente di prepararci per metterci in salvo. Di solito la reazione di paura è intensa e diminuisce per poi cessare quando il pericolo  si allontana, nell’ansia invece il pericolo è percepito come meno intenso e più vago, ma l’emozione è più prolungata.

 

La persona ansiosa fa di continuo ipotesi negative su eventi che gli possono capitare da ora fino alla fine della sua vita e questo genera un continuo e logorante rimuginio. Preoccuparsi per il futuro inoltre non diminuisce la probabilità che un evento negativo si verifichi.

 

Come sosteneva George Kelly, (1955) è minaccioso ciò che appare imprevedibile, quindi ci spaventa ciò che non conosciamo, che non possiamo prevedere e di conseguenza controllare.

 

L’ansia è presente in tutti i disturbi, in una fase del loro decorso compare una componente ansiosa, ad esempio le fasi profonde di depressione o i disturbi correlati all’uso di sostanze.

 

Ma si può guarire dall’ansia? Si può imparare a gestirla, prendendo consapevolezza di come si funziona. Ad esempio l’intervento cognitivista è consigliato da tutte le più recenti ricerche della “Evidence Based Medicine”.

 

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Come guarire dall'ansia

by Redazione Psicologo360 2. ottobre 2011 23.36

Si può guarire dall'ansia? Tonino Cantelmi, specialista in psichiatria e psicoterapia, è stato già alle prese con sindromi “sui generis”. Nel 2000 introdusse in Italia il saggio di Kimberley Young sulla dipendenza da internet (“Presi nella rete”), e poi affrontò il problema della sessodipendenza. Con il suo “Oltre la gabbia del panico” spiega come, cosa e perché scatta la crisi ansiosa che degenera in panico. “Chi soffre di ansia vive costantemente nella ricerca continua di un posto sicuro dove correre. Perché il problema dell’ansioso è il disagio perenne nel suo stato presente. Una situazione simile a quella di chi si porta addosso una borsa valori, con la responsabilità pesante di portare a compimento la sua consegna”. Con l’unica differenza che la borsa valori è “semplicemente” la propria vita. “Il vivere è la cosa più ardua che dobbiamo portare avanti, e l’ansioso sente questo compito come qualcosa di insopportabilmente gravoso. L’ansioso ha aspettative di benessere che sente sempre disattese, intralciate da fattori esterni ad altri invisibili”.

Ansia

Le situazioni temute dall’ansioso sono soltanto nella sua testa, ma è talmente viva di particolari, nitida, che è difficile convincersi che non sia reale. Lo è perché è vissuta come tale, nelle emozioni, nelle sensazioni, nelle reazioni del corpo. In realtà un po’ ansia è dentro ad ogni individuo, ma c’è un livello di guardia tra buona e cattiva, tra innocua e pericolosa. “La paura, stadio iniziale di una possibile ansia, è una reazione radicata in noi dai tempi più antichi, è l’emozione che funzionalmente ci permette di reagire energicamente alle avversità della vita, è ciò che permetteva all’uomo primitivo di difendersi dagli animali feroci. Ma quando la paura è sviluppata in maniera esagerata, non pertinente cioè al reale stato di pericolo, questa diventa ansia. E se la paura mi aiuta a prendere le dovute difese e le dovute precauzioni da situazioni che potrebbero causarmi dei danni, l’ansia è invece un elemento che mi impedisce di agire, di svolgere le mie attività”.

La differenza tra paura e ansia sta nel fattore di pericolo: nella paura è esterno e concreto, nell’ansia è interno e immaginato. Ci sono però delle spinte epocali che hanno dato un impulso di crescita, in senso negativo, di questo fenomeno. “Una realtà caotica e complessa come quella attuale determina necessariamente schemi comportamentali altrettanto complessi, e talvolta disfunzionali, che possono diventare vere e proprie gabbie in cui si rimane intrappolati.

Non è detto però che tutti, a causa della vita forsennata che si conduce, siano destinati a diventare vittime delle crisi di panico. Ci sono, come sempre in questi casi, fattori di rischio. “I periodi di forte stress, oppure traumi, perdite o lutti, o ancora problemi legati a lunghi stati di salute precaria; eccessiva mole di lavoro e scarso riposo, reazione allergica a medicinali, sforzi fisici improvvisi e violenti: tutti questi fattori possono ingenerare una crisi di ansia che si può trasformare in panico. E il primo medico per un malato è il malato stesso. Interrogandosi sui motivi per cui si entra in uno stato di ansia, ci si renderà conto se è solo una preoccupazione ingigantita, o se davvero abbiamo bisogno d’aiuto”.

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Attacchi di panico: una patologia senza barriere sociali

by Redazione Psicologo360 2. ottobre 2011 23.20

Di attacchi di panico sembra che ne soffra il 4% degli italiani. Ma non solo. Nel mondo dello spettacolo e della cultura imperversa. Ancora senza un antidoto, l'ansia che spesso sfocia in crisi di panico però si può combattere. Ecco come.

La chiamano DAP, un termine secco e conciso per definire una sindrome che, invece, si insinua lentamente negli individui, prevalentemente di sesso femminile. E’ il disturbo da attacchi di panico. Dalle ultime rilevazioni sembra ne soffra ormai il 4% degli italiani, e le categorie accertate sono quelle di professionisti, soprattutto quelli più esposti a situazioni ansiogene o a ritmi di lavoro stressanti. Quindi manager, giornalisti, scrittori, artisti del mondo dello spettacolo, attori. Celebre l’esempio di Adriano Celentano che, intervistato poco tempo fa, dichiarò addirittura di rifiutare proposte economicamente sconvolgenti dagli Stati Uniti, che puntualmente rifiuta perché terrorizzato dall’idea di dover prendere un aereo.

Attacchi di panico

Ma Celentano non è il solo personaggio famoso afflitto dalla paura di volare, parente stretta degli attacchi di panico. A proposito di successo e di Stati Uniti, il sassofonista Fausto Papetti, atteso a braccia aperte oltreoceano, non si azzardò mai a fare il famoso “salto americano” proprio per il terrore dell’aria. Il grande direttore d’orchestra Franco Ferrara sveniva quando saliva sul podio e smise di fare concerti dedicandosi all’insegnamento. Kim Basinger, a metà della sua carriera, diede segni di probabile agorafobia, barricandosi in casa per quattro mesi per paura dei luoghi affollati e del pubblico.

La cantante Barbara Streisand, nel bel mezzo dei suoi recital davanti al numeroso pubblico, interrompeva la sua performance per crisi di panico improvvise. Di crisi di panico hanno sofferto grandi attori come Sir Laurence Olivier, e grandi concertisti come il pianista Arthur Rubinstein. Un altro grande pianista, Vladimir Horowitz, fu costretto a interrompere le sue esibizioni in pubblico per quindici anni. Venivano presi da panico la cantante jazz Aretha Franklin e l’attore cinematografico Burt Reynolds. Deve essere una cosa vecchia come il mondo, questa sindrome, se ne soffriva addirittura il padre dell’evoluzionismo, Sir Charles Darwin.

A parte i nomi illustri che quasi la “nobilitano”, la sindrome da attacchi di panico si diffonde, secondo gli psicologi, a ritmi vertiginosi e si sta ormai estendendo trasversalmente a tutte le fasce professionali, sociali, economiche e culturali, dall’impiegato comunale al dirigente d’azienda. Il problema è che chi appartiene alle fasce socioculturali meno protette ha meno difese nell’affrontare gli attacchi di panico, perché non dispone di strumenti e occasioni. In poche parole, ha meno dati a disposizione e meno possibilità economiche per ricorrere ad un aiuto. Perciò, in genere, arriva dall’esperto molto più tardi rispetto a chi è più culturalmente avvertito.

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