Il concetto di controllo

by Marzia Benvenuti 10. febbraio 2013 18.03

E' oramai di uso comune il concetto di controllo. Noi esseri umani tendiamo a controllare tutto quello che circonda e vorremmo delle volte poter controllare anche ciò che è incontrollabile.

 

Il controllo fornice sicurezza e tranquillità, spesso è pensato proprio per rendere tutto più semplice e prevedibile ed è per questo che sempre più persone ricercano il controllo assoluto.

Mantenere le situazioni con costante ipercontrollo ha un costo elevato su le risorse mentali ed energetiche di un individuo.

Tuttavia alcuni individui, non riescono a tollerare il margine di incertezza che la vita offre, tendendo a prevedere conseguenze negative agli eventi. Questo può essere la causa di una possibile psicopatologia.

Quest'ultima viene interpretata come la risposta a un evento stressante, che altro non è, se non una situazione in cui il soggetto avverte la propria incapacità a prevedere e controllare quanto sta accadendo.

Non è tanto l'evento in sè ad essere stressante, ma l'essere incapaci di gestire quell'evento, di vivere l'imprevedibilità e l'incertezza della situazione.

Spesso molti individui che soffrono di disturbi di ansia, disturbi di panico, disturbo ossessivo compulsivo, i fobici e disturbi alimentari presentano elevati problemi per quanto riguarda la questione del controllo. Di fronte all'incertezza, molti tentano disperatamente e senza successo di aumentare il controllo, innescando ulteriori circoli viziosi senza fine. I soggetti che soffrono di disturbi di ansia tenderanno a ricercare costantemente sicurezza, e coltivare l'illusione di raggiungere un controllo assoluto, come ad esempio non far venire un attacco di panico, ma questo genere di meccanismo fa solo aumentare il livello di incertezza e imprevedibilità con un conseguente aumento anche della quota ansiosa.

L'illusione del controllo è un argomento molto frequente e molto dibattuto. Facilmente risolvibile con terapie cognitvo-comportamentale, sistemica e interpersonale.

Se pensi di soffrire di questa patologia o desideri avere una consulenza informativa puoi rivolgerti ai professionisti di Psicologo360.it

 

 

Bugie

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 17.15

L’atto di dire le bugie, ossia di comunicare attraverso il canale verbale un contenuto non vero,  non è indice di patologia psicologica, ma viene considerato una sorta di misura dal punto di vista sociale ed etico.

Di certo le bugie sono accomunate dall’intenzionalità di imbrogliare, di fare in modo che l’altro sappia o creda cose non vere oppure che non sappia la verità.

 

 

 

I bambini, non appena capiscono che il proprio pensiero è autonomo rispetto a quello degli altri, cominciano a usare la bugia quasi come una conquista cognitiva per “testare” le reazioni degli altri e metterli alla prova rispetto al proprio comportamento e alla propria indipendenza.

I bambini anche molto piccoli, dai due-tre anni, o i ragazzi, molto comunemente possono dire le bugie per evitare una punizione nascondendo così qualche malefatta e “farla franca” rispetto a un adulto. Qui la bugia è considerata al pari della disobbedienza che non è il comportamento che un genitore si aspetta dal proprio figlio. Anche da questa relazione si costruisce nel tempo il rapporto tra genitori e figli in una famiglia.

Oppure molti bambini mentono per timidezza. Addentrandoci nel discorso troviamo alla base della timidezza una scarsa autostima, una concezione di sé negativa che porta a raccontare il falso o nascondere il vero, evitando situazioni di giudizio riprovevole, risultando migliori e meno inadeguati.

Le bugie si raccontano anche per discolparsi da accuse fondate o infondate che nascondono comunque una personalità fragile e insicura nell’affrontare le proprie responsabilità.

Ci possono essere anche le bugie gratuite raccontate per esprimere un desiderio o comunicare un bisogno, per un fine da raggiungere, oppure anche per divertimento, per sfogare la fantasia.

Gli adulti mentono per apparire diversi da quello che sono realmente, per proteggere la loro privacy, per avere uno spazio proprio e scegliere di non raccontare qualcosa di sé e della propria vita. Poi ci sono le bugie dette per proteggere gli altri, o quelle di cortesia del vivere sociale adulto presto imparate anche dai bambini.

Per acquisire maggior prestigio, o evitare di perderne, si raccontano bugie che fungono da compensazione alla ricerca di un’immagine migliore di sè da presentare agli altri.

Oppure raccontiamo bugie per ottenere qualche vantaggio dagli altri o dalla situazione.

Poi ci sono le bugie alle quali crede anche chi le racconta, l’autoinganno, quello raccontato a se stessi per evitare la fatica di avere a che fare con la propria coscienza o il proprio sé profondo. Chi racconta una bugia a se stesso è contemporaneamente l’ingannatore e l’ingannato, raccontiamo a noi stessi qualcosa per autoconvincerci che le cose stanno andando come vorremmo e non come realmente sono, o che il comportamento di qualcuno, o il proprio, sia adeguato e che le motivazioni che lo mettono in atto siano corrette e oneste anche quando non è proprio così.

Dal punto di vista educativo l’adulto, genitore ed educatore, dovrebbe avere chiari i limiti e i principi propri e da trasmettere al bambino, mantenere il più possibile i valori e una posizione salda rispetto alle bugie raccontate dal bambino in modo che questi possa imparare ad essere socialmente accettato e diventi autonomo anche senza il ricorso a stratagemmi o inganni, dandogli spazio per esprimersi liberamente e sinceramente dopo aver “scoperto” la bugia.

L’adolescente che racconta bugie ha lo scopo di offuscare parti fragili di sé o proteggere la propria insicurezza della crescita, oppure per nascondere una difficoltà. L’atteggiamento dell’adulto da mantenere con l’adolescente è di fornire un sicuro spazio affettivo di protezione e rassicurazione per la sua crescita psicologica e fisica, compito mai semplice da realizzare!

Le bugie fanno parte della nostra vita, quasi come un adattamento dell’intelligenza sociale, sia se ne siamo autori, sia se ne siamo vittime. Dire bugie deliberatamente e spudoratamente, omettere, omettere in parte, simulare o dissimulare, fuorviare sono diventati comportamenti funzionali al nostro vivere e fanno parte del modo di agire umano, o anche animale a pensarci bene! Chi possiede un cane furbo come il mio sa che il cane è capace di simulare un comportamento per ottenere qualcosa che desidera da noi conoscendo bene la nostra reazione!

La finzione ci appartiene nella vita quotidiana e, rimanendo in campo psicologico, possiamo mentire anche sulle nostre emozioni: difficilmente riusciamo a nascondere a noi stessi, e a che ci conosce bene, le nostre emozioni. La tecnica usata in questo caso è ammettere di provare un sentimento ma dire una bugia sulla sua natura, cioè dire la verità in modo talmente spudorato tanto da far credere che sia una bugia, come il partner che torna a casa e sentendosi chiedere con sospetto “dove sei stato?” risponde platealmente “dall’amante!”

Se vuoi un supporto psicologico che ti possa servire ad affrontare il mondo dell’inganno contatta online un professionista di psicologo360.it, tutta verità, nessuna bugia!

Bambini che non crescono mai

by Dott.ssa Valeria Cani 19. settembre 2012 14.44

Bambini che non crescono mai, adulti ma eterni bambini, individui che non vogliono o non possono maturare e restano in quel mondo d’infanzia dove ogni cosa è possibile, tutto è bello e il cosmo esiste solo per accondiscendere i propri desideri e i propri umori, senza chiedere per ottenere: chi di noi non ne conosce qualcuno? Sono persone vivaci, curiose, brillanti, molto simpatiche, spesso di sesso maschile, padri di famiglia con una posizione lavorativa a volte incerta, e a vari livelli della loro vita si comportano come bambini, non molto adattati socialmente, incapaci di fare i conti con la realtà, egocentrici e impazienti, un po’ sfuggenti, come Peter Pan, appunto.

 

Chi soffre della sindrome cosiddetta di Peter Pan vede il mondo con ansia e non si assume alcuna responsabilità, si può definire narcisista e insoddisfatto della vita col risultato di un disadattamento al mondo esterno. Queste persone hanno un unico scopo: essere felici, stare bene e non avere bisogno di nessuno e di nulla.

Innocentemente, ma anche incoscientemente, non accettano la mediocrità e la banalità della vita, e quindi, la vita stessa, immolando se stessi a individui unici, meravigliosi, forzatamente diversi e per questo molto soli.

L’eterno ragazzo non è disposto a scendere a compromessi tra le sue fantasie e il mondo concreto, a sacrificare il proprio ideale per vivere nel sociale, a rifiutare l’idealistica parte di sé a favore di un adattamento nel mondo materiale.

Non a caso Peter Pan vola, tiene il distacco dal mondo e dalla vita, non ha mai i piedi per terra, tutto spensieratezza, fantasia e immagini che vivono solo nella sua testa e mai nelle sue emozioni. Il mancato contatto con la propria emotività è il vero problema di questi individui: essi difendono loro stessi dal dolore e dalla paura, ne mantengono le distanze, non possiedono gli strumenti per sentire l’angoscia e la tristezza, ma così facendo non sentono nemmeno la vera emozione della gioia di vivere propria di ognuno di noi.

Queste persone non hanno la capacità di entrare in ascolto con se stessi e coi loro sentimenti, quindi non possono entrare in ascolto con gli altri riconoscendo se stessi negli altri, di conseguenza viene a mancare la relazione.

Abbandonare questo profondo autocentrismo, passare per le naturali trasformazioni psicologiche delle tappe adolescenziali fatte di profonde passioni ed esagerata tristezza, volere e cercare aiuto per massimizzare il proprio sviluppo emozionale aiuta gli eterni bambini, che non vogliono più essere tali, ad assumersi un’identità e un ruolo, a riconoscere l’altro, a vedere se stessi e sentire se stessi, a condividerlo, a sapere cosa si desidera veramente fare della propria vita, cosa fare da grandi.

Se ti sei rivisto in queste righe, ti senti un po’ bambino e hai voglia di vedere la tua vita da un’altra prospettiva, contatta online un professionista di psicologo360.it e chiedi una consulenza per te e la tua voglia di stare bene.

 

 

Gli stalker

by Dott.ssa Valeria Cani 19. luglio 2012 14.42

Gli stalker e i casi di molestia denunciati da parte di una vittima di stalking sono, in questi ultimi anni, in netto aumento. Assistiamo con sempre maggior frequenza a donne, ma anche uomini, che sono terrorizzati dalle eccessive attenzioni da parte di ex partner o comunque persone non gradite, pedinamenti, regali, incessanti richieste di contatto, incontri e scontri fisici che degenerano anche in violenza. Sempre più spesso le vittime di stalking, riconoscendo il loro particolare stato emotivo e la propria condizione di bisogno si rivolgono a uno psicologo per avere supporto e sostegno, ma in che modo invece può essere spiegato il comportamento di uno stalker? Come può essere spiegato il comportamento così fortemente persecutorio di un individuo nei confronti della persona che dice di amare? Perché non può staccarsi da questa persona?

Si conoscono in letteratura diversi tipi di stalker: c’è la persona che, sentendosi molto sola, è in cerca di affetto e di intimità; c’è la persona che è incapace di relazionarsi adeguatamente con individui del sesso opposto; c’è la persona che porta molto rancore ed è alla ricerca di giustizia, anzi, vendetta per un torto che crede di aver subìto; c’è la persona che vuole solo ottenere del sesso; c’è infine chi è totalmente incapace di interrompere la relazione avuta e vuole ristabilire il legame a qualunque costo.

La scelta del partner affonda le proprie radici nelle relazioni che l’individuo ha avuto nella sua primissima e prima infanzia. Da queste relazioni, di solito è naturale che la più importante si abbia avuta con la propria madre, dipende il modo in cui si diventa capaci di amare e stabilire rapporti interpersonali a seconda della combinazione delle esperienze vissute.

L’adulto che mette in atto comportamenti persecutori ha avuto, nella propria infanzia, una persona che lo ha accudito in modo imprevedibile, un adulto che non ha potuto fornire al bambino (oggi adulto stalker) accudimento e protezione in sintonia coi suoi bisogni. Il bambino che si ritrova a ricevere cure da un adulto inaffidabile mette in atto strategie per ricevere attenzioni e percepisce se stesso come molto vulnerabile e incapace di affrontare le difficoltà. I bambini non accuditi in modo adeguato diventano collerici e paurosi e soprattutto utilizzano le proprie emozioni solo come mezzo per chiedere ciò di cui hanno bisogno.

Diventando adulte queste persone continuano ad esprimere le proprie emozioni in modo esagerato come canale di richiesta di soddisfazione dei propri bisogni, esprimere ad esempio la paura in modo eccessivo al posto del bisogno di conforto. Sono adulti collerici e gelosi per mantenere il controllo sull’altro e per la paura di essere abbandonati e si comportano in modo coercitivo a scapito di una relazione a due libera, paritetica e soddisfacente.

Quello che si vive da bambini si ripercuote ampliato nei nostri rapporti da adulti, soprattutto col nostro partner.

Lo stalker è quindi una persona particolarmente bisognosa di aiuto, aiuto per poter riconoscere i rifiuti che ha avuto da bambino e capire che non sono dipesi da lui, che non ne ha colpa per come era il suo carattere da piccolo o per qualcosa che ha detto o fatto. Da adulto è possibile capire come siano stati gli eventi a portare a quelle particolari condizioni, e che anche i propri genitori a loro volta probabilmente erano intrappolati in disagi mai affrontati e risolti.

Questo tipo di percorso psicologico è difficile, impegnativo e molto doloroso, richiede uno sforzo considerevole per poter avere accesso a una parte così profonda della propria coscienza per ottenere una ristrutturazione cognitiva ed emotiva allo scopo di andare al di fuori del modello mentale che si è creato negli anni. Con l’aiuto di un professionista che fornisce consulenze online su psicologo360.itsi può individuare lo psicoterapeuta a cui rivolgersi adatto a questo tipo di percorso personale.

 

 

Terremoto: impatti psicologici

by Marzia Benvenuti 3. giugno 2012 14.42

In relazione ai tragici eventi che hanno colpito l’Emilia molti si stanno facendo domande su terremoto e impatti psicologici sulle persone. I disturbi psicologici successivi ad un trauma possono diventare cronici se non siamo in grado di vederli e il terremoto è uno degli eventi psicologicamente più terribili da superare.

 

 Le persone che sono affette da disturbo post traumatico da stress, solitamente sono state vittime di qualche trauma, scatenando un insieme di sintomi principalmente su base ansiosa, come la presenza di pensieri intrusivi, che hanno come tema il contenuto dell'evento traumatico; presenza di occasionali stati dissociativi, in cui la persona sembra rivivere, nei pensieri, nelle reazioni e nel comportamento, il trauma. La persona se esposta a situazioni che possono ricordarle l'evento, può reagire con forte ansia, angoscia e terrore, o con risposte strettamente comportamentali come la fuga. Inoltre è presente anche un costante stato di allerta che provoca un incremento dello stato ansioso.

Ciò che aggrava maggiormente l'insorgenza del disturbo post traumatico sono le continue scosse sismiche, che tendono ad aumentare il senso di insicurezza e di ansia, così come la presenza di tante persone nel panico fanno crescere l'ansia collettiva.

Da sottolineare che non tutti reagiscono nello stesso modo davanti al trauma, alcune persone necessiteranno semplicemente di rassicurazione e normalizzazione del fatto di essere in uno stato di ansia e preoccupazione o che semplicemente presentano difficoltà ad addormentarsi, ma messe in condizione di sicurezza e di organizzazione, tale condizione tenderà a risolversi da sola. Solo per coloro che la sofferenza tenderà a protrarsi per lungo tempo, allora può esserci il rischio dell'insorgenza del Disturbo Post-traumatico da stress.

Quindi davanti ad eventi di natura catastrofica, come il terremoto è importante un approccio psicologico, un sostegno anche semplicemente informativo per tutti coloro che sono state vittime di quell'evento a prescindere da chi ha subito lutti o perdite drammatiche. Inoltre è importante sottolineare che tutto questo è risolvibile con percorsi psicologici seguiti anche da tecniche comportamentali.

Se stai attraversando un momento come questo rivolgiti ai professionisti di Psicologo360 per avere una consulenza personalizzata.

 

Suicidio e crisi economica

by Marzia Benvenuti 24. maggio 2012 11.00

Ultimamente sempre più spesso si sta affrontando il legame tra suicidio e crisi economica, come se fosse diventato un rapporto inscindibile.

 

La perdita del lavoro specialmente in tarda età può essere fonte di una forte vergogna e senso di emarginazione all'interno della società, in quanto il soggetto si sente abbandonato a se stesso e incapace di contare sulle proprie forze, ma soprattutto si sente privo di ogni speranza per il futuro. Questa condizione può essere un potenziale fattore di rischio per il suicidio.

La perdita del lavoro da sempre rappresenta implicazioni negative sull'uomo, in quanto lavorare è avere dignità e sentirsi parte di un sistema, in cui l'individuo si sente necessario e ha il concetto di possedere un certo "ruolo".

Per definizione il suicidio è un dialogo interiore, che il soggetto si fa per risolvere determinati problemi che gli causano sofferenza estrema. Nella maggior parte dei casi la nostra mente produce soluzioni alternative, ma in altre situazioni il soggetto non riesce a vedere nessuna via di uscita e ritiene il suicidio come l'unica soluzione possibile.

E' necessario sottolineare però, che coloro che compiono questi gesti nella maggior parte dei casi sono soggetti con patologie psichiatriche, perlopiù di tipo depressiva, che da tempo stanno vivendo momenti di grande angoscia e intensa sofferenza psichica; incorrendo in un specifico evento dal quale non vedono nessuna via di uscita la decisione suicida diventa quella più opportuna e plausibile. L'atto suicidario può essere considerato la complicazione estrema di una patologia mentale non trattata in modo adeguato. In prima istanza è importante dire che questi gesti non sono necessariamente legati alla crisi economica, in quanto è vero sì che questa condizione di precarietà e la perdita di lavoro conducono l'uomo sull'orlo di un deragliamento emozionale, dominato perlopiù dalla vergogna di non riuscire a mantenere la famiglia in modo adeguato, ma allo stesso tempo anche situazioni come la fine di un matrimonio, o una malattia o altro, che possa essere significativo per quell'individuo può condurre nel tempo a prendere la decisione suicida.

Ciò che importante fare è rivolgersi ad uno specialista fin dai primi segnali di difficoltà, e di cedimento psicologico, chiedendo aiuto, in quanto proprio la richiesta e una terapia adeguata sono la migliore prevenzione di fronte agli atti suicidari.

Per maggiori informazioni e consulenze online personalizzate rivolgiti agli esperti di di Psicologo360.

 

Incontri on line e nella realtà

by Dott.ssa Valeria Cani 11. aprile 2012 16.21

Dagli incontri on line a quelli reali: il passo è più complesso di quello che sembra. L’immaginazione padroneggia sulle persone e sulle relazioni per tutto il tempo degli incontri on line, si chatta protetti dall’anonimato, la barriera di internet, del pc, di parole che compaiono sullo schermo garantiscono tranquillità e sicurezza, ci si maschera dietro affermazioni che forse mai si farebbero guardando la persona dritta negli occhi e l’identità, la vera identità, nostra e altrui, viene messa in standby.

 

Internet è una sorta di protezione, di barriera psicologica che permette di avere la strada spianata nell’iniziare una conoscenza soprattutto per le persone timide, un po’ chiuse e introverse e che magari provano disagio negli incontri diretti, magari in posti affollati come una festa in discoteca. Internet non modifica la personalità e il carattere delle persone, per cui, al di là dello strumento o del contesto chi cerca conoscenze filtrate nella vita virtuale lo può fare anche in quella reale!

La rete è un luogo dove fare incontri e nuove conoscenze, dove ci si mette in vetrina, ci si presenta e ci si fa conoscere. Quale parte del sé si voglia mostrare agli altri è facilmente intuibile, ed in rete è molto semplice giocare con la propria identità attraverso questo canale di comunicazione così efficace ma anche così manipolabile. “Far credere di essere” non corrisponde all’”essere” e questo lo sanno molto bene gli abituali frequentatori di chat e luoghi d’incontro virtuali.

Certo internet allarga di molto le probabilità di conoscenza, apre i confini geografici, è anche vantaggioso economicamente! Dà la possibilità di conoscere un gran numero di persone ed è quindi più probabile che nella vita reale incontrare la persona che corrisponda ai nostri gusti e interessi e conoscerla un po’ prima dell’incontro reale.

Lugo di incontro, dicevamo. Non luogo di relazioni. Su internet abbiamo una serie di informazioni, ne diamo molte di noi stessi, ci si conosce e si parla fino a sembrare di conoscersi davvero, di sapere tutto l’uno dell’altro. Ma la vera relazione avviene nella realtà. Ci sono io, ci sei tu e c’è qualcosa tra noi che non può essere internet. È la relazione. Un legame può cominciare dal momento dell’incontro reale, e può cominciare solo se nella realtà verranno confermate tutte le informazioni che ci si è scambiati nel virtuale. La delusione, infatti, è quanto di più facile possa accadere se durante la conoscenza via chat si è stati poco autentici. Non appena si arriva a mostrare se stessi e a conoscere l’altro fuori dai filtri di internet ecco che subito la nostra percezione coglie tutte le discrepanze che emergono tra il virtuale e il reale. Le differenze non solo derivano da ciò che l’altro ha fatto credere di essere rispetto a quello che invece realmente è. La delusione più grande deriva dell’aspettativa che ognuno di noi si crea, dalla nostra immaginazione, dalle nostre attese, dalle nostre proiezioni, dalle nostri desideri e anche dalle nostre paure. Quando nella nostra mente abbiamo costruito un’illusione, un’idea e un’immagine di persona basata su tutto questo non è difficile pensare quanto la persona reale poco somigli a quella che ci eravamo immaginati!

 

 

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Generale

Differenza tra psicologo, psicoterapeuta, psicanalista e psichiatra

by Redazione Psicologo360 12. luglio 2011 11.40

Spesso non è chiara a tutti quale differenza ci sia tra i professionisti che lavorano in ambito psicologico.
Per una buona scelta è opportuno esserne a conoscenza.
Per questo di seguito puoi trovare una distinzione che speriamo possa esserti di aiuto.

Chi è lo psicologo?

Lo psicologo è un professionista che dopo aver conseguito la Laurea in Psicologia ha svolto un tirocinio di un anno, ha superato l'esame di stato e si è così potuto iscrivere all'Albo degli psicologi. Lo psicologo può somministrare test, effettuare diagnosi e svolgere colloqui di sostegno, fornisce un aiuto non farmacologico. Nella prestazione è quindi tenuto ad attenersi al codice deontologico del proprio Albo professionale

 

Chi è lo psicoterapeuta?

Lo psicoterapeuta è un laureato in Psicologia o Medicina che successivamente all'esame di stato ha maturato una specifica formazione di 4 o 5 anni presso una scuola universitaria od una privata riconosciuta dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (MIUR). Solo lo psicoterapeuta è autorizzato a condurre sedute psicoterapeutiche. Lo psicoterapeuta non può prescrivere farmaci, non è esperto nella psicofarmacologia e non può dare consigli in merito. Lo psicoterapeuta, a differenza dello psicologo, possiede degli strumenti e delle tecniche di colloquio che gli consentono di aiutare il paziente facendo un intervento che va più in profondità e permette di agire direttamente sui disagi della persona. Normalmente in caso di pazienti che assumo farmaci, lo Psicoterapeuta si raccorda con il medico curante del paziente per avere sotto controllo l'andamento della terapia farmacologica. Gli psicoterapeuti possono avere tecniche differenti a seconda della tipologia di scuola di specializzazione di provenienza.

Chi è lo psicanalista

Lo psicanalista è uno psicoterapeuta specializzato nella psicanalisi di Freud e dei suoi successori. Lo psicanalista può essere laureato in medicina o in psicologia con successiva iscrizione all'ordine dei medici o a quello degli Psicologi e ha frequentato la scuola di formazione in Psicoanalisi.

Chi è lo psichiatra?

Lo psichiatra è un laureato in medicina che in seguito si è specializzato in psichiatria. Egli cura i disturbi e la malattia mentali con un metodo di diagnosi/cura cioè, come il medico, si focalizza sul problema cercando di risolvere quello. Può prescrivere farmaci. Uno psichiatra potrebbe anche essere psicoterapeuta ma per questo deve aver maturato una specifica formazione di 4 o 5 anni presso una scuola universitaria od una privata riconosciuta dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (MIUR).

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COMUNICARE: COSA?

by Redazione Psicologo360 7. luglio 2011 16.36

 

Molto spesso avvertiamo dentro di noi un certo sentimento di ribellione al quale non sappiamo dare una forma definita e definibile. Un bisogno quasi nevrotico di comunicare ci mette nella condizione di non perdere quell’occasione per esternare qualcosa, per proporsi senza un pensiero costruito in prima persona, un voler dire anche quando la prudenza consiglierebbe il silenzio.

Certamente se si avvertisse una tale necessità un motivo deve pur esserci e questo spesso è dato dalla presenza di una immensa solitudine interiore dalla quale lo spirito, per non annegare, sembra volersi liberare comunque e ad ogni costo. Purtroppo, caduti o fatti cadere i punti cardini di riferimento, quella illusoria chiarezza che a fatica abbiamo conquistato tutto sembrerebbe poi spiegarsi: non si è in pace con se stessi, si è smarrita l'armonia del vivere, si cerca spasmodicamente altrove, magari nelle sensazioni anche più pericolose, quanto invece occorrerebbe trovare e costruirsi all'interno della propria coscienza. Allora è inutile nascondersi o magari tentare di fuggire.

La realtà è che l'uomo di oggi è permeato da un sentimento di infelicità, bussa alla porta delle altrui solitudini per socializzarne la propria, crede di "essere" e di "esistere" inseguendo il successo a ogni prezzo per ritrovarsi alla fine ancora più spoglio di prima.

Questo "male di vivere" descritto da MONTALE è percepito come una condanna e una via di non ritorno. Non meravigliano, allora, lo sviluppo e il diffondersi della "personalità multipla" (una in privato, un'altra in pubblico), il trionfo della maschera dell'immagine ("Sembro, dunque sono"), la pratica dell'insulso, dell'egoismo e della menzogna approvata e codificata come fatto normale, la corsa senza scrupolo al palcoscenico delle finzioni e delle vanità: e questo in politica, nelle varie professioni, in economia e nel mercato, in TV, nei rapporti sociali, nella vita quotidiana. Cosa si comunica? Il niente, l'impalpabile, il fumo dell' "apparire", cioè l'esatto contrario di quello che si desidera.

Riteniamo che bisognerebbe riappropriarsi dei personali spazi di riflessione, di libertà e di decisione, non soggiacendo più alla narcosi della stupidità proposta allo scopo di non far pensare più l'individuo e la collettività. C'è una troppo diffusa rassegnata passività nei confronti dei manipolatori della parola: ci vorrebbe una forte e coraggiosa reazione che ridia alla persona il gusto di autoprogettarsi, di ri-crearsi la propria "vera" identità, di scegliere senza farsi condizionare più di tanto, di vivere e non solo di sopravvivere.

A queste condizioni il dialogo interpersonale potrebbe riacquistare una propria dignità, il sapore di uno scambio sincero di emozioni, di affetti, di pensieri significativi. La nostra è paradossalmente, al di là del conclamato rumore propagandato come sostanza, la società della negazione della comunicazione, della morte del gesto autentico e quindi dell'Io.

 

Autore: dott. Vito Ruggiero

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MALATI DI FELICITA'

by Dott. Moreno Ortoman 7. luglio 2011 16.17

Il sistema immunitario e il sistema nervoso non sono 2 universi completamente separati. Le infezioni possono influire su umore, memoria e sulla capacità di apprendimento. 

 

Ti senti Felice o Triste? O ti definiscono semplicemente“Originale”, un poco “Pazza/o”, un poco “Strana/o”, “Sballata/o” o “Bizzarra/o”? Se non riesci a trovare motivi chiari alla base di questo stato, come ad esempio una vincita al Superenalotto o alla Lotteria nazionale.. la tua felicità, la tua tristezza, la tua depressione o qualche altra malattia mentale potrebbero dipendere da un’infezione o dal fatto che da bambina/o non hai avuto una certa malattia.

A dimostrazione del fatto:  “Era stato sperimentato come un nuovo metodo per combattere il cancro. L’idea era che l’iniezione di un certo batterio avrebbe potuto stimolare il sistema immunitario e favorire la distruzione dei tumori. Purtroppo, al primo test clinico il trattamento non ha influi­to molto sulla sopravvivenza dei malati terminali di cancro al polmone. Ma ha avuto un effetto imprevisto: lo stato d’animo e la qualità della vita delle persone a cui è stato iniettato il batterio sono radicalmente migliorate. “Avrebbe dovuto essere uno studio a doppio cieco, ma i ricercatori erano quasi sempre in grado di capire quali pazienti erano stati sottoposti al trattamento perché il loro atteggiamento era cambiato”, dice Charles Akle, presidente della Immodulon Therapeutics di Londra. “Avevano anche un aspetto migliore”.

 

Osservando il comportamento dei pazienti, i medici avevano scoperto subito a chi era stato iniettato il batterio. Com’è possibile che l’iniezione di un batterio faccia cambiare umore a qualcuno? Non conosciamo ancora tutti i dettagli, ma gli studi sugli animali suggeriscono che la risposta immunitaria innescata dal Mycobacterium vaccae induca i neuroni nella corteccia prefrontale a liberare grandi quantità di serotonina, migliorando l’umore e aumentando il benessere generale. Può sembrare strano, dato che in alcuni casi la stimolazione immunitaria porta anche alla depressione, ma il nostro rapporto con il Mycobacterium vaccae risale a molto tempo fa. Si ritiene che questi “vecchi amici” esercitino effetti interessanti sul sistema immunitario. “Il Mycobacterium vaccae induce le cellule regolatrici a bloccare le risposte infiammatorie indesiderate”, spiega Graham Rook della Royal free and university college medical school di Londra.

 

Indipendentemente dal meccanismo sottostante, la scoperta si aggiunge alle prove sempre più numerose del fatto che i batteri influenzano la nostra mente e il nostro corpo. “I batteri e i prodotti batterici possono chiaramente avere un effetto sul cervello e sulle vie che portano al cervello”, dice John Bienenstock. “Molti studi indicano che è possibile condizionare il comportamento, e che il microbioma, cioè l’insieme di esseri viventi che popolano il nostro organismo, ha a che fare con la produzione di cortisolo, che è la reazione umana primaria allo stress”.

 

Recentemente Rook ha suggerito che uno dei motivi per cui la depressione è così diffusa nei paesi occidentali è che le persone non sono più sistematicamente esposte a organismi come il Mycobacterium vaccae durante i primi anni di vita. La cosiddetta ipotesi dell’igiene, cioè della mancata esposizione dei bambini alla sporcizia e ai germi, è stata originariamente proposta per spiegare l’impennata dei tassi di asma e allergie, ma secondo Rook potrebbe valere anche per i disturbi psichiatrici.

Quindi il Mycobacterium vaccae potrebbe essere usato per fare felici le persone? È molto più difficile ottenere l’approvazione per iniettare batteri vivi nei pazienti affetti da depressione che non in quelle malate di cancro in fase terminale, perciò il prossimo test dell’Immodulon sarà condotto su persone colpite da cancro alla prostata. Se si verificherà di nuovo un forte effetto sull’umore, l’azienda potrebbe concentrarsi di più sulle sue potenzialità per il trattamento della depressione. Alla fine, se si riuscirà a scoprire come funziona esattamente il meccanismo, forse si potrebbero studiare farmaci che mimano l’effetto del batterio.”

 

Autore: Dott. Moreno Ortoman  

Contatta il Dott. Moreno Ortoman

 

 

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